Motivazioni

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In questi giorni c’è a Lodi una manifestazione assai interessante. Si tratta di un festival, giunto alla terza edizione, che – tutti gli anni – si concentra su uno dei peccati capitali (che sono un po’ come 7 nani e ce n’è sempre uno che non ti ricordi: ira, invidia, superbia, accidia, gola, lussuria e brontolo).
Quest’anno il festival è dedicato alla superbia ed è caratterizzato da un grande lancio pubblicitario (sito internet, articoli su tutti i quotidiani, copertina dello specchio della Stampa, …).
Saputo che ci sarebbe stato un concerto dei Têtes De Bois, io e Fabian ci siamo piombati nel cuore di questo impero del peccato.
Non ho ben capito se Lodi sia effettivamente una città peccaminosa. Certo non lo dà a vedere: in giro non si vede né un’indicazione né una locandina del festival. E sicuramente, di tutti i posti approssimativamente civilizzati che ho visto, è quello popolato da indigeni tra i più gentili e meno consapevoli.
“Dovete andare proprio in centro. Passate sotto il ponte, girate a sinistra, fate la rotonda e poi chiedete lì dove si può parcheggiare” (Lodi è una cittadina piccola e assai piacevole pieno di parcheggi fin quasi in centro)
“Concerto? Mi dispiace, a noi negozianti non dicono mai niente”
“I peccati capitali? Non so, a casa mette via tutto mia madre”

Trovato il posto, un gentilissimo lodigiano ci avverte che lo spettacolo inizierà con mezz’ora di ritardo (giuro, non mi era mai successo che qualcuno si sentisse in dovere di giustificarsi per il ritardo di un concerto). Ci sediamo e aspettiamo nel piccolo tendone vuoto, chiacchierando beatamente. Nei dintorni si aggirano nervosamente Andrea Satta, voce dei Têtes De Bois, e Francesco Di Giacomo, voce – e che voce! – del Banco e ospite della serata.
Quando il concerto inizia, dentro il tendone saremo una cinquantina.
Eppure sul palco si recita, si suona e si canta con una dedizione e una spinta che, se ci si limitasse a osservare il pubblico, non troverebbero giustificazione.
Tornando a casa, in macchina, io e Fabian abbiamo trovato il tempo per porci domande oziose, che ripropongo qui:
Come è possibile essere un gruppo di culto per pochi (e forse pochissimi) e sopravvivere alla coesistenza coatta per dieci anni?
Dove si trovano le motivazioni per riuscire a stare sul palco per un’ora e mezza, dando fondo alle proprie risorse, per uno sparuto gruppetto di spettatori non paganti?
Come si riesce a essere così consapevoli dei propri pregi (non a caso partecipavano a una serata dedicata alla superbia) e, al contempo, a muoversi in un mondo – quello della musica – agonizzante?

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