Didascalismo

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Un caro amico di recente mi parla spesso dell’oltrepo’ pavese. Ci vuole ambientare una storia spaventoso di spaesamento selvaggio e mostruosità naturali (e non solo). Non è certo la mia curiosità a condurmi in questi posti: forze oscure oltrepavesi mi ci trascinano e subito mi ci acclimato. Un fine settimana in un agriturismo vasto e pieno di animali in libertà. Trovo un posto lontano dagli schiamazzi della piscina e dalla concentrazione militaresca dell’area in cui si tira con l’arco. Mentre scrivo, seduto su un prato che dà sul maneggio, un cavallo (si chiama Mirtillo) bruca erba alle mie spalle e quattro maialotti (Gino, Pino, Lino e Nino) scorrazzano felici, lontani dalla mamma (Tina) che è rimasta distesa sulla ghiaia nel cortile davanti la reception. In questo clima felicemente bucolico il mio pensiero corre a idee calde e consuete che mi vestono perfettamente: non c’è una connessione wireless; le cacche di cani sui marciapiedi sono assai più eleganti delle torte fumanti deposte dalle mucche sull’erba; gli indigeni non si sanno proprio divertire; io sull’albero a raccoglier ciliegie non ci salgo; non ci sono edicole raggiungibili… E’ bello avere certezze. Siccome mi conosco, sono arrivato in questo luogo di reclusione coatta armato di un pigna di giornali (e del mio pc portatile che però qui si sente perduto).

Su “GQ” di questo mese c’è un articolo di Adriano Sofri che racconta come Sarajevo sia cambiata negli ultimi vent’anni A corredo di quel pezzo, in una pagina, ci sono due foto sovrapposte. Le due immagini catturano lo stesso scorcio di città: un edificio, un incrocio, l’asfalto, i binari, un tram, un passante. Tra le due foto, che hanno identico impianto, sono passati, appunto, vent’anni. La prima mostra una città devastata dalla guerra: l’asfalto, coperto di detriti, è pieno di buchi da cui affiorano ciuffi d’erba; l’edificio è privo di colori; i segnali stradali sono stati divelti; il tram è semidistrutto e riporta tracce estese di bruciato; il passante è un ragazzo a torace nudo che attraversa la strada con passo veloce. La seconda foto racconta una città europea: edifici colorati e con insegne; strade in ottimo stato; una signora con la borsa della spesa; un tram rosso sgargiante; cartelloni pubblicitari.

La didascalia, posta con arguzia tra le due foto, dice niente. Riporta un’indicazione cronologica. Scontata. Incontinenza verbale e dittatura della parola hanno reso necessario quello scatolotto fitto di parole ridondanti: il contesto di pubblicazione e il titolo dell’articolo ben in evidenza nella pagina accanto dicono già tutto.

Fare un giornale è un’alchimia difficile. Bisogna tenere in equilibrio un sacco di cose. La quantità di ridondanze in un giornale è inversamente proporzionale alla fiducia che i lettori dello stesso meritano. Un esempio evidente è “Repubblica”, che dice ogni cosa una decina di volte e nelle didascalie spiega, con pedanteria esasperante (ed errori marchiani), perfino le infografiche.

C’è un altro giornale, edito da Condé Nast proprio come “GQ”, che invece sa gestire benissimo l’equilibrio tra parole e immagini. Si chiama “New Yorker” e come art director si è scelto Francoise Mouly. Come sai, questa signora, in collaborazione col marito Art Spiegelman, è artefice di alcuni importanti progetti attorno al racconto fatto di parole e immagini: la rivista “Raw”, i volumi di “Little Lit”, la collana “Toon Books”, antologie sparse, … Mouly, da sola, sceglie, ingaggia e coordina gli illustratori del “New Yorker”. Ed è tutta gente importantissima. Molti dei nomi che compaiono in grande nella tag cloud qua a destra hanno lavorato a quelle pagine di apertura: Blitt, Burns, Clowes, Crumb, Falconer, Loustal, Mattotti, Mazzucchelli, McGuire, Panter, Sempé, Spiegelman. Ware, … Negli Stati Uniti è uscito Blown Covers, un libro curato da Mouly che racconta come nascono le copertine del quindicinale. Quella signora trasuda intelligenza fin dalla prefazione e il processo che origina quelle copertine (roba seminale che, spesso, lascia il segno) è raccontato benissimo. Scopro, leggendo Blown Covers, che quelle copertine sono spesso contestate e discusse non per il messaggio che, con la potenza iconica che le caratterizza, possono lanciare esplicitamente. I casini veri nascono per il grado di libertà che quei disegni lasciano al lettore. Mouly, prendendo molto seriamente il suo mesitere, richiede interventi mirati alla rimozione di qualsiasi spiegazione. Elide qualsiasi appiglio didascalico. Ognuna di quelle copertine ha un titolo che potrebbe forse fornire una chiave di lettura (ma che, più spesso, si limita a incrementare l’ambiguità), ma quel titolo è ben nascosto nel colophon: in copertina, sul disegno, si staglia, solo il titolo del giornale (e poche altre informazioni, volgari ma inevitabili, quali prezzo e data di pubblicazione).

“No caption” è la regola che fa esplodere il senso di quelle immagini magnifiche.

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6 Risposte to “Didascalismo”

  1. borisbattaglia Says:

    tu sei pazzo amico mio. invece di inchiodarti di Kroatina leggi articoli del soffri. mah!

  2. M.G. Says:

    Boris Boris, continui a non capire. La croatina ed il pinot nero (anche spumantizzato) in oltrepò non li può bere, il Paolino. I vini rossi gli danno ipocondrie: prima gli veniva il torcicollo a deglutirli, ora gli s’immalinconiscono i femori. Quando si consegna alle scampagnate Paolino beve il “mandorlato”, un vino misterioso che non si capisce da dove arrivi e come sia fatto, comunque adatto alla porcelleria (GinoPinoNinoLino) spaparanzata al sole che lo ha sostenuto nella lettura di Sofri. Considerata la location mi sarei aspettato la lettura de “La pacciada”.,ma tant’è…
    M.G.

  3. borisbattaglia Says:

    se leggeva la pacciada, poi gli veniva acidità e non ci aveva adietro la magnesia

  4. ipofrigio Says:

    Nella prima copertina in alto a sinistra (credo di Spiegelman), la Giustizia non è solo bendata ma ha una pallina in bocca… Che cosa significa?

    Bell’articolo come sempre; un giorno, se avrai voglia, mi spiegherai della dittatura della parola.

    Questa notte ti ho sognato – ti tuffavi in un lago ghiacciato, suscitando la mia somma ammirazione.

  5. sparidinchiostro Says:

    DAAAAI!
    Smettila! Non ci credo che non lo sai. Sono strumenti sadomaso che si vedono anche in Pulp Fiction di Tarantino.

    (Ipofrigio, non so nuotare)

  6. ipofrigio Says:

    DAAAAI!
    Smettila! Non ci credo che non lo sai. Sono strumenti sadomaso che si vedono anche in Pulp Fiction di Tarantino.

    Bip! Ho in uggia Tarantino, che una volta mi piaceva. Sarà per quello

    (Ipofrigio, non so nuotare)

    Ragione di più per ammirarti!

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