Prosumatore


Un paio di giorni fa ho fatto una chiacchierata telefonica con il mio amico Michele Ginevra.

Si parlava del secondo incontro pubblico sull’ossessione di un festival di Massimo Galletti (il prossimo 8 dicembre a Cremona nei locali del Centro Fumetto Andrea Pazienza). Il tema è “Cos’è il fumetto in Italia e nel mondo” e partecipano, oltre a Ginevra e Galletti, Laura Scarpa, Omar Martini, Davide Castellazzi e Salvatore Oliva.

Tutta gente che ho incontrato in un paio di occasioni.

Dopo aver finito di rileggere, approfittando della recente riedizione fattane da Coniglio, Prima pagare poi ricordare di Filippo Scòzzari (che è un libro bello, ben scritto e colmo di umori), mi sono gettato, colmo della speranza indotta dall’ingenuità che ancora non riesco a sopire, sulle prime 100 pagine della recente Storia del fumetto della UTET. E’ un libro brutto, scritto male, poco documentato e pieno di luoghi comuni.

A proposito di luoghi comuni:

Perché Krazy Kat non può che essere poetico e stralunato?

Perché Yellow Kid ha un testone mongoloide?

Perché quando si parla di Max Gaines si deve per forza dire che è morto in un incidente in barca?

Nel piccolo mondo degli autori-editori-critici-lettori di fumetti un’arguzia entra subito a far parte del lessico famigliare.

Quando Alvin Toffler, nelle pagine di The third wave, divulgò il concetto di prosumer, certo non pensava che tale definizione si sarebbe concretata pienamente nel mondo del fumetto.

Per farla breve, prosumer è la contrazione delle due parole producer e consumer e indica il modello di consumo in cui quegli stravaganti freccioni noti col nome di catena del valore di Porter (se avete mai avuto a che fare, per ragioni di lavoro, con un consulente, sicuramente ne avete visto qualcuno) collassano su sé stessi perché uno stesso attore è allo stesso tempo produttore e utente del bene di consumo.

Ho cercato sul disco rigido questo articolo, scritto un millennio fa per “KR – Kerosene Revoluzione”. Doveva essere il primo articolo per una rubrica (che poi è diventata un seminario) sul punto di vista del lettore sul funzionamento del fumetto sia come industria sia come linguaggio.

La rubrica è durata poco e questo pezzo meriterebbe probabilmente un po’ di clemenza: invece lo posto anche qui.

Guardare le storie

Prima di cominciare – il fumetto: Cent’anni di solitudine

“Quando devi dare una notizia terribile a qualcuno, tipo «Tuo padre è morto!» oppure «Sono andato a letto con tua moglie!», siediti.”

La Fura dels Baus

Ambiziosa fin dal titolo, la rubrica che si proponesse quale guida alla lettura dei fumetti. L’obiettivo non sarebbe chiarire perché, dove e quando si debba fruire quella che Hugo Pratt chiama letteratura disegnata e Will Eisner arte sequenziale (con tutte le interessanti implicazioni socio-antropologiche che un testo di tale fattura potrebbe avere) ma come la si deve leggere.

Chi potrebbe avere non solo il coraggio, ma anche la supponenza e la presunzione di gettarsi in cotanta impresa?

Eppure, dopo gli esaustivi interventi di tanti letterati, dovrebbe essere assolutamente chiaro: il verbo leggere non si declina all’imperativo. Lo dice perfino Daniel Pennac!

Io credo di avere, se non gli strumenti adeguati, almeno buoni motivi per tentare di affrontare l’argomento. Lascia, lettore, che cerchi di spiegarmi.

Il fumetto non ha diritto di assurgere nemmeno a cenerentola delle arti. Continuando a utilizzare una metafora fiabesca, il fumetto è il settimo nano delle arti, quello di cui non ci si ricorda mai neanche il nome.

