Pullman (frigobar e tivù) Prima corsia – un racconto di Carlo Lucarelli

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Alza gli occhi allo specchio retrovisore e lo vede arrivare lungo il corridoio. Le braccia aperte ad aggrapparsi alla doppia fila degli schienali, si avvicina lentamente sulle gambe tremanti, come un vecchio fantasma seguito da un coro di colpi di tosse, mentre lui lo guarda, stringe il volante e con un sorriso trattenuto si prepara a dirgli di no, a dire di no anche a questo.

“Lo so che non si deve parlare all’autista, ma li ho guidati anch’io questi bestioni, quando ero militare e lo so che ci vuole ben altro per distrarci. Sa dove li guidavo questi qui? In Africa, Maktila-Sidi El Barrani, Sidi El Barrani-Maktila e non c’erano mica queste strade qui, sa? Tutto deserto. Scorpioni grossi come ciabatte e un caldo che non facevi neanche in tempo a sudare. Ho mangiato tanta di quella polvere che quando andavo a cagare sembravo una macchina per sabbiare i soffitti.”

Alza gli occhi allo specchio. Adesso glielo chiede, così lui gli dice di no e lo rimanda a farsi inghiottire dal pullman, come gli altri vecchi.

“Avrò avuto vent’anni, più o meno come lei, mi sa. Comunque, dopo l’Africa viene la Russia e lì non si guida, perché i pullman non ci sono, però si marcia. Un freddo, ragazzo mio, un freddo… così freddo che quando pisciavi sembrava di fare cavallini di vetro di Murano. Popovka-Bagnacavallo, tutto a piedi.”

Ora lo chiede. Ora lo chiede, il vecchiaccio.

“In Italia arrivo giusto per l’otto settembre. I tedeschi cercano gente da mandare in Germania e io sto un mese intero chiuso in un armadio per non farmi prendere. Non si respirava in quell’armadio. L’aria era così densa che non aprivo la bocca per tirare il fiato per paura che mi ci finisse dentro la manica di un pigiama. Poi sono arrivati i fascisti e ho sentito cosa facevano alla gente del piano di sotto e allora ho detto, no, Dio bono, adesso basta e sono andato in montagna anch’io. Non sto a fartela lunga: è là che mi hanno preso e mi hanno mandato a Mauthausen e fortuna che la guerra è finita entro l’anno, se no a quest’ora non c’ero più.”

Colpi di tosse dal fondo del pullman. Secchi come rami che si spezzano.

“Dopo c’è stata tutta l’acqua che ho preso ai comizi di Togliatti, tutto il lacrimogeno che mi ha fatto respirare la celere di Sceiba, il fumo della Casa del Popolo bruciata dai fascisti di Almirante e ci metto anche l’anno scorso, quando per l’anniversario di Monte Battaglia volevano spostarci dalla piazza per metterci la banda degli americani e non ce ne è stato uno di noi della Trentaseiesima Brigata Garibaldi che si sia mosso nonostante il sole a picco.
Adesso ho settantasette anni e sono stanco di star male.
Per cui, te lo chiediamo per l’ultima volta, ragazzo.
Spegni quel cavolo di aria condizionata.”

Alza gli occhi allo specchio retrovisore e vede quelli del vecchio, fissi dentro ai suoi. Fissi.

Allora toglie una mano dal volante, allunga il braccio e stacca il condizionatore.

(il racconto è in Carlo Lucarelli, Autosole, Rizzoli, 2006)

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