1. Il telecomando è una scatola, con un verso, ricoperta da una distesa di bottoncini. Prendi questo oggetto, lo punti in direzione di una macchina che vuoi controllare, pigi un bottone e – PUF! – modifichi lo stato della macchina. Ne abbiamo uno per ciascuna delle macchine difficili da raggiungere che stanno nei nostri tinelli: il condizionatore, che è installato là in alto, e la TV e tutte le scatole che la circondano, che installano noi sul divano.
Da quando qualcuno ha avuto la geniale idea di aggiungere i bottoni “Successivo” e “Precedente” al telecomando, l’addomesticamento dello spettatore può essere considerato concluso. Gli altri bottoni introducono solo complessità: con “Precedente” e “Successivo” i nostri pollici opponibili hanno avuto tutto quello di cui avevano bisogno.
2. Si chiama evoluzione e funziona così. Anche per la tecnologia. Quando arriva un oggetto capace di trasformare la nostra vita, non possiamo che adeguarci a esso e farlo diventare ambiente. Il nostro ambiente. Con il telecomando è più evidente di quanto lo sia – chessò – con il tablet, perché quella scatola con i bottoncini la sanno usare anche i nonni e questo è un paese che invecchia.
3. Questo blog è nato un po’ di tempo fa, il 15 settembre 2004, su splinder, una piattaforma oggi estinta. Quello che si trova nella cronologia, qua a destra, è frutto di un’esportazione da quel blog e da altri, sporadici, che ho usato per brevi periodi. Il 10 dicembre 2009, siccome non riuscivo più a pubblicare post senza che splinder si incrocchiasse (mettendo a rischio la mia anima), mi sono spostato qui.
4. Questo blog è nato un po’ di tempo fa, perché cercavo un posto in cui fare esercizio di scrittura. Non avevo urgenza di esprimermi e di comunicare le mie idee, avevo proprio bisogno di imparare a scrivere meglio, con maggiore scioltezza e consapevolezza. La scrittura mi costava una fatica che non mi pareva, in alcun modo, proporzionata ai risultati. Credo che la scrittura sia una capacità prevalentemente tecnica e sono convinto che la si affini solo dedicandocisi con continuità. L’esercizio funziona e, col tempo, scrivere è diventato più facile e quello che prima mi riusciva a fatica ora è più semplice.
5. Le motivazioni cambiano. Da anni non scrivo più perché devo farlo. Lo faccio perché voglio, ma mica lo so perché voglio scrivere. Tra gli innumerevoli problemi che so di avere, credo non ci sia la presunzione di dover scrivere qualcosa per i posteri. Questo no, però un carissimo amico dice che scrivo “anche cadendo dalle scale” e qualcosa vorrà pure dire.
6. Non sono un nonno. Uso il telecomando con estrema moderazione. Ho smartphone, ereader, piattaforme per i videogiochi e profili su quasi tutti i social network. Spesso uso tutte queste cose, insieme, mentre aspetto l’autobus. Già. Sono un alienato, perennemente connesso, che sta subendo le irreversibili degenerazioni cognitive cui le moderne diavolerie tecnologiche ci stanno conducendo. Avanzo verso il baratro fischiettando e consapevolmente.
7. Consapevolmente? Mica tanto.
8. Da qualche parte a metà del 2010 Facebook ha rilasciato il bottone “LIKE”, un’idea semplice che ha cambiato il modo di navigare di molti tra noi. Quel bottone – che trovi anche qui sotto – non serve a dichiarare apprezzamento ma a condividere su un’unica piattaforma avvolgente (Facebook, appunto) le cose che mi interessano. In questo modo, abilita il più nobile dei meccanismi che servono ad attribuire rilevanza, quello delle citazioni. Quanto più spesso un articolo è citato, tanto più è rilevante. Ma c’è un altro tema: le citazioni non possono avere tutte lo stesso peso. L’autorevolezza della fonte accresce il valore della citazione e, di conseguenza, del messaggio citato. E’ per questo che ci servono gli intellettuali.
