Malinconica

Hai presente quelle sere in cui ti siedi pronto a immergerti in letture/ascolti/visioni e tutto quello che fruisci ti indispettisce?

Dopo un po’ inizi a sospettare di non essere tu dell’umore giusto. Ti convinci che non è possibile che gente (che magari di solito ti genera piacere) ti dia l’impressione di dire nefandezze immotivate.

Mi è successo ieri col terzo numero di Orme, rivista curata da Silvano Mezzavilla che esce in edicola per Free Books.

Mezzavilla elenca le cause del progressivo inaridirsi del mercato del fumetto italiano. Delle tre che cita ne ricordo solo due: le nuove forme di intrattenimento che emanano il fascino delle tecnologie digitali e la massiccia invasione da parte degli stranieri.

Domenica si vota e io stamattina sono passato dal parrucchiere. Frequento uno di quei barbieri di provincia con la radio ben visibile e sintonizzata su una stazione di ballo liscio, studio zeta credo. Tra una mazurca e un accento emiliano mal simulato, mi sono potuto godere la mia tonnellata di spot elettorali. Tra questi il più divertente (e sottilmente inquietante) era quello di lega nord: esprimeva, con altre parole, gli stessi concetti di Mezzavilla (parlava però di tennologie e invasione cinese).

Subito dopo, Giancarlo Ascari (che, firmandosi Elfo, fa fumetti anche piacevoli) si dedicava a una carrellata sulle riviste degli anni 80. Ascari ha fondato la cooperativa storiestrisce e ha diretto TIC. Credevo che il fatto di aver vissuto in prima persona quegli anni lo mettesse in condizione di fornire una vista personale e illuminante su quel periodo del fumetto italiano. Invece l’articolo è un elenco di luoghi comuni (ma in questo non c’è nulla di male) contestualizzati in un periodo storico revisionato dalla mancanza di memoria.

Ascari dice che erano gli anni in cui i meravigliosi sogni della generazione che aveva lottato erano stati travolti dal riflusso. Anni in cui la musica e l’arte non hanno prodotto nulla, in cui i computer occupavano una parete e durante i quali c’erano pochi videoregistratori. E conclude affermando che è anche grazie alla magnifica esperienza delle riviste italiane degli anni 80 se poi si è arrivati al formato della graphic novel.

Sono cresciuto in un quartiere fatto di palazzoni, in una frazione periferica di un paesotto della periferia milanese (periferia al cubo e ero anche all’ultimo piano). Se definissi questo posto disagiato mi sentirei figlio di quella cultura del piagnisteo che amiamo chiamare political correctness. Di soldi ne giravano pochi (quartiere di immigrati con famiglie numerose e monoreddito). Eppure per tutti gli anni 80 abbiamo avuto ZX spectrum e commodore64 con cui giocare e fare i nostri insignificanti programmini; i videoregistratori ce li avevamo (magari non tutti e si era costretti a ospitare amici e amiche)  e – a meno di un chilometro – c’era un videonoleggio (aperto dal fratello maggiore di un mio compagno di classe alle medie). Ascoltavamo Fabrizio De Andrè (che ha aperto il decennio con i due dischi dal vivo usciti – se ben ricordo – con un rapimento nel mezzo), Tom Waits (che negli anni 80 ha fatto 4 dischi che mozzano il fiato) e gli U2 (un altro gruppo rispetto a quello collo stesso nome che c’è in giro adesso).

Un’osservazione poi. Forse è vero che il “romanzo a fumetti” e stato aiutato dalle riviste italiche di quegli anni, ma forse per quel formato sono stati un po’ più rilevanti alcuni eventi accaduti negli Stati Uniti e in Francia. Negli Stati Uniti mi piace citare Jules Feiffer con i racconti lunghi (soprattutto Tantrum, che giace nel rimosso della storia del fumetto), Will Eisner, la rivista RAW, la casa editrice Kitchen Sink e l’ingresso nel fumetto mainstream di Frank Miller e Alan Moore. In Francia mi sembra sufficiente dire (a suivre) – basta un’occhiata al volume di Finet “(A Suivre) 1978-1997 Une aventure en bande dessinée”, uscito all’inizio di quest’anno per Casterman, per capire quanto importante sia stata la rivista per la storia del medium.

 

Non ero certo di buon umore quando ho iniziato a leggere i fumetti contenuti in questo numero di Orme e me li sono goduti molto meno del solito (alcuni mi sono parsi addirittura immotivati). Mi sono piaciuti comunque molto Renato Sorrentino, che mi sembra amalgami influenze di Otomo in uno stile molto D&Q, Maurizio Ribichini, che ha scritto una bella storia su normalità e imprevisti, e la singola pagina di Monica Catalano.

