Paperinizzazione d’Italia

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Disneyland

Disneyland

Penso ai problemi di Paperino e soffro.

  • Nessuno vuole mostrare le tracce del tempo. Chi ha più di settant’anni e si veste ancora da giovanotto, mostrandosi baldanzoso e ringalluzzito.
  • Tutte le relazioni sono immutabili, paralizzate come mammut nel ghiaccio. I rapporti tra i viventi devono essere sempre uguali e nulla può mai cambiare, perché nel mondo nessuno modifica mai i propri rapporti con gli altri per tempi superiori a quelli richiesti dalla lettura di una storia: gli amici restano amici, e per gli antipatici, i cattivi e i nemici non è prevista redenzione alcuna.
  • Non ci si riproduce: i bambini sono già nati. Ma non è un problema, perché tanto non si fa sesso. Mai. Eppure sono in tanti e in tante ad andare in giro col culo scoperto.
  • La disoccupazione è un obbligo, perché al massimo si riesce a trovare lavoretti precari cui non ci si può affezionare. E il lavoro è alienazione.
  • I ricchi sono ricchi e gli altri no. E anche se qualcuno dice che il miliardario della città si sia fatto da solo, pare che la ricchezza giunga da fonti difficilmente tracciabili. Il potere alimenta se stesso.
  • Ai bambini si possono raccontare tutte le balle che si vuole e mai sarà necessario confrontarsi con il momento della verità. Hanno otto anni. Oggi, vent’anni fa, tra vent’anni. Nessuno rinfaccerà mai nulla.

Ecco. Quando lo descrivo, il mondo di Paperino mi sembra vicino e pericoloso.

Paperinizzazione d’Italia

Penso ai problemi di Paperino e soffro.

Nessuno vuole mostrare le tracce del tempo. Chi ha più di settant’anni e si veste ancora da giovanotto, mostrandosi baldanzoso e ringalluzzito.

Tutte le relazioni sono immutabili, paralizzate come mammut nel ghiaccio. I rapporti tra i viventi devono essere sempre uguali e nulla può mai cambiare, perché nel mondo nessuno modifica mai i propri rapporti con gli altri per tempi superiori a quelli richiesti dalla lettura di una storia: gli amici restano amici, e per gli antipatici, i cattivi e i nemici non è prevista redenzione alcuna.

Non ci si riproduce: i bambini sono già nati. Ma non è un problema, perché tanto non si fa sesso. Mai. Eppure sono in tanti e in tante ad andare in giro col culo scoperto.

La disoccupazione è un obbligo, perché al massimo si riesce a trovare lavoretti precari cui non ci si può affezionare. E il lavoro è alienazione.

I ricchi sono ricchi e gli altri no. E anche se qualcuno dice che il miliardario della città si sia fatto da solo, pare che la ricchezza giunga da fonti difficilmente tracciabili. Il potere alimenta se stesso.

Ai bambini si possono raccontare tutte le balle che si vuole e mai sarà necessario confrontarsi con il momento della verità. Hanno otto anni. Oggi, vent’anni fa, tra vent’anni. Nessuno rinfaccerà mai nulla.

Ecco. Quando lo descrivo, il mondo di Paperino mi sembra vicino e pericoloso.

10 Risposte to “Paperinizzazione d’Italia”

  1. Tito Faraci Says:

    Hai inquadrato la sua grandezza e la sua tragedia, che talvolta coincidono.
    Raccontare storie di Paperino, di Paperone o (per me, soprattutto) di Topolino significa raccontare il nostro mondo, qui e adesso.
    Un mondo vicino e pericoloso, appunto.
    Del resto Barks, Gottfredson E Walsh…
    ma, okay, non ti tedio. Immagino che a questo punto ci siamo capiti.

    Saluti
    TF

  2. Tito Faraci Says:

    PS
    E scusami la mia noncuranza, quasi da nerd (povero me), per le tue metafore. Mi indichi la luna, ma a me interessa il dito.

