Immagini e parole giapponesi

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Anche per questa settimana pago pegno e trascorro alcuni giorni (da martedì all’alba a giovedì notte) in quella ridente cittadina tedesca nota col nome di Düsseldorf.  Come è noto si tratta di un posto abbastanza insulso, fottutamente freddo e ventoso, affettato in due dal Reno e straripante obbrobri architettonici, frutti di una ricostruzione postbellica assai disinvolta.

A rallegrare le mie serate in cotanto paese c’è il libro riccamente illustrato che Paul Gravett (l’inglese della mitica rivista Escape) ha appena dedicato al fumetto giapponese: “Manga, sixty years of japanese comics”.

Sono un lettore pigro, incostante e sonnolento. Progredisco lentamente tra i capitoli, centellinandomi paragrafi e didascalie. Dubito che riuscirò a finire di leggere il corposo volume in questa vita.

Ho appena letto un pezzo in cui mi ha particolarmente colpito un’idea (che Gravett, da vecchio marpione, ha sicuramente colto da qualche importante studio precedente ch’io sicuramente ignoro): in Giappone l’introduzione della stampa a caratteri mobili ha richiesto un’infinità di tempo, soprattutto a causa della complessità del set di caratteri ideografici da rappresentare. Ciò ha fortemente avvantaggiato la riproduzione per il tramite dell’incisione che, per sua stessa natura, prevede lo stesso grado di complessità per l’utilizzo di codici verbali (le parole da incidere specularmente) e iconici (i disegni).

Gli editori europei, di fronte all’incedere della stampa a caratteri mobili, si sono trovati costretti a rinunciare alle immagini, decisamente troppo costose (mi sembra di ricordare che Elisabeth Eisenstein, ne “L’invenzione del libro”, ne parli lungamente – non ho la possibilità di verificare ora, ma non si può troppo pretendere da un blog).

I giapponesi, che mica avevano solo i 21-26 simboletti alfabetici da accostare e combinare, hanno mantenuto parole e immagini, le une accanto alle altre, per un periodo lunghissimo. Questo apparente limite tecnologico potrebbe esseri tradotto in una delle cause principali dell’importanza del manga per la cultura giapponese.

E’ bene ricordare che il 40% della carta stampata e venduta sull’isola è fumetto.

Mica male! Per una volta la tecnologia discriminante non rende Tarzan, possessore del coltello tra le scimmie, un essere superiore: uccide una delle possibilità della narrazione.

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6 Risposte to “Immagini e parole giapponesi”

  1. nkz Says:

    si’ m a’sto bblog lo ddeevi spingere..e che cavolo!hai mandato mail su mail a profusione col tuo indirizzo bbblog???fattelo mettere nella newsletter di michele ginevra!!!

  2. sparidinchiostro Says:

    Aiuto…. Che cose difficili chiedi…

    Ciao.
    P.

  3. nkz Says:

    dai grinta”!che era cariiino ‘sto blog…ma se nessuno lo conosce!!!!!
    ti devi vendere un po’.
    ciaociao

  4. anonimo Says:

    Ciao! Detto fatto, eh? oggi ho visto il link in una certa nwsl…😉 Il librone di Gravett è carino, eh? Sono diventato un Amazon-addicted..! ci vediamo a lucca di sabato – matte s.
    PS: forza col blog, logorroman! ;-))

  5. sparidinchiostro Says:

    Approposito di “Amazon addiction”. L’ultimo plico inoltratomi dagli US era in condizioni da schifo. C’era dentro anche un usagi yojimbo con copertina piegata! Ultima volta che compro da amazon.com (i francesi sono piu’ ordinati ;-))

  6. anonimo Says:

    giusto! Bravo! meglio il popolo che ha dato nome in lingua inglese alle patatine fritte!!! Io in effetti non compro più dal .com ma dal .fr
    Occhio però: le cose maggiori le ha anche ibs.it, e le spese di spedizione sono ovviamente vantaggiose… matt

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