Banalità

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E’ meglio Pichard o Manara?

Secondo me, George Pichard (1920 – 2003) è decisamente assai più vivo di Milo Manara. Le sue femmine (quando non incatenate e trafitte, ma quello masochista è il periodo più infelice del maestro francese) sono vive, calde e odorose. Le donne di Manara (ma i suoi cultori preferiscono chiamarle “veneri di Milo”), che sono evolute al punto di omogeneizzarsi nell’idea dell’autore di perfezione femminile, mi causano fastidio: non riesco a guardarle senza percepire un olezzo dolciastro di carta morta.

Invecchio (ieri ho compiuto 36 anni e se “non si può essere seri a 17 anni”, figurarsi a 36) e, da irruente giovinastro, mi sto lentamente tramutando in vecchio rattuso: il tempo lotta contro di me.

Nella vecchia contrapposizione tra olismo e riduzionismo, parteggio fortemente per il secondo. Questo posizionamento mi costringe a innamorarmi di tutte le donne che incontro. Non mi faccio trascinare dalla loro totalità, superiore alla somma delle parti. Vengo definitivamente conquistato dai particolari. Amo soprattutto ciò che gli ultimi 20 anni di media destinati al pubblico maschio e bianco ci indicano come imperfezione. Le barbie con il tanga stampato a caldo sulle carni plastiche mi attraggono meno del culo rotondo affettato da uno slip, dello sguardo di chi è in ritardo, della clavicola che fa capolino da una maglia larga, della risata un po’ stridula, del tallone incerottato che emerge dalla scarpa di tela,dei rotoli di carne che fuggono dal punto in cui il reggiseno morde, dell’odore di sudore recente, delle efelidi, del gesto di spostare i capelli dietro l’orecchio, delle labbra mordicchiate durante la lettura di un giallo, della pancetta che si appoggia sui pantaloni a vita bassa.

Non si tratta di attrazione sessuale (o almeno non solo) ma di vero e proprio innamoramento. Poi, quando la donna che mi ha strappato il cuore si allontana dal mio campo sensoriale, l’amore passa. A quel punto resta un po’ di tristezza. Non quella difficile da deglutire ma quella in cui mi piace rimanere acciambellato al caldo.

John Berger dà una definizione di società che si focalizza sull’immaginario. Dice che una società è un nucleo di persone che condividono le stesse storie, che la perdita delle storie distrugge la società e che le storie di una società possono essere indotte dall’esterno, garantendo che storie prefabbricate siano distribuite uniformemente su territori anche assai vasti.

Questa definizione mi piace moltissimo perché mi sembra assai vera: da un lato sposta l’attenzione dai sistemi territoriali, economici, produttivi e/o legislativi alle narrazioni; dall’altro dà una spiegazione facilmente comprensibile anche da me (cervellino grande quanto una noce moscata) del fenomeno della globalizzazione.

E tanto mi basta per convincermi che questa deleteria imposizione di storie prefabbricate, di cui Manara è tanto colpevole quanto vittima, abbia condannato l’erotismo (o comunque vogliamo chiamare il sistema di segnali che ci arrapano) alla reclusione in una gabbia di stereotipi, palestra, chirurgia ed estetisti.

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2 Risposte to “Banalità”

  1. nkz Says:

    sono d’accordo su tutti i fronti…anche sugli innamoramenti passeg(g?)eri (capita anche a me…di “innamorarmi” dei “difettucci” delle “ragazze”…e NON soon gay…)..basta co’ ste bocche carnose “MANAR(A)esche” e tutto…

    e..mi raccomando. a romix uscira’ il mio fumetto!!ne “devi” parlare!!!!
    ciaaao

  2. scrivana Says:

    conosco poco Pichard.

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