  3. sparidinchiostro Says:

    Ciao Tito.
    Non indicavo la luna. Segnavo proprio il mio dito.
    Stamattina i bambini leggevano una storia di Paperinik su topolino di questa settimana. Intercettando la lettura ho capito che i nipoti trovano il rifugio e capiscono che paperino è l’assistente segreto di babbo natale. Ai paperelli glielo si può far credere… Non cresceranno mai, non avranno delusioni e non smaschereranno mai lo zio. Anche cogliendolo in flagranza
    (Ops, mi sono lasciato scappare che paperino è paperinik: è uno spoiler?)

    PS: sono andato a controllare. la storia è di Bruno Enna.

  4. matteo Says:

    Una volta si poteva dire che c’era qualcuno più realista del Re.
    Pare che oggi, dalle nostre parti, ci sia qualcuno che è più paperino di Paperino.
    m.

  5. Folletto Malefico Says:

    Osservavo da tempo – e forse te ne avevo già accennato – le differenti “filosofie” di pensiero nella stesura dei racconti seriali: il congelamento contro il fluire.

    D’altronde non è qualcosa limitato al fumetto, ma è a più ampia diffusione, seppure ritenga che nel fumetto abbia la sua maggiore visibilità. E non è neppure dettato dalla forma del fumetto: ci sono strisce che evolvono e ci sono albi statici.

    La mia riflessione parte da queste – che in fondo sono ovvietà – per domandarmi quale sia l’impatto psicosociale della lettura prolungata nel tempo di questi fumetti nella mente dei bambini. 10 anni in cui vedi un Paperino condannato nella sua immobilità, cosa insegna implicitamente ad una giovane mente? Che messaggio conduce?

    Che qualunque sforzo per cambiare è vano.

    Ed è terrificante, se questo avesse realmente un impatto. Però… guardandomi intorno, forse questo impatto l’ha avuto. O forse, il racconto è così perché il mondo è così? Chiaro.

    E questo esiste anche nella capacità delle storie di chiudersi, di finire. Come Calvin & Hobbes. Come – forse – RatMan (se veramente finirà al numero 100). La morte di un fumetto, nella sua evoluzione della storia stessa, la trovo significativa e costruttiva, invece che distruttiva.

    E’ forse un modo di affrontare, nel suo piccolo, la morte.

  6. sparidinchiostro Says:

    Fol: dici una cosa sull’immobilismo e poi citi calvin & hobbes che nei suoi dieci anni di (meravigliose) uscite non ha visto alcuno dei suoi personaggi invecchiare di un solo giorno.
    Non so niente di dinamiche psicosociali, ma posso guardare i miei figli: chiara che ha dieci anni e davide che ne ha sette. Leggono (o si fanno leggere) i paperi (quelli di barks, che mi rendono orgoglioso, e altri che piacciono solo a loro) usagi yojimbo (che invecchia una pagina alla volta vedendo amici e nemici nascere e morire) e la fenice di tezuka (che racconta la storia dell’umanità).
    Ora, i miei bambini non sono un campione statistico significativo, ma non hanno problemi ad accettare la morte.
    Anche perché sono vivi e vivono tra bipedi senzienti che si ammalano e, qualche volta, scompaiono dalla vista.
    Ho il sospetto che l’eroe che ricade sistematicamente nello stato di bisogno iniziale sia un prodotto diretto delle regole aristoteliche.
    Parliamone.

  7. Folletto Malefico Says:

    Su C&H hai ragione, ho esposto male il mio pensiero. Volevo porre l’accento sulle due morti: quella del personaggio per evoluzione e quella dell’oggetto stesso: ad un certo punto, finisce. Il fumetto. Non il personaggio. E’ un’altra morte, una meta-morte se vogliamo che nel caso di un Calvin congelato però… finisce. Se li leggi tutti d’un colpo quei fumetti come ho fatto recentemente il congelamento c’è, ma non è così impattante, perché alla fine d’insieme potrebbero tranquillamente essere un paio d’anni nella vita “effettiva” di Calvin. But I digress.