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17 pensieri su “Malinconica

  1. TANTRUM
    mi commuove ci sia qualcuno che conosce e ricorda quel gioiello assoluto di Feiffer
    sciao
    boris battaglia

  2. “Forse è vero che il “romanzo a fumetti” e stato aiutato dalle riviste italiche di quegli anni, ma forse per quel formato sono stati un po’ più rilevanti alcuni eventi accaduti negli Stati Uniti e in Francia.”

    Io non ne farei una questione di merito. Per esempio, citi giustamente Raw. Charles Burns pubblicò i suoi primi fumetti su Raw, e come ricorderai, divenne in seguito membro effettivo di Valvoline.
    Non mi sembra pochissimo.

  3. Hai assolutamente ragione Giacomo.
    Non voglio screditare valvoline (che mi pare un’esperienza bella e importante, soprattutto per gli effetti avuti fuori dal medium fumetto – design, moda, musica, grafica, …).

    Sono solo assai infastidito dal pezzo di Ascari che mi sembra non rendere merito all’intelligenza che gli riconosco (leggo settimanalmente i suoi interventi su Diario e i suoi pezzi sull’Unità erano accanto a segni&sogni di Faeti, rubrica che è stata per me fondamentale).

    L’elenco che faccio e’ parziale e probabilmente sbagliato (io stesso domani elencherei cose diverse).

    Leggendo quel pezzo ho avuto la sensazione che lo scopo non tanto nascosto forse l’autoincensazione. Può essere che sia una sensazione completamente mia e che – come ho cercato di dire nel post – mi sia messo a leggere Orme nel momento sbagliato.
    Però questo è un blog e il suo scopo è anche quello di contenere gli sfoghi (talvolta tardo adolescenziali) di chi scrive.

    Ciao

  4. Non condivido neanch’io l’idea che le cause dell’inarridamento del fumetto siano quelle che citi…
    In realtà penso che siano solo indizi di problemi che stanno più alle radici di come viene fatto/inteso il fumetto oggi in italia…

  5. bello che ricordi “Tantrum”, capolavoro nascosto, temo rimosso. l’articolo in questione è quanto meno fazioso: il romanzo a fumetti italiano nasce negli anni 80, su “Orient Express”, che Ascari cita appena, come una faccenda trascurabile, e nasce con due cose mica da poco: “Rapsodia ungherese” di Giardino e “L’uomo che uccise Ernesto ‘Che’ Guevara”, di Magnus. Così, giusto per chiosare…

  6. Secondo me gli articoli di “approfondimento” sono la parte debole di Orme. Meglio, molto meglio, inserire dei racconti di narrativa, magari anche di maggior richiamo (un Lucarelli piuttosto che un Wu Ming a caso…). Renderebbe la rivista più coerente con se stessa.

    Ettore

  7. ieri, in metropolitana, ho letto quell’editoriale. Mi pareva uno zio lontano, a parlare. Lamentele soffici, le sue: come quando parla quel collega 50enne, o quello zio, col tono sommesso dei tipici appassionati di montagna. Gente serena con toni flemmatici anche quando si ‘permette’ di spiegare qualcosa criticando.
    Mazurca, barbieri e radio studiozeta (che il tuo barbiere e il mio barista a lambrate se la spassino insieme in balera?): sensazioni vicinissime, sono superdaccordo, ma non fino alla lega nord. Mi pare più un fragile miscuglio di conoscenza e superficialità: sembra di vedere l’ennesimo caso di grande coscienza del passato mista a un’ingenua lettura del presente. Il risultato è una certa quota di saggezza, confusa però con con la comodità di spiegazioni troppo generiche. Quasi evanescenti. Più Alberoni che Bossi, a mio modo di vedere.

    Mi piace molto questo tuo post, paolo: vado avanti. Anch’io ho sentito il bisogno di uno sfogo, dopo quelle letture. E vado al sodo. Penso che da sinistra gli anni 80 siano stati caricaturizzati. E’ ora di finirla. Figuriamoci a milano: la questione qui coinvolge la cultura cittadina più che altrove. Moda, tv commerciale, craxismo, drinks&potere: di simboli anni 80 se ne sono visti, da queste parti. Leggere l’inizio del pezzo di Elfo (un milanese) mi ha irritato non solo (non tanto) per la sua posizione personale, ma per quanto di quelle idee lascia intendere. Cioè: mi pare emblematico di quanto certe comode idee “pret-à-penser” (si dice?) siano ancora patrimonio condiviso nella vecchia sinistra tecno-ingenua e anti-televisiva. Quella sinistra che a ogni elezione comunale, proprio a milano e dagli anni 80 in poi, prende solo sonore facciate. Sarebbe stato meglio avere una gauche-caviar alla Henry-Levy? Non so. [Certo quel sostrato ha fatto eleggere a parigi un sindaco interessantissimo (e) di sinistra come Delanoë] So però che l’irritazione di quell’editoriale di Mezzavilla e quel pezzo di Elfo mi è nata anche dalla sensazione di avere di fronte un’idea di cultura che – quella sì – pare proprio malinconica.

