Lettere antropomorfe

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Durante gli anni 70 del secolo scorso c’era “Scacciapensieri” (forse c’è ancora, ma non l’ho più intercettato dopo il massiccio arrivo dei robottoni nipponici). Veniva trasmesso dopo “Protestantesimo” e le “Estrazioni del lotto” nella programmazione del sabato sera dalla Svizzera italiana e noi bambini attendavamo con ansia. Era una televisione povera: aveva dai 2 ai 5 canali, a seconda della regione italiana in cui stavi. Nella provincia nord milanese , oltre ai due canali Rai (il terzo sarebbe arrivato nel 1979), si prendevano male Telemontecarlo e Telecapodistria e dignitosamente  la Svizzera.

La sigla di “Scacciapensieri” era un gioiello. C’era una bestia strana (animata da Bozzetto e Manuli) che cercava di dire il nome della trasmissione, ma falliva miseramente perché strozzato dalle risate. Quella bestia lisergica e intossicata è stato il primo animale antropomorfo eversivo con cui mi sono confrontato. Poi ci sono state le creature di Tex Avery, folli e feroci, e Wyle E. Coyote di Chuck Jones.
Nonostante questa preparazione, quando ho incontrato Squeak the mouse di Massimo Mattioli, non ero ancora pronto. Conoscevo già Pinky (usciva sul “Giornalino” che avevo letto per anni) e ho comprato l’albo brossurato in edicola senza troppa esitazione. Ho iniziato a leggerlo sull’autobus tornando a casa da scuola: BAM! Dopo poche pagine, l’ho nascosto nello zaino sperando che nessuno avesse visto quelle oscenità sconvolgenti. Era il 1984, non avevo ancora 16 anni, ero cresciuto tra le periferie di Senago e Messina e affrontavo un liceo a Saronno: un vero concentrato di turbe provinciali.
In realtà un anno prima, sempre attratto da una bestia umanizzata in copertina, avevo comprato Scatoman di Rand Holmes. L’edicolante della stazione di Saronno non credeva ai suoi occhi: quella roba pareva invendibile e un ragazzino squattrinato gliela stava pagando, a prezzo pieno, snocciolando monetine sul piattino. Manco avesse fatto l’elemosina davanti ai binari.
Avrei scoperto Fritz il gatto di Robert Crumb solo anni dopo. Non ricordo quando, perché non mi ha sconvolto: avevo già visto sanguinare morire ed eiaculare gli animaletti paciocconi di Mattioli. Topolino e Paperino, di cui ero lettore sporadico, quelle cose non le facevano. E neanche gli altri personaggi di cui ero invece golosissimo. L’idea di comprare “Frigidaire” mi lambiva raramente e veniva poi sistematicamente frustrata da un giornale che non parlava a me. Non in quegli anni, non in quella provincia.

Squeak the mouse

Squeak the mouse

Oggi, dopo Squeak the mouse, sono pronto a tutto e guardo gli animaletti caruccetti e paciocconi nella speranza che mi sconvolgano. Gli ultimi a esserci riusciti sono Ren & Stimpy (li ho conosciuti tardi, grazie a Mattia, una sera a cena).
Le letture di questa settimana sono guidate da monomania: animali antropomorfi all’arrembaggio!

Blacksad

Blacksad

Comincia a parlarti di Blacksad. E’ una serie hard boiled con un investigatore che si trascina tra fumo, alcol, femmes fatales e musica del diavolo. Ci sono proprio tutti gli stereotipi del genere, estratti di peso da “Black Mask” e dal canone chandleriano. La cosa “strana” è che il protagonista è un gatto muscolosissimo (nelle primissime pagine, per amor del vero, aveva un po’ di pancetta che poi non serviva più) scritto e disegnato da due disneyani spagnoli: Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido. Un po’ lo stesso gioco che Tito Faraci e Giorgio Cavazzano hanno fatto con Jungle Town (Faraci è uno sceneggiatore migliore di Dìaz Canales e Cavazzano un disegnatore più potente di Guarnido, cui però ci siamo abituati). I due italiani avevano lavorato per la Disney stessa (se ricordo bene con l’etichetta Buena Vista Lab); i due spagnoli, invece, escono per Dargaud (e per Rizzoli Lizard, in Italia). Questo quarto volume, L’inferno, il silenzio, è disegnato con un dispiego di tecnica abbagliante e racconta una storiazza che si perde continuamente in fronzoli. A un certo punto sembra addirittura che qualcuno abbia preso 4 pagine e le abbia spostate a caso rompendo la logica del racconto (SPOILER: c’è una droga che fa effetto tardissimo). Vende bene Blacksad e, in genere, piace molto agli insegnati delle scuole del fumetto che lo consigliano ai loro allievi. Ecco perché poi ci ritroviamo generazioni di giovani fumettisti che disegnano un Disney mal digerito, raccontano a caso e rimasticano generi che ormai puzzano di cantina. Il gioco è divertente se ne riconosci i limiti e se hai già attraversato Chandler e Hammett, fino a Derek Raymond e Chester Himes.

