
Certo: Madrid non è Napoli, ma ci sono modi peggiori per morire. Sono rientrato ieri sera dalla capitale iberica, dopo quattro giorni durante i quali ho scorrazzato per calli, musei, palazzi, parchi e, soprattutto, locali di cerveza e tapas. Il cazzeggio fa bene al cuore e rinfranca lo spirito: te lo consiglio. Devo imparare, ogni tanto, ad ascoltare il borbottio ininterrotto della coscienza e ad assecondare l’irrefrenabile cicaleggio interiore che mi consiglia di stare bene. Devo, semplicemente, farlo.
Ho indossato le magliette più belle che ho, giubbino e pantaloni di jeans. Scarpe da barca ai piedi (ché, con l’acqua che c’era, servivano proprio) e, nello zainetto, una delle mie felpe blu con il cappuccio (ché un dio improbabile, nel tentativo finale di indurmi una fede blasfema, ha scatenato una straordinaria ondata di maltempo sulla Spagna).
Il Prado è un museo bellissimo, lo sai, e Hieronymus Bosch è gigantesco. Ma stare nella stanza 6 al piano terra, di fronte al Giardino delle delizie, consapevole che, pochi metri più in là, nella stessa stanza, c’è anche Il trionfo della morte di Bruegel il vecchio, è una roba da sindrome di Stendhal.
Mentre cercavo di dire a Davide e a Chiara quante poche immagini ci fossero nella vita di un olandese – anche del più colto e magnifico – vissuto alla fine del quindicesimo secolo, inanellando i più banali tra i paragoni, quasi per caso, ho avuto l’impressione di capirlo anch’io. E, se ‘ste robe le intuisci guardando un trittico aperto in una stanza piena di gente che parlotta – in castigliano, italiano, francese, giapponese, … – di giardino delle delizie, dentro la testa ti esplode un frantume di bellezza e godi. Godi poco, però, perché subito senti l’odore della follia dell’enciclopedista del fantastico medievale: creature vagamente antropomorfe che si cacciano nel becco corpi vecchi, per poi defecarli, forse ringiovaniti, in una bolla gelatinosa; mostri infernali che riemergono dal sottosuolo; grilli gastrocefali; pesci volanti; un campionario di peccati e perplessità…
Gli iberici hanno spagnolizzato Bosch: lo chiamano El Bosco, chiarendo che il suo nome indica quel posto, fuori le mura della città, in cui hanno luogo le passeggiate narrative (quelle di Calvino, di Eco, di Borges, di Illich, …).
Dal Prado – prato, bosco, … hmm – esci scosso e affamato come un lupo, perché, a meno che per te i sensi non siano che inutili orpelli, là dentro ci hai passato un bel po’ di ore. A quel punto, passeggia fino a quando non trovi un locale di tapas, uno qualsiasi. Sono certo che ce ne siano di buoni e di cattivi, forse addirittura di ottimi e di pessimi, ma io, andando rigorosamente a casaccio, non sono riuscito a trovare posti in cui si mangiasse male. Ho la sensazione che la qualità media del cibo madrileno sia molto alta. Non lesinare in birra Estrella e scegli i piatti dal nome che ti piace di più: buon appetito.
Poi, se come me non sei capace di andare in una città senza fare un giro per librerie di fumetti, ti consiglio un triangolo, che ti porta via al massimo un’ora e mezza, e che parte da quell’obbrobrio architettonico detto la Gran Via.
Risalendola, imbocca a destra calle de la Silva. Al numero civico 17, trovi Madrid Comics, che è uno dei meglio recensiti. C’è un piano terra colmo di libri e gadget, dove trovare fumetti statunitensi, manga e un po’ di robe europee. È probabile che facendo un giro da quelle parti, tu possa farti un’idea abbastanza precisa dello stato del fumetto spagnolo (a me è parso niente affatto deprecabile). Girando per il piano, trovi una scala che scende. Se la imbocchi ti ritrovi in uno spazio (significativamente più piccolo del piano superiore) nel quale, al grido di “Alternativa”, sono stati inscatolati polverosi fumetti in castellano, inglese, francese e anche italiano. Ci trovi cose a prezzi realmente modesti (io ho preso dei numeri della rivista francese “Lapin” e un saggio di Thierry Groensteen). Alla cassa devi interagire con una sociopatica, ma, non temere, passa in fretta.
Prosegui per la Silva fino a quando non incroci calle de la Luna. Imboccala, girando a sinistra, e, al numero 11, trovi Metròpolis. A me non è piaciuto e ho risolto la mia presenza in quello spazio in pochissimi minuti. Sembra il paradiso del gadget e del nerd: se stai cercando pupazz, pistole e cattivi odori, è il posto che fa per te.
Continui su calle de la Luna fino a imboccare, nuovamente a sinistra, calle de san Bernardo. Al numero civico 20 (in realtà un po’ più avanti) ci trovi la Libreria Elektra, quella che mi è piaciuta di più. Tutto su un piano, un sacco di novità e tavoli in mezzo al locale (come sempre buio e nerdy, ma è la specialità della casa) su cui sono disposti libri che forse, ormai, in Spagna, hanno tutti, a prezzi contenutissimi. Ho trovato cose di Daniel Torres, di Max (anche numeri della rivista NSLM) e di Carlos Gimenez. Ho trovato anche un’edizione, bellissima e completa, del Taxista di Marti. È quella del 2004 di Glénat: grande formato, grafica di copertina che racconta un prodotto pop (sangre sudor y semen), carta pesante e bianca che tiene benissimo i neri e sembra sottolineare l’aderenza stilistica di Marti al lavoro di Chester Gould. Da questo momento, per me, è l’unica edizione da prendere in considerazione parlando di Taxista.
Uscito dalla Libreria Elektra, prosegui per calle de San Bernardo e, poco dopo, incroci nuovamente la Gran Via. E Madrid è ancora lì che ti aspetta.
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