Incazzatura del sabato (maledetti giornali!)

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1. La storia del Manifesto, io l’ho capita così. In crisi finanziaria permanente, di fronte al taglio – retroattivo – dei finanziamenti all’editoria, il giornale si ritrova col fiato corto. Arriva l’amministrazione controllata: tre tipi che rappresentano lo stato e verificano che l’azienda non collassi su se stessa producendo un buco nero. E’ necessario evitare la catastrofe per ridurre gli impatti su tutti quelli che devono essere pagati, cioè i fornitori e i dipendenti.
I dipendenti… Cioè, se ho capito bene, il Manifesto non ne ha: è una cooperativa, ha soci.
I tre controllori (intendiamoci, uccisori del pluralismo democratico che, però, fanno il loro mestiere) richiedono un taglio dell’organico. Chiedono di ridurre il numero di dipendenti (di soci) del 50% o più: se ho capito bene si passerebbe da 80 a 40 (o forse un po’ meno) persone.
Oh! Quello è un quotidiano: i tizi che ci scrivono sopra sono collaboratori e giornalisti, mica necessariamente soci/dipendenti.
A questo punto non capisco più niente: se quel numero (80) è vero e se è vero anche che se ne richiede una drastica riduzione, vuol dire che ai soci è garantita una retribuzione. Magari piccola, magari sotto lo standard nazionale, magari ai limiti della sopravvivenza, ma è loro garantita. Per fare un giornale di 16 pagine (qualunque cosa voglia dire “fare”) servono OTTANTA persone. WOW!

2. Non ce la faccio a sentirmi un brunetta qualsiasi e a parlare di fannulloni dall’alto di un cazzo. Ho però bisogno che qualcuno corregga queste informazioni e mi dia i numeri giusti.
Perché, in questo contesto, un quotidiano che reputo necessario e che compro, sarebbe un costo sociale insensato. Perché la retribuzione dei dipendenti, in un’azienda sana (ma poi anche là dipende dalle policy che quell’azienda si è data), ha priorità sul pagamento dei fornitori. E i fornitori di un giornale sono tanti e diversi: c’è quello che porta la carta igienica, quello che carica la macchinetta del caffè, c’è quello che gestisce la rete dei PC, quello che ti dà il software, e poi c’è lo stampatore, il distributore, eccetera eccetera… Ah! Dimenticavo. Ci sono anche quelli che scrivono e di solito – se hanno scelto di farlo per vivere – sono persone con pochissime tutele. Così invisibili e precari da non meritarsi neanche l’appellativo di esodati. Gente che non si fa certo cogliere dallo sgomento e dallo sconforto se si ritrova senza occupazione: all’instabilità c’è abituata quasi come Philippe Petit.

3. Non sono incazzato con il Manifesto (Un po’ sì, perché se le cose sono andate come penso, significa che una gestione irresponsabile e cogliona ha attaccato frontalmente il pluralismo democratico, qualunque cosa voglia dire).
Sono incazzato con un tipo che, fino a cinque minuti fa, non sapevo neanche chi fosse. Si chiama Manuele Bonaccorsi, è il vicedirettore di Left (settimanale, parassitario, infilato nell’Unità il sabato), ha scritto un libro che si chiama Potere Assoluto, e – a giudicare dai risultati che google mi restituisce – è uno stimato giornalista d’inchiesta. In un invito ai piccoli affinché formino un rete di informazione alla ricerca di uno spiraglio di salvezza, Bonaccorsi enfatizza come i piccoli siano l’unico baluardo di resistenza contro i grandi dell’informazione, i “mammasantissima” li chiama, e arriva a osservare che il male che sta uccidendo il Manifesto non è tanto l’assenza di finanziamento pubblico quanto l’emorragia di lettori (19mila in meno dal 1996). Un’emorragia che ha colpito anche i grandi, ma quelli hanno dimensioni tali (e potere e finanziatori) che mica moriranno. E, allora, bisogna resistere, perché sennò resterà solo la voce dei grandi… eccetera eccetera… Insomma retorica da editoriale, quello che ti devi aspettare in quel punto del giornale. Infila però in quel pezzo introduttivo una frase, dura e granitica nella sua inamovibile sicurezza. Dice: “Il governo ci ha messo del suo con la lunga querelle sui fondi per l’editoria (che non sono un regalo, né un sottocapitolo dell’enciclopedia sulla Casta, ma il tentativo di riequilibrare un mercato sbilanciato verso i più grandi)”.