E’ entrato nello spazio delle merci solo nell’ultimo secolo. Prima dell’arrivo di Yellow Kid, personaggio cui tradizionalmente si attribuisce il ruolo di iniziatore del fumetto, non esisteva un mercato per questo modo di raccontare storie (sempre che non si voglia tributare la qualifica di mercato alla distribuzione delle opere del ginevrino Töppfer, riprodotte tramite autografia in un centinaio di copie). Da quel momento si inizieranno a individuare moduli narrativi connessi ai formati di commercializzazione. Nonostante nulla mai inizi, questo bambino col camicione giallo e le orecchie a sventola ha rappresentato il big bang di ciò che chiamiamo fumetto.

Il linguaggio esisteva prima. Il balloon, la nuvoletta, non è certo un’invenzione recente. E non lo sono neanche le storie narrate con disegni in sequenza (basti pensare che una gran parte degli esseri umani, per fissare il proprio pensiero su carta, utilizza ideogrammi). In ogni caso la storia di ciò che chiamiamo fumetto ha un punto di partenza. Ed è recente.

Per raccontare una storia facendo uso di questo linguaggio è sufficiente carta e penna. A questi basilari strumenti se ne possono aggiungere altri che, però, non sono indispensabili.

Perché venga fruita, la storia a fumetti viene stampata su carta con tecnologie che non hanno costi proibitivi.

Anche dopo l’esaurimento del periodo di occupazione degli spazi espositivi – edicole o librerie – la pubblicazione a fumetti mantiene un proprio valore, che non è sempre quello artistico. La carta può essere riciclata. Gli albi possono essere immessi nel mercato del collezionismo e acquisire un valore commerciale che, spesso, non ha alcuna relazione con la qualità delle storie in essi pubblicate.

Il fumetto è dunque un linguaggio annidatosi nello spazio delle merci solo nell’ultimo secolo e che, per i meccanismi di distribuzione, diffusione e fruizione che lo caratterizzano, patisce la sofferenza principale dell’editoria dall’affermarsi degli strumenti di comunicazione broadcast: non smuove capitali interessanti.

Questa peculiarità ha chiuso il linguaggio in un dorato regno di eletti o pseudotali che si configurano come prosumer, ovvero individui che, al contempo, sono produttori e consumatori del medium. Questi individui leggono opere stampate in un poche centinaia di copie da minuscole case editrici o in alcune decine di migliaia da realtà editoriali più solide. I Fruitori Forti di Fumetto (FFF) si conoscono e si riconoscono quando si incontrano (tipicamente nel corso di presentazioni, manifestazioni o mostre mercato). Non subiscono la costrizione dei confini nazionali e acquistano albi scritti con caratteri di cui talvolta ignorano anche la provenienza. Frequentano librerie specializzate e non riescono a passare accanto a un edicola senza fermarsi per qualche minuto a guardare l’esposizione di albi multicolore. Spendono parecchio ma sono pronti a negare questo fatto in presenza degli altri compagni nella fede («Ormai ho già tutto quello che mi interessa. Compro pochissima roba!»).

E, soprattutto, vivono la pressante necessità di esporre le proprie opinioni sul fumetto. Redigono articoli per riviste più o meno professionali, stampate in poche centinaia di copie. Curano iniziative editoriali azzardate. Scrivono improbabili rubriche che hanno l’ambizione di spiegare come si leggono i fumetti…

L’acquisto di fumetti è un’attività sempre un po’ triste. Per garantirsi la possibilità di riuscire a mettere le mani sulle interessanti pubblicazioni di case editrici minori, sulle autoproduzioni, ma anche su volumi tanto importanti quanto male distribuiti, l’acquirente è costretto a immettersi in librerie specializzate. Questi negozi, brutalmente chiamati fumetterie, all’ambita carta stampata affiancano poster, calendari, modellini e gadget vari. Gli albi sono spesso custoditi in scatoloni polverosi; i volumi inseriti in scaffali che consentono di vederne solo la costa. Poca è la cura riservata alle vetrine e all’allestimento del display espositivo. L’assortimento delle merci è spesso ridicolo.