    La morte di per sé è un problema accettarla, ma vorrei evitare di addentrarmi troppo in questo specifico tema perché io stesso sono troppo immaturo per farlo.

    Più interessante il processo evolutivo: come dici tu, regole aristoteliche. E nel piccolissimo campione che citi in effetti l’unico congelato è quello occidentale.

    Purtroppo però non potremo osservare i tuoi figli per rispondere alla domanda: sono troppo ‘ricchi’ e ‘vari’ come letture! :)

    La domanda – alla quale io non posso rispondere – è: fra i fumetti occidentali c’è maggioranza di autori “congelati”? E fra i fumetti orientali, c’è maggioranza di autori “evolutivi”? Per ipotesi culturale, direi di si. Già questa potrebbe essere una conferma.

  8. undulant Says:

    Esistono quindi “fumetti aion” e “fumetti chronos”.

    I greci distinguevano tra queste tipologie di tempo, “chronos” che è il tempo che scorre secondo una successione lineare e irreversibile
    e “aion” che è il tempo inteso come durata, che rimanda a una dimensione di immutabilità, di eternità.

    Il concetto di morte è legato evidentemente al tempo chronos.
    Nei “fumetti aion” non ha senso far morire i protagonisti.

    Detto ciò, il punto di vista del bambino è un punto di vista “aion”, congelato. Per loro il tempo scorre molto molto lentamente.
    “Allora il tempo sembrava infinito” ci dice Aldo Nove (così, giusto per non citare Eraclito…).
    Beninteso, i bambini accettano i concetti di morte o di fine, ma ne hanno una visione diversa da quella dell’adulto.

    Detto ciò, allora, può venir naturale intendere la lettura di Paperino o di Asterix come lettura per bambini.

    Certo poi i tuoi figli leggono Yojimbo e tutto questo discorso va a gambe all’aria, eh eh…

    Buon anno nuovo!

  9. sparidinchiostro Says:

    @Fol: non so. Non conosco la storia delle narrazioni nipponiche. Ho letto qualche fumetto. Osservo che Kitaro dei cimiteri (Mizuki) e Astroboy (Tezuka), che sono le serie più vecchie che mi vengono in mente, non invecchiano, sono immutabili.
    Osservo anche che l’inserimento della continuity nella vita dei supereroi ha fatto si’ che i personaggi cambiassero e invecchiassero (leeentamente) e morissero (a un certo punto troppo spesso).
    Osservo che in Gasolyne Alley di Frank King, dal 1921, Skeezix invecchia di un giorno al giorno.(te lo porto e ti faccio vedere: è fichissimo)
    Forse l’ipotesi culturale richiede un po’ più di analisi.
    (Ah… Usagi Yojimbo è opera di un americano: Stan Sakai, come i suoi genitori, è nato negli USA; credo che i migranti fossero i nonni)

  10. sparidinchiostro Says:

    @undulant: i miei figli vivono in casa con un ossessivo compulsivo e quindi leggono (o si fanno leggere, nel caso di fumetti in inglese) un sacco di cose che difficilmente raggiungerebbero la loro fascia di età (Chiara gira per casa con pesantissimi marvel omnibus e legge xmen e devil in dosi massicce).
    In realtà mi sembra che i bambini, se ne hanno la possibilità, si rimpinzano di robe diversissime. Lo dimostra il fatto stesso che giochino identificandosi con personaggi che stanno in una macchina portatile per videogiochi fa sì che gestiscano storie complesse che richiedono enorma continuità. Qui nel condominio dove vivo io (40 famiglie che condividono un gardino abbastanza grande), ci sono un sacco di bambini e molti hanno un DS, una WII, o una PSP. Della playstation domestica non sento parlare mai (ma forse perché casa mia è monopolizzata da nintendo e i giocatori di PS ci snobbano).

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