Un altro fumetto è possibile: Palestina di Joe Sacco

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(file datato 25/09/2006(

joe sacco palestine

Quando nel 1991 uscì il secondo volume di Maus, Art Spiegelman scrisse al “New York Times” per esprimere una lamentela. L’autore era contrariato dal fatto che il quotidiano inserisse il suo libro nella classifica dei titoli più venduti della categoria “fiction”. Sottolineando come la sua fosse stata una faticosissima elaborazione narrativa della memoria che aveva richiesto tredici anni di lavoro, Spiegelman rivendicava con forza il diritto della sua opera di essere nella classifica “nonfiction”, accanto ai libri di cucina, ai manuali di giardinaggio e alle analisi storiche e giornalistiche.
Una dozzina d’anni prima, nel 1980, Spiegelman e la moglie Françoise Mouly stavano progettando la rivista a fumetti “Raw”, mettendo in evidenza con un’accurata scelta di contenuti grafici e narrativi ambiziosi che esisteva un’alternativa adulta alla deriva infantilista del fumetto statunitense di supereroi. Negli stessi giorni e nella stessa città, New York, i giovani Seth Tobcman e Peter Kuper stavano ideando il magazine “War World 3 Illustrated”.
Le due riviste, “Raw” e “World War 3”, sorgevano dall’humus prodotto dal fumetto underground, vivevano i medesimi fermenti culturali newyorchesi e condividevano, nelle redazioni, alcuni amici e collaboratori. I due giornali, però, non avrebbero potuto essere più diversi: “Raw” era un’ambiziosa rivista d’arte, pregna di narrazioni adulte, graphic design e temi sociali; “World War 3” era – ed è ancora oggi – una rivista politica radicale, dedicata a fumetti non di finzione, vale a dire, principalmente, satira e giornalismo.
A partire da quel momento, e anche grazie al continuo e sotterraneo pungolo di “World War 3”, la produzione di reportage a fumetti ha subito negli USA un incremento, lento e progressivo, culminato nei lavori di Joe Sacco, giornalista per formazione e fumettista per vocazione. Oggi sono molti i periodici americani che dedicano spazio ad analisi giornalistiche a fumetti e alcune di queste si sono viste anche in Italia: i libri di Sacco per Mondadori, To Afghanistan and back di Ted Rall a puntate su “Linus” e, settimanalmente su “Internazionale”, gli interventi di Marjane Satrapi, Spiegelman e lo stesso Sacco (accanto a quelli dell’italiano Gipi).
Da questo nutrito insieme di reportage emerge un modello di giornalismo molto diverso da quello tradizionale. E le differenze sono dettate principalmente dal linguaggio utilizzato.
Palestina di Joe Sacco, prima opera di lungo respiro espressa dal “giornalismo a fumetti”, rende pienamente evidenti tre grandi paradossi tipici di questo genere: i tempi di realizzazione, l’obiettività giornalistica e le motivazioni del lettore.
Per quel che riguarda i tempi, è assolutamente evidente che chi fa giornalismo a fumetti non può essere sulla notizia e non può permettersi di innestarsi in una puntuale e irrefrenabile macchina informativa, pronta a non “bucare” nessun evento di rilievo. Per il semplice fatto che il tempo necessario per sceneggiare e disegnare un reportage a fumetti è superiore a quello richiesto dalla sola scrittura. Per esempio, in Palestina Sacco racconta due mesi di indagini in Israele e nei territori occupati sul finire della prima Intifada, tra il 1991 e il 1992. I nove episodi che compongono il volume hanno richiesto a Sacco tre anni e mezzo di lavoro, un lungo periodo durante il quale l’autore è stato influenzato da eventi esterni. Ha avuto accesso ad altri fonti e ha approfondito la sua conoscenza dei luoghi e degli eventi. Ha vissuto l’evolvere della situazione politica. Ha registrato le opinioni di chi leggeva il suo lavoro durante la pubblicazione in comic book, e questi pareri hanno, per esempio, modificato lo stile di Sacco che, per evitare l’accusa di avere una visione stereotipata di arabi e di ebrei, è passato dal registro grottesco che caratterizza le prime pagine del libro a uno stile più realistico.
Passiamo all’obiettività cui il giornalismo, per natura, dovrebbe tendere e che nell’opera di Sacco viene smentita in ogni pagina. In un reportage la presenza di fotografie e l’uso della narrazione in terza persona cercano di rendere oggettivi gli eventi. Il reportage a fumetti è diverso: sempre avvolgente e sempre figlio di un’idea di disegno e di stile, non nasconde mai la mano del fumettista/reporter. Lo sguardo di Joe Sacco non è, né vuole essere, obiettivo. Egli dichiara spessissimo in intervista: “Se fai il giornalista diventi parte della storia. Certo puoi cercare di non raccontare la tua presenza, ma sei comunque coinvolto. Credo sia più onesto mostrare che col tuo coinvolgimento ti lasci influenzare dalle persone che incontri e che il tuo è sempre un punto di vista”. La contrapposizione tra racconto verbale, in Sacco spesso abbondante, e disegno mette le parole di fronte a immagini di corpi, gesti e mimica che esprimono anche convinzioni, posizioni politiche e scelte di campo. Leggendo Sacco si sa che la raffigurazione delle persone è mediata dalle fotografie usate come documentazione, dalla memoria di gesti e dallo stile grafico del disegnatore. E tutto ciò non sminuisce il valore, estetico e informativo, del suo lavoro ma produce un’altra chiave interpretativa degli eventi e della storia.
E infine il terzo tema messo in crisi dal giornalismo a fumetti: le motivazioni del lettore. Dice ancora Sacco: “Traggo grande vantaggio dal fatto che il fumetto rende il mio lavoro giornalistico immediatamente accessibile. Chi apre il libro si trova subito sul posto. E c’è poi una componente di piacere colpevole, perché il lettore ricorda i fumetti letti durante l’infanzia: ‘Ehi! Potrebbe essere divertente! E magari imparo anche qualcosa con facilità!’ E’ un medium molto sovversivo. Attrae per la sua apparente gradevolezza, ma quello che c’è dentro il fumetto può essere materiale duro e difficile”.
Avvalendosi dell’idea consolidata che il pubblico, in larga parte a ragione, ha maturato sul fumetto (narrazione dai contenuti semplificati destinata a un pubblico molto giovane), Joe Sacco inserisce i suoi pezzi in riviste di informazione con approccio laterale, quasi sovversivo. In questi contesti anomali, il lettore si avvicina al reportage con la guardia abbassata pronto a ricevere un po’ di notizie gradevoli con poco sforzo. BAM! Diritto al mento. Knock out. Il punto non è l’apparente semplicità del raccontare per immagini, ma le idee che vi passano e le opinioni – anche politiche – che vi si veicolano. E la strada per la prossima generazione di giornalisti a fumetti è spianata.

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2 Risposte to “Un altro fumetto è possibile: Palestina di Joe Sacco”

  1. anonimo Says:

    Davvero bella e utile questa idea di riproporre qui i tuoi articoli.

    Leggo in rete che uscirà l’edizione italiana di Cerebus: vale la pena? Non ne so quasi nulla…

    Patfumetto

  2. sparidinchiostro Says:

    Grazie Pat. Cerebus vale sicuramente la pena. Per un sacco di motivi.

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