4. Leggo quella frase tra parentesi e mi viene voglia di capire di cosa parla. Allora vado a recuperare gli unici dati sulla vendita dei quotidiani a cui possa accedere: sono quelli, da prendere con tutte le cautele possibili, provenienti da autocertificazione dell’editore (prevalentemente al fine di dimensionare il valore degli spazi pubblicitari) e pubblicati da ADS (li puoi trovare anche tu qui). Prendo gli ultimi dati pubblicati, quelli di febbraio, li carico in un foglio elettronico e faccio delle verifiche.
Sai quanti sono i quotidiani che tirano più di 50.000 copie e vendono meno del 50% della loro tiratura? Tre! Italia oggi che, a febbraio, ha venduto il 48% delle copie andate in stampa, Il Manifesto 25% (tiratura quasi 68mila, venduto poco più di 17mila) e L’Unità 34% (poco più di 114mila copie tirate per un venduto di 38.900).
E i quotidiani che tirano più di 50.000 copie e ne riescono a vendere oltre il 75%? Non tantissimi: L’Arena, Dolomiten (88%!), L’Eco di Bergamo, Il Gazzettino, Il Giornale di Brescia, Il Giornale di Sicilia, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, Il Resto del Carlino, Il Sole 24 Ore, L’Unione Sarda. Nell’ultimo anno, quasi tutti questi giornali hanno perso lettori (tranne il Gazzettino e il Sole 24 ore, che sono stabili), ma, a guardare solo quegli indicatori, asetticamente e senza tentare troppe analisi, sembrano tutti giornali che godono di ottima salute. Ah! Solo una cosa… A parte Il Sole 24 Ore, non sono mica grandi: sono quotidiani locali che tentano di restare confinati nella propria provincia o, a esagerare, nella propria regione. In questo modo, orientano meglio la loro distribuzione, riducono le rese, e parlano a un pubblico localissimo. E, magari, qualcuno di questi pensa globale.

10 Risposte to “Incazzatura del sabato (maledetti giornali!)”

  1. mabertoli Says:

    Hai fatto un bel lavoro giornalistico.

  2. mordente Says:

    poi ci sono i lavitola di turno che riacquistano da sè i giornali per accedere ai finanziamenti e ti fanno sballare tutto il castello di conti,,, http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/lavitola-trucchi-gonfiare-vendite-dellavanti/231291/

  3. Michele Casali Says:

    Aggiungo solo qualche domanda.
    Perchè il fatto quotidiano riesce a campare senza finanziamento pubblico così come altri giornali nel mondo?
    Perchè non sfruttare meglio la rete tanto penso a breve leggeremo tutto tramiti i nuovi supporti digitali?
    Per garantire il pluralismo culturale è necessario che lo stato interventa?

  4. sparidinchiostro Says:

    @mordente: A me piacerebbe capire come funziona “Avvenire”. In edicola vende cifre ridicole (se rapportate alla tiratura, sono molto più basse di quelle del “Manifesto”) ma ha ufficialmente più abbonati di “Topolino”.

    @Michele Casali: ho un’opinione solo sulla terza domanda. Secondo me sì: lo stato deve fornire l’insieme di regole entro cui muoversi. In assenza di esse diventano possibili i berlusconi.

    (una cosa sul “Fatto quotidiano”: non riesco neanche a sfogliarlo e l’ho comprato solo una volta. Me ne tengo alla larga perché ci scrive travaglio, il cui giornalismo è così pregno di populismo e fascismo linguistico da farmi sospettare che il segreto del relativo successo della testata sia figlio dello stesso ventre umorale che tante soddisfazioni sta dando a Beppe Grillo)

  5. tonno Says:

    Svelo il piccolo segreto di “Avvenire”: ogni parrocchia italiana è abbonata alla testata della CEI. Da cui le cifre gonfiatissime. E non basta: alcuni preti pazzi regalano abbonamenti di “Avvenire” e/o “Famiglia Cristiana” ai parrocchiani più fedeli, non so con quali soldi, probabilm l’ottopermille. Un amico mio, postino, mi raccontava della fatica bestia a recapitare ogni giorno quintali di roba per colpa di uno di questi munifici reverendi. Questo nell’anno del Signore 2005, in un comune dell’entroterra veneziano, tra capannoni e vigneti.

    Il successo del “Fatto quotidiano” penso invece vada cercato nel fatto che è un giornale di battitori liberi, che non devono rendere conto a nessuno; prova ne sia che in sostanza non ha una vera linea politica, e nello stesso numero si possono leggere commenti opposti alla stessa notizia. Ha però una linea giornalistica chiara: trattare tutti allo stesso modo, ovvero dare tutte le notizie, indipendentemente dalle presunte convenienze. In questa maniera, in un mondo bloccato e conformista come quello della stampa italiana, si fa presto a farsi la nomea di pierini fuori dal coro.

