WOOD

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Nel faro di Hicksville (di cui ci parla lungamente Dylan Horrocks nel romanzo omonimo, in Italia per Black Velvet) ci sono migliaia di libri a fumetti straordinari, impossibili e in edizione unica. Tra questi volumi ci sono alcune perle che mi mozzano il fiato e mi tolgono il sonno: Il tipo tosto di Jacob Kurtzberg, La storia della guerra di Harvey Kurtzman, l’albo a fumetti che Picasso fece per fare un regalo a George Herriman. Fumetti che ti spezzeranno il cuore (come ama dire l’autore, citando il suddetto Kurtzberg).

E in mezzo a questi incredibili volumi ce n’è uno forse ancora più incredibile: Il regno della magia, 600 pagine di storie fantasy di Wallace Wood.

Wood è uno dei massimi autori che il comic-book statunitense abbia mai espresso (perché è evidente a tutti che albo e striscia non sono solo formati diversi, ma hanno anche ortografia e grammatica non paragonabili): il suo nome merita di essere citato insieme a quelli di Barks, Eisner, Kirby e Kurtzman.

Wallace Wood – ma amava firmarsi Wally – fu (insieme a Davis, Elder e al meno dotato Severin) una delle anime del Mad degli inizi, quello di Kurtzman, disegnò alcune storie indimenticabili dello Spirit di Eisner (il ciclo dello spazio profondo è frutto di una collaborazione tra lui e Jules Feiffer) e diede vita alla rivista Witzend.

Una manciata di numeri autoprodotti (credo 6) in cui prendono vita tutti i personaggi di cui Wood avrebbe voluto circondarsi: un meraviglioso “regno della magia” popolato da re maghi. Wizard king è infatti il protagonista di due avventure apparse su Witzend. La terza avventura del re mago non vedrà mai la luce. Una malattia renderà il nostro dipendente da macchinari per la dialisi e ne limiterà fortemente le capacità espressive.

Deve essere stato terribile per Wood scoprire il proprio immenso talento di disegnatore limitato dalla fallibilità del proprio involucro. Tanto è vero che, nel 1981, si toglierà la vita con un colpo di pistola.

Ho recentemente trovato un volume Comic Art del 1978 (tradotto assai male, come era uso della defunta casa editrice romana in quegli anni) dal titolo “Controfiabe”. Raccoglie le storie “alimentari” che il nostro fece per una rivista porno (credo fosse “Screw”). Gli estimatori di Wood indicano quel periodo come il più infelice dell’intera parabola creativa dell’autore e guardano con sospetto a quelle storie.

Non bisogna credere a questa sciocchezza infondata.

Sono fumetti che Wood non amava neanche mentre li realizzava. E’ di quegli anni la famosa affermazione: “Lavorare nel fumetto significa condannarsi a una vita solitaria di duro lavoro. Se potessi ricominciare non lo farei ma non ho rimpianti”.

E nonostante il disamore dell’autore nei loro confronti sono fumetti vivi e divertenti. Ottimamente narrati.

Trovo un po’ sconfortante il fatto che un volume così bello, mai più ristampato, si trovi ancora in giro per una quindicina di euro.

Chissa quanto costa il numero uno di ken il guerriero?

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Una Risposta to “WOOD”

  1. anonimo Says:

    uno dei pochi, grandi losers dei comics. Lacrimuccia -matt

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