Cerebus

Cerebus

Mica l’ho mai visto un oritteropo. Una volta ho visto un javalina (ché non lo so come si chiama in italiano) ed ero convinto fosse un oritteropo. Poi ho scoperto che non si somigliano per niente. Il javalina è un porcoide con un buco del culo enorme che puzza come  nessun altro animale io abbia mai  incontrato. Stava, in un parco nazionale statunitense, nel recinto accanto a un coyote che sembrava proprio Wyle E. Sentendo il tanfo, si capiva il motivo dell’espressione triste: non è la frustrazione della mancata cattura del Road Runner a causare depressione.
L’oritteropo, qualche volta, viene chiamato maiale di terra. E’ lungo 2 metri, pesa 80 chili, ha un codone, scava gallerie in cui passa quasi tutto il giorno e mangia termiti.
Cerebus è l’oritteropo ideato da Dave Sim. Di lui sai già più o meno tutto. Un canadese folle decide di inventarsi una serie mensile di albetti spillati che durerà 300 numeri. Un prodotto per cui non c’è mercato. E non c’è veramente, perché la rete di negozi dedicati alla vendita diretta dei comic book ancora non esiste quando Sim ha la sua brillante idea. La serie è una finestra sul pensiero di un fumettista ossessivo che, mentre sguazza nelle sue pochezze d’uomo (un concentrato di misoginia), guarda al disegno altrui per imparare a replicarlo (Cerebus è figlio di Neal Adams, ma in questi giorni Sim sta cercando di riattraversare con tutti gli strumenti che riesce a trovare nel negozio sotto casa la dialettica tra astrazione e fotorealismo, costruendo una serie – Glamourpussy – in cui riproduce vignette e strisce di Alex Raymond, Milton Caniff, Noel Sickles, Lou Fine, Alex Toth fino a Berni Wrightson…). Cerebus, dicevo, è una finestra sul cervello di Sim. Quello che ci trovi può non piacerti (a me non piace) ma è sicuramente una serie così personale da essere lettura necessaria. Molto bella l’edizione italiana fatta da Black Velvet, ottima la scelta di confezionare un volume cartonato in luogo della brossura del librone americano, condivisibile la scelta di partire dal secondo volume.

E’ appena uscito in italiano Porco Rosso di Hayao Miyazakui. Non è un fumetto ma mi sembra comunque necessario parlarne. Ti devo confessare che mica mi sento più intelligente quando sono costretto a vedere film in giapponese sottotitolati in inglese. A me i sottotitoli danno fastidio (e questa è una delle – poche – cose in cui sono assolutamente d’accordo con Kubrick: i film vanno doppiati e le immagini guardate con tutta l’attenzione possibile). L’unico animale antropomorfo presente nel film è il protagonista, vittima di un incantesimo di cui non sappiamo (ancora) nulla. Se, come me, ami Milano, guarda questo film e goditi questi idrovolanti che solcano un Naviglio Pavese gigantesco. Se, sbagliando, non ami Milano, guarda lo stesso Porco Rosso che ti fa bene al cuore. E’ uscito in italiano con un ritardo imbarazzante per due ottime ragioni: da un lato Disney ha i diritti di distribuzione nel mondo dei film dello studio Ghibli, dall’altro Miyazaki ha annunciato che darà un sequel a Porco Rosso. Se ho capito bene, si tratta di un’uscita tecnica: film lanciato in un periodo loffo (troppo in anticipo per natale), a confrontarsi con colossi che lo sbraneranno (Harry Potter), in un numero di sale ridicolo. Materiale da DVD (o torrent, ma stavolta in italiano) e da cineteca.

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2 Risposte to “Lettere antropomorfe”

  1. Lola Montes Says:

    Come ci conmuovi quando racconti delle tue origini umili… snif… snif…

  2. sparidinchiostro Says:

    Lola, speravo di meritarmi almeno la danza del ragno…

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