    Quanto a Travaglio, è sicuramente un uomo di destra. E non nego che quando parla a braccio lo sdegno per le questioni che pone è tale da farlo eccedere nelle invettive (quando scrive è invece più incline al sarcasmo alla Fortebraccio). Non lo definirei però fascista, né tanto meno populista. Ricordo che è l’unico giornalista di peso ad aver denunciato in prima pagina l’infamia della Fiat, dove dei 2000 (su 5000!) riammessi al lavoro di Termini Imerese non uno è iscritto alla FIOM…; come è stato l’unico a dare la notizia che l’attuale presidente del Senato era indagato per mafia (mafia! Poi la notizia l’han data anche gli altri giornali, ma per dire che Schifani non doveva assolutamente dimettersi…); e da quel che scrive è in disaccordo con Grillo su molte cose, non ultima la necessità che lo stato garantisca il pluralismo dell’informazione, come si diceva una volta, e sostenga le voci critiche delle cooperative giornalistiche come il “Manifesto” (ma non solo), che , ricordaTravaglio, è un giornale vero, un giornale che si trova in edicola, non una pubblicazione virtuale come l’”Avanti” di Lavitola, o un finto organo di partito, come il “Foglio” (o “Libero”), ai quali invece andrebbero negati i fondi. Che invece Grillo vuol togliere a tutti, indistintamente.

    Certo, del “Manifesto” andrebbe rivista la gestione un poco allegra dei soci/lavoratori: 80 sono decisamente troppi per 16 pagine, anche se va ricordato che in quel numero sono compresi non solo i giornalisti, ma anche i poligrafici e gli amministrativi (e che prendono tutti lo stesso stipendio).

  6. sparidinchiostro Says:

    Grazie Tonno.
    L’abbonamento a tutte le parrocchie mi sembra credibile.
    Proverò a leggere il “Fatto”.
    Gli 80 che fanno il “Manifesto” mi paiono troppi anche se ci mettiamo poligrafici e amministrativi.

  7. sparidinchiostro Says:

    Però… Citare Fortebraccio nello stesso periodo in cui parli di Travaglio mi pare onestamente un po’ eccessivo…
    Io non percepisco alcuna differenza tra chi chiama una persona (per quanto ributtante) con sempre il solito soprannome (per esempio Al Tappone) e chi chiama un partito (per quanto riprovevole) sempre con lo stesso gioco di parolacce (per esempio PDmenoELLE). Entrambi gli usi del linguaggio mi sembrano fascisti.

  8. tonno Says:

    Dai, addirittura fascisti… Che poi, anche Fortebraccio ha cesellato una vita di scontri con l’amico-nemico Montanelli a colpi di “Geniale” (anziché “Giornale”) e di “vecchio cilindro”, ripetuti come un tormentone.
    Certo, i tormentoni possono anche non piacere, e nemmeno io ne vado pazzo.

    Ma parlando d’altro, hai qualcosa da dirci su Golgo 13 della J-pop? Punto il cofanetto o no? Che per Hokusai mi son fidato di te e ho fatto bene.

  9. sparidinchiostro Says:

    Ho preso il cofanetto e mi sto divertendo. Non è grandioso come hoksai, ma godibilissimo, sì.

  10. manuele Says:

    Il tuo ragionamento fila, cattiverie comprese. Non hai fatto l’ultimo passo, però. Controllare di chi è la proprietà dei giornali locali che citi. Scoprirai che sono di De Benedetti (lo stesso di Repubblica) di Caltagirone (quello dei palazzi) di Confindustria e di vari immobiliaristi locali. Hanno basse rese perché distribuiscono in territori ristretti, però sono controllati dai poteri economici locali o nazionali. In Italia, infatti, non esiste l’editore puro, cioè l’imprenditore che fa solo giornali e vuole venderli. Chi ha un giornale ha sempre un secondo fine, nel rapporto tutto italiano tra politica e impresa. Infine, il mercato pubblicitario è controllato al 50 per cento da Rai e Fininvest. Quindi: il contributo serve a permettere anche ai non palazzinari di fare un giornale, per questo è giusto. Eppure se non vendi niente e hai 80 redattori il tuo problema non è il contributo, ma le vendite. Io la vedo così. Il resto è politica (cioè anche retorica). Ti ho fatto passare un po’ l’incazzatura? Ciao, m.

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