Il cliente ideale delle fumetterie è adolescente, maschio, con una buona paghetta settimanale, monomaniaco e scarsamente selettivo. I commessi, non sempre informatissimi, sono spesso carichi di spocchia e di boria.

Ce n’è abbastanza per tenere lontane miriadi di lettori: curiosi, sospettosi e ricercatori di memorie impolverate si guardano bene dall’entrare nelle librerie specializzate.

E le lettrici? Come si comporta l’altra metà del cielo in prossimità di un negozio di fumetti?

Barbie vuole regalare un vecchio albo a fumetti, alla sua cara amica Wanda. L’albo contiene una delle avventure in cui Hyperman incontra gli Ztrani, che vivono in un mondo cubico (Weirdzo World) e fanno qualsiasi cosa in maniera opposta a come la farebbero i terrestri (qualunque cosa voglia dire). Per comprare il comic book, Barbie è costretta a entrare in uno di questi negozietti bizzarri. La prima impressione e che nessuno abbia dato una ramazzata al locale da decenni; inoltre, sembra che i commessi abbiano frequentato lezioni di indifferenza. Parrebbe poi che i pavimenti non siano gli unici nel locale ad avere bisogno di una scopata: il tizio unticcio alla cassa è molto divertito dal fatto che una femmina gli stia chiedendo un fumetto (che non è neanche un pezzo da collezione!). Prima che Barbie riesca a uscire dallo sgradevole locale, al cassiere punge vaghezza di tentare un’approssimazione di umorismo: «In questo posto – dice – raramente vediamo tette così piccole!»

Il fatto narrato è avvenuto sul serio! Si è verificato sulle pagine di un episodio di Sandman. Neil Gaiman, l’autore dei testi, racconta che, dopo la pubblicazione dell’albo contenente la vicenda riassunta, gli arrivarono tre lettere di protesta di lettori maschi e dozzine di missive scritte da lettrici che sottoscrivevano in pieno le sensazioni di Barbie.

Provate a chiedere ad amiche o conoscenti cosa pensino dei famigerati negozi di fumetti: tranne rarissime occasioni, otterrete risposte che esprimono sentimenti analoghi a quelli provati dalle lettrici di Gaiman. La convinzione imperante (che per altro condivido) è, per dirla con Rob Hoffman, che “i frequentatori di fumetterie sono per la maggioranza sporchi, sessualmente frustrati e socialmente ritardati”.

Vogliamo, poi, dare un’occhiata alle convention?

Per anni ho sperato di trovarmi in sale gremite di persone, nelle quali autori con forte senso di ribellione fossero disposti a estrarre armi e a sparare sul pubblico per difendere le proprie opinioni, di assistere a liti tra lettori e disegnatori sul reale senso dell’inchiostrare le tavola a matita (si tratta di un atto carico di inventiva, in cui si danno volume e modulazione a segni e disegni, oppure ci si limita – banalmente – a ricalcare l’altrui lavoro?). Purtroppo questi eventi fondamentali si verificano solo nei film di Kevin Smith. Le manifestazioni a cui ho assistito io si sono sempre risolte in spintoni, zaini ingombranti, puzza, villania e sudore. Le organizzazioni sono quasi sempre pessime (in spazi orribili, orribilmente distribuiti). Gli incontri con gli autori appaiono simili, in modo preoccupante, ai “seguirà dibattito” di  certo cineforum televisivo.

In un mondo così configurato si muovono i fruitori del medium, quelli che comprano fumetti soprattutto per leggerli. Sono – per lo meno quelli che conosco io – colti, informati e volenterosi (e lo devono essere per forza se vogliono garantirsi vibrazioni positive dalla letteratura disegnata). Relegati alla periferia dell’impero, sono costretti ad acquistare albi, riviste e volumi muovendosi con perizia tra edicole, bancarelle, librerie e fumetterie. Devono prestare attenzione a miriadi di pubblicazioni, spesso molto difficili da trovare, per cogliere rare perle in mari di melma. E, in questo difficile compito, non sono agevolati da nessuno strumento.