9. A me gli intellettuali un po’ mancano. Siccome, pur non essendo un nonno, sono comunque abbastanza vecchio, ancora mi ricordo come erano fatti: aria pensosa, lunga barba bianca, guance rubizze, ventre teso, vestito rosso e slitta volante trainata da renne. Un’apparizione epifanica che ti porta felicità e senso di appagamento. Gli intellettuali servono e ci servono. Soprattutto per la loro capacità di definire mappe e di indicarci le rotte. In loro assenza, dobbiamo fidarci di una rete di amici che schiacciano il bottone “LIKE” e disegnano emoticon e cuoricini.
10. In questo contesto, che senso ha un blog? Anzi, spostando l’attenzione sul mio ombelico, che senso ha “Spari d’inchiostro”?

3 gennaio 2013 alle 08:10
il posto dell’intellettuale?
3 gennaio 2013 alle 09:54
Spari d’inchiostro è semplicemente la ragione per cui mi alzo ogni mattina prima del gallo e prima di quel travet che arriva dalla stazione di Porta Garibaldi con la sua valigia a rotelle ed entra, ogni giorno, nella ( Regia ) Dogana . Io ho bisogno di sapere che esiste almeno un tizio che scrive mentre cade dalle scale e che continuerà a farlo anche quando le salirà con quell’aggeggio elettrico che sarà sempre +presente in un paese per vecchi. Un blog che calamita tutti coloro che quando sentono la parola intellettuale prendono la pistola e sparano inchiostro. Immagino che la tentaz di sparapollarsi in poltrona e puntare il telecomando in direzione dello schermo e dolce naufragare eccetera sia forte, ma nulla è necessario come il proprio ombelico ( è il primo bersaglio, per esempio, del sollecito che cerca di farmi Crepascolino ). Buon anno nuovo.
3 gennaio 2013 alle 09:55
Un posto dove possiamo venire a fare delle gustosissime polemiche?
(mi mancano un po’ le polemiche, scrivi qualcosa di inaccettabile per favore?)
3 gennaio 2013 alle 14:03
Che confusionista che sei: predichi male e razzoli bene (molto meglio del contrario, intendiamoci).
Mi pare che tu stia andando benone così, ma per maggiore tua pace dell’animo ti esorto a lasciare un po’ stare giocattoli elettronici e «piattaforme avvolgenti».
Buon anno!
3 gennaio 2013 alle 15:04
La citazione di Kafka che facevi, la frusta, potrebbe essere l’incipit ideale di questo post.
3 gennaio 2013 alle 16:14
@giorgio: mi sto rammollendo. Qualche giorno fa ho scritto che gli sceneggiatori dovrebbero sparire e non si è incupito nessuno. Uff… Che devo fare? inventarmi un altro libro di un marchio insulso?
3 gennaio 2013 alle 17:59
gli sceneggiatori non esistono. gli intellettuali di derivazione pop si, e forse sono anche dei grandi sceneggiatori oltreilinguaggi.
3 gennaio 2013 alle 18:52
Intellettuali di derivazione pop? Mi fai un esempio, per favore?
3 gennaio 2013 alle 18:55
Intellettuali di derivazione pop?
Eros Ramazzotti? Renato Zero?
4 gennaio 2013 alle 09:09
Nel blog di Luca Boschi la foto – http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2013/01/buon-compleanno-zoe.html#tp – di un 2013 rovesciato = EROS.
Sarà il suo anno. Non che gli sia andata male da Terra Promessa in poi. So che i tassisti a Marsiglia o Berlino canticchiano le sue canzoni ai passeggeri se scoprono di trasportare italiani. Io confesso che non sopporto la sua voce. Non sopporto la voce di Eros ed i primi piani di Julia Roberts nei poster dei suoi film. Di notte sogno di viaggiare in treno tutta la notte e di arrivare a Parigi, dividere un taxi con Pretty Woman mentre il conducente intonava Una Storia Importante. Brr.
4 gennaio 2013 alle 22:42
hai ragione la un po’ di polemica si poteva fare, forse non sei tu, sono io che mi sto rammollendo, mi distraggo. Ma quella cosa dell’agognata scomparsa dello sceneggiatore è troppo condivisibile… credo che sia il motivo per cui faccio così fatica a scrivere una sceneggiatura, mi gira il cazzo che poi la legge solo il disegnatore. Infatti non ne ho mai scritte.
A me le note di From Hell sono piaciute moltissimo… le ho prese come opera a se, ignorandole durante la lettura del fumetto, che è forse uno dei miei preferiti.