Dyd666

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Quando, nell’ottobre del 1986, uscì il primo numero di Dylan Dog, avevo diciotto anni.

Frequentavo il quinto anno di liceo e ricercavo disperatamente letture con cui riempire il tanto tempo libero (l’obbligatorietà della frequenza non era esattamente una delle mie priorità).

Fortunatamente l’edicola era ancora (ma per poco) un posto più felice di quanto sia oggi. La mole di pubblicazioni a fumetti era tale da consentirmi di non acquistare cose che oggi comprerei.

Leggevo tutte le riviste cosiddette “d’autore” e gongolavo di fronte al disprezzo che riuscivo a mostrare nei confronti del fumetto “popolare”.

Topolino stava vivendo un periodo particolarmente infelice, Diabolik era morto da un po’, Lupo Alberto era crollato subito dopo la millesima striscia (e la quasi contestuale chiusura dell’ultima Eureka! gestita da Silver e Castelli) e Bonelli le stava tentando tutte (il fumetto d’autore con Bonelli/Dargaud, la soap western-rosa con Bella e Bronco, il fantastico con Martin Mystére) continuando a lasciarmi indifferente.

Poi arriva Dylan Dog ed è un botto.

Il primo numero apre la porta su un mondo diverso: un disegno veramente poco bonelliano (quello di Stano), le donne nude, l’orrore e l’umorismo (cui Zagor aveva già largamente attinto) gestiti con sensibilità nuova da un grande sceneggiatore e – soprattutto – un personaggio che vive in balia di se stesso.

Nonostante le inevitabili cadute di stile (le sceMeggiature di Chiaverotti e gli inguardabili disegni di Montanari e Grassani, che avrebbero fatto un piacere a tutti se fossero rimasti al Lando), Dylan Dog tiene per quasi dieci anni. Poi perde il passo e rapidamente si inabissa. Trascina le proprie stanche membra cartacee tra sceneggiatori che riesco a scimmiottare solo lo strato più esteriore e visibile di Sclavi e quindi muore.

Leggere un albo di Dylan Dog negli ultimi anni significava fruire di una storia (tipicamente assai esile) interpretata da uno che somiglia a Dylan Dog, si muove come Dylan Dog, ha gli stessi vizi e vezzi di Dylan Dog, ma non è Dylan Dog.

Non esiste un metodo stanislavskij per la sceneggiatura.

Un giorno il mio amico Daniele mi quasi-telefona (usiamo www.skype.com) e mi dice mirabilie sul Dylan Dog in edicola. Mi fido di Daniele: mi ha fatto conoscere l’association un millennio fa ed è un appassionato lettore di fumetto marginale e minore (ora Trondheim e Sfar non gli piacciono più ché sono diventati troppo commerciali). Ha alcune ossessioni che lo inducono a non riuscire a staccarsi da alcune pubblicazioni seriale (tra queste X-Mickey, John Doe e – soprattutto – Dylan Dog).

Passo dall’edicola, acquisto l’albo e lo infilo tra la montagna di robe che dovrei leggere ma che forse non leggerò mai e lo lascio a stagionare.

Ieri sera sono stato colto dal bisogno di leggere qualcosa rilassante e che favorisca la deriva neuronale (c’è chi guarda le soap e i reality show, io mi abbruttisco sui supereroi). La costa nera di Dylan Dog mi attira e… sorpresa. Dentro c’è una storia dell’indagatore dell’incubo. Quello vero.

“Il grimorio maledetto” di Giuseppe De Nardo e Daniele Bigliardo.

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2 pensieri su “Dyd666

  1. Io iniziai a leggere Dyd alle superiori, intorno al ’94, compravo ristampe dei primi numeri e leggevo i nuovi ma piano piano, come hai detto tu, le storie sono diventate sempre più “esili”. I primi numeri di Dyd riuscivano a unire horror e psicologia, insomma c’era sempre una grande verità dietro ogni storia, c’erano delle bellissime metafore tra mostri immaginari e mostri reali…adesso è diventato un giallo qualsiasi, neanche più un horror, raramente si vedono immagini crude nei nuovi numeri, bisogna dire anche che i tempi son cambiati e se dyd adesso fosse come 10-20 anni fa sai quante polemiche uscirebbero sul fatto che non è educativo…purtroppo non siamo in un mondo libero nonostante ce lo facciano credere…ultimamente anche i Simpsons sono diventati educativi! Roba da non credere!

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