Il lettore è solo.

La critica che dovrebbe aiutarlo nelle scelte e assecondarlo nei passi incerti mossi tra montagne di carta è – tranne nei soliti pochi notissimi casi – inesistente, boriosa, spocchiosa e approssimativa.  Si prende fottutamente sul serio pur essendo praticata con soddisfazione da ometti disarmati, perché privi di metodo e strumenti, che si lanciano in discorsi perentori e concitati di fronte a un pubblico che vorrebbero cieco e obbediente.

Confesso, lettore, che lo scopo primo della rubrica che stai leggendo non è quello di insegnarti a leggere i fumetti (se sei arrivato fin qui, sicuramente ne sei già capace). L’obiettivo principale è ben più ambizioso.

Nel piccolo regno del fumetto, fatto di certezza e sicumera, il testo vuole porre e porsi dubbi; ambisce a rendere più sapida la fruizione di letteratura disegnata perché è vero, come dice Robert Crumb, che “disegnare fumetti è divertente” ma potrebbe esserlo molto di più leggerli.

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9 pensieri su “Prosumatore

  1. mmmh non sono molto d’accordo…
    “i frequentatori di fumetterie sono per la maggioranza sporchi, sessualmente frustrati e socialmente ritardati”? oddio, forse, ma dicono lo stesso degli appassionati di cinema, di musica, di libri anzi, degli appassionati in genere.
    “spintoni, zaini ingombranti, puzza, villania e sudore” ci sono pure alla Biennale di Venezia così come al futur show, così come in tutti i luoghi dove ci sia tanta gente radunata.
    Non è che noi stessi stiamo interiorizzando uno stereotipo? [dovrei farti leggere la mia tesi sui cosplayer…]
    Credo ci sia bisogno di ampliare un po’ la prospettiva…

  2. “i frequentatori di fumetterie sono per la maggioranza sporchi, sessualmente frustrati e socialmente ritardati”
    La frase non e’ mia ma di Rob Hoffman, il personaggio di Minimum Wage di Bob Fingerman (fumetto notevolissimo).

    Sicuramente devo ampliare le mie prospettive e – potendo – leggo piu’ che volentieri la tesi sui cosplayer.

    Ti inoltro l’indirizzo di e-mail sull’account splinder, sperando funzioni.
    Grazie e ciao

  3. “Nel piccolo mondo degli autori-editori-critici-lettori di fumetti un’arguzia entra subito a far parte del lessico famigliare”. Medito da mo’ una serie di articoletti a partire proprio da qui: frasi/concetti chiave del gergo fumettologico visti come condensazioni di varie stereotipizzazioni…la facciamo a 2 mani (o a 4zampe)?.
    Peccato aver dato buca a gallo, stavolta… Ma almeno non mi sciropperò i cd da nonnetto che tieni in auto!! 😉

    matts

  4. La tesi sui cosplayer io ce l’ho! gnegnegne!

    Teozz, sentiamoci appena riemergi dalle sacre accademiche scritture.

    In questo periodo girano sul lettore dell’auto:
    – i gufi
    – nanni svampa
    – tetes de bois
    – tom waits
    – fela kuti

    Decisamente un nonnetto

  5. – i gufi -fichissime atmosfere di casa. mi ricordano mio nonno. 2 minuti perchè poi mi scassolepalle
    – nanni svampa – fichissime atmosfere di casa. mi ricordano mio nonno. 3 minuti perchè poi mi scassolepalle.
    – tetes de bois – me ne parlasti x’ percussionisti bravi, o cosa?
    – tom waits – ce l’avevi pure l’altra volta
    – fela kuti – ce l’avevi pure l’altra volta

    ‘Mbeè, quand’è che ti aggiorni e ti pulisci le orecchie? Potresti essere mio nonno: reincarnazione?

    matts

    PS
    cosa ascolta il nipotino? Dico, il bimbo di tua figlia ^__-

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