Ayako e Yukiko

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0. Sveglia alle 5 per saltare su un aereo alle 7 ed essere in una sala riunioni nel nord della Germania alle 9. Con gli occhi cisposi mi sono concentrato sull’orologio in cucina (quello con Wolfy di Tex Avery) mentre mi annodavo la cravatta. Un doppio scappino mi richiede circa 20 secondi e, nonostante il sonno, mi viene bene. E’ un evidente segno.

Cosa c’è di più arido della vita del consulente?

In compenso i fianchi del consulente sono belli floridi: la sua alimentazione è completamente fuori controllo.

1. Di Tezuka Osamu conosco solo le cose tradotte in italiano. Non sono quindi in grado di intuire in che modo Ayako, opera in 3 volumi serializzata in Giappone nel 1972 e pubblicata negli scorsi mesi in Italia da Hazard, si collochi all’interno dell’opera del dio dei manga. Nella bandella si dice sia una delle opere più socialmente impegnate dell’autore e la cosa mi convince (e pungola) pochissimo.

Va detto che Ayako è un lavoro popolare per vocazione, socialmente impegnato quanto lo fu “I misteri di Parigi” di Eugene Sue.

Ed è proprio alla tradizione del feuilleton che questo fumetto fa riferimento, denso com’è dei topoi del romanzo d’appendice: reduci di guerra, pazzia, incesti, agnizioni continue, sicari, grandi cospirazioni, donne murate vive e abati Faria.

Magnifico!

Nell’esperienza degli occidentali del 1972 c’erano Alexander Dumas e Ponson du Terrail. Gli italiani in più avevano Salgari, Collodi e – soprattutto – Carolina Invernizio.

Cosa c’era nell’enciclopedia del maestro giapponese?

2. Nella bandella de “Lo spinacio di Yukiko”, il libro di Frederic Boilet appena uscito per Coconino, c’è una donna che si estrae qualcosa dall’ombelico. Leggendo il libro si scopre che è Yukiko colta mentre si pulisce l’ombelico con un cotton fioc.

Il libro si ammanta di questo senso di estrema intimità, favorito dallo stile di Boilet: pagine d’agenda, fotografie rielaborate con Photoshop e tecniche di scansione dei tempi (tutte quelle che avete visto utilizzare nei fumetti letti nell’ultimo decennio) che si assoggettano al paradigma Tyrrel (della Tyrrel corporation, da Blade Runner): più umano dell’umano.

Boilet non è un innovatore. Si alimenta di narrazione per immagini e metabolizza tutti i modi della scansione della storia con cui viene in contatto. La commistione tra tecnica e viaggi attorno all’ombelico (quello di Yukiko) è irresistibile.

3. Su il manifesto di oggi c’è una bella intervista con John Landis che mi sembra spieghi benissimo perché, tra tutti gli strumenti del comunicare, continuiamo a preferire il fumetto.

Nonostante tutti i suoi difettucci da piccola città bastardo posto.

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Una Risposta to “Ayako e Yukiko”

  1. anonimo Says:

    Bello lo spinacio, bello… strano, questo uso promiscuo di foto e fumetto senza soluzione di continuità… Questa lieta malinconia dell’anima che pervade le inquadrature e il “movimento di camera” del racconto.

    Ettore

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