    Meno male che c’è anche chi non si lascia schiacciare dalle immagini-cartolina sugli anni 80. Gli ultimi lavori di jonathan lethem, per dirne uno. Nonostante il materiale pulsante, narrativamente parlando, che abbiamo avuto intorno, è come se da noi gravasse ancora qualche grave peso simbolico. A milano, come dice un’amica brianzola, basta che alzi lo sguardo e la vedi subito la cappa, no?

    m.

  8. okkei, fine dell’attacco di logorrea. Sfanculami pure: un pippone così su un blog, roba da pazzi.

    Però un po’ te lo meriti: sarà la centesima volta che ti sento dire quantomigarba Tom Waits! 😉
    No no, niente giochino “tu sei vecchio, io invece che ho creduto nei depeche mode…”. E’ che è ora che tu scriva un bel post sulle sue cose, eccheccazzo!

    m.

  9. la ballata del mare salato di pratt
    è del 1967 e direi che è un romanzo a fumetti.
    e quelli di valentina cosa cavolo sono?
    perché considerarli in altro modo?
    forse la vera schifezza è proprio il termine ‘romanzo’ a fumetti.
    non è che nel fumetto si raccolgono i termini che dalle altre parti buttano come ferri vecchi? o che almeno hanno cominciato a guardare con sospetto?

    romanzo
    autore
    artisti
    mh, che puzza di cadavere!

    cerebrolesomaestrinodellaminchia

    ps: TIC era quella rivista che fecce 4… 5 numeri?

    ragazze, ho ricevuto il mio libro di Primo Sinòpico!
    Madre di Dio di tutte le ostie! vediamo quando impariamo un’altra volta a disegnare e raccontare storie (in 1 sol’immagine poi) a quei livelli lì.
    poi quando c’è disegno+storia non c’è ‘inaridirsi del mercato’ che tenga. MAUS insegna. Satrapi pure.

    mi scusi la sciatterì ma cos’è uno stile molto D&Q?

  10. Matteo, l’unica volta che sono salito sulla tua macchina, stavi ascoltando i subsonica. Ho come l’impressione che quello vecchio non sono io.

    Cerebro,
    >non è che nel fumetto si
    >raccolgono i termini che dalle altre
    >parti buttano come ferri vecchi?
    Questa frase si candida automaticamente a diventare il claim di questo blog. Vero che posso?

    TIC di numeri ne ha fatti una decina (era in b/n, di grande formato e stampata su carta che ricordo porosissima).

    D&Q è l’acronimo della casa editrice di Chris Oliveros: la canadese Drawn & Quarterly. sorry.

  11. altrochè se puoi
    ne andrò fiero e lo metterò nel mio curriculum
    dimmi però cos’è un claim?
    no, non importa: non lo voglio sapere

  12. Claim: meglio noto in ambienti pubblicitari anche come payoff. Ma per capirci direi che potresti classificarlo come il vecchio “slogan”, cioè una frasetta, meglio se breve, che dia un’identità prcisa a cose, idee, progetti….
    L’artdirector

  13. 35 minuti di applausi!

    30 per la bella e doverosa defenestrazione delle solite bubbole sulla concorrenza dei videogiochi – anch’io nei primi anni 80 avevo il mio commodore 64 e più di trecento giochini copiati, ma quando arrivava Ken Parker o il Devil di Miller non c’era giochino che tenesse il confronto! E 5 per la citazione di Tantrum. Ma Feiffer sarebbe da recuperare tutto. Ogni tanto mi guardo gli unici tre volumi della crologica usciti e invio varie maledizioni a chi non se li era comprati…

    //oreno Roncucci

  14. Tra maestrini della minchia e art director pedanti questo blog è messo proprio bene.

    Moreno, nel terzo Feiffer di Fantagraphics – che brilla per la sua assenza nella mia libreria – che cosa c’e’?

    Ciao
    P.

  15. Nel terzo volume ci sono quasi due annate piene della strip “Sick, Sick, Sick” per il Village Voice (dall’inizio nel 1956 alla meta’ del 1958), e poi alcune storie brevi: “Boom” sempre dal Village Voice, “The Deluge” (pubblicato nel 1958 su Esquire), alcune strip del 1958 da “Sport Illustrated”, le illustrazioni per il libro “My mind went all to pieces”. Insomma, prosegue la pubblicazione cronologica delle sue opere fino al 1958. C’e’ persino una storia inedita realizzata in quegli anni, “Rollie”.

    //oreno

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