Il trattamento Ludovico

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Al produttore cinematografico Goldwyn, già noto per aver invitato l’autore con un messaggio per il pubblico a mandare un telegramma, va ascritto un altro aforisma divertentissimo: se questa industria avesse avuto a che fare con l’arte l’avremmo chiamata show-art; si chiama show-business.
Rido per l’arguzia. Poi respiro e scopro di odiare quel maledetto figlio di puttana.
In italiano (ma anche in inglese) oggi quell’industria si chiama industria dell’intrattenimento. Prima, con eufemismo più articolato, si usava dire industria della cultura. Ha a che fare con tutto quello che gli esseri umani fanno quando non lavorano. Ci sono – lo sai – alcune attività umane che riusciamo ancora a fare sebbene siano improduttive. Sono quasi sempre robe di emotività individuale o di gruppo (passeggiare senza scopo, stare seduto sul prato, qualche volta fare l’amore, …) ma sono sacche di resistenza sempre più esigue.
Di solito, quando non lavoriamo, facciamo cose che poggiano su supporti narrativi che per qualcun altro sono (o dovrebbero essere) profittevoli.
Aspetta: ripeto l’aggettivo. E’ agghiacciante. PRO-FIT-TE-VO-LI.

Intrattenimento è una brutta parola. Sembra avere a che fare con il consumo di tempo che altrimenti si dissolverebbe in noia. Inoltre dichiara esplicitamente la volontà di contenere, chiudere, tenere dentro.
Non mi sembra che la parola storia abbia in italiano un senso edilizio. In inglese, invece, ha un significato che ha a che fare, in modo esplicito e diretto, con le costruzioni: story (storey) significa piano.
Quando Italo Calvino deve aprire la quarta lezione americana (quella dedicata alla Visibilità) sceglie di citare la Divina Commedia di Dante. Nel Purgatorio, trova questo verso: “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”. E’ un innesco potentissimo: “La mia conferenza di stasera partirà da questa constatazione: la fantasia è un posto dove ci piove dentro”. Ma se ci piove dentro, allora, la fantasia non ha il tetto: non può avere story.

Non ho niente contro l’industria dell’intrattenimento. Specifica supporti, format e formati e produce storie, che oggi va di moda chiamare contenuti. Di solito chi usa la parola “contenuto” intendendo “storia” è un sacerdote del male: non mi lagnerei troppo se morisse. Hai presente il tipo? E’ quello che, parlando delle cose che fa, dice: “Amo il mio pubblico, lo voglio numeroso e soddisfatto”. Magari non usa proprio queste parole, ma pulisci un po’ il lascito della sua incontinenza verbale e noti subito che intendeva proprio quello.

Non ho niente contro l’industria dell’intrattenimento, ma se penso a quei supporti, a quei format e a quei formati, mi accorgo che le storie che mi interessano sono nate proprio dal tentativo di scontrarsi con quei vincoli. Gente che su quel supporto, in quel formato, su quel giornale, in quel minutaggio, in quella struttura ritmica, eccetera non ci stava proprio dentro. Gente che mica aveva voglia di avere un pubblico, numeroso e soddisfatto, immobilizzato, con occhi sbarrati da ganci meccanici, a ingozzarsi di omogeneizzati narrativi.

Gente che “fanculo l’intrattenimento!”

4 Risposte to “Il trattamento Ludovico”

  1. Toffi Says:

    bello

  2. ipofrigio Says:

    Io sono d’accordo su tutto: «truth well told», come dice il motto di una nota agenzia pubblicitaria :-/.

    Ma allora perché ti adombri tanto quando uso la parola «arte»? È forse una specie di interdetto verbale?

  3. sparidinchiostro Says:

    Ipo: Fanculo l’intrartenimento! (non metto l’emoticon, ma ridi lo stesso, eh)

  4. Giorgio Says:

    …appena finito di scrivere un pezzo per conversazioni sull’intrattenimento… deve essere il periodo!

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