Definizioni

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Mio figlio Davide ha due anni.
Ci siamo infilati in quel periodo (che avevo già vissuto con sua sorella Chiara che di anni ne ha cinque) in cui le riletture donano ai bambini la calda sicurezza consolatoria dell’assenza di sorprese (in realtà “Leggere le fiabe”, un bel libro di Valentina Pisanty, ha cercato a lungo di farmi capire che non è esattamente così, ma non si può troppo pretendere dal mio cervellino di consulente che ha le dimensioni e la consistenza di una noce moscata).
Una dei libri che rileggiamo con più gioia è “Luca, la luna e il latte”, un libro che Mausice Sendak ha scritto e disegnato nel 1970 e il cui titolo inglese è “In the night kitchen” (e anche Luca, negli Stati Uniti, non si chiama Luca, ma Mickey… non c’è più rispetto per nulla!).
Si tratta di un picture book eppure io, che mi incazzo tantissimo quando su Liber leggo Walter Fochesato che afferma che “noi sappiamo benissimo che tra fumetto e libro illustrato non c’è alcuna differenza”, mostro questo volume a tutti gli amici chiedendo se si tratti o no di fumetto. I miei amici, che sono molto più saggi di me, si rifiutano di assecondare questa mia ossessione per le definizioni e mi mandano a quel paese (in realtà i miei amici sono di solito un po’ più scurrili).
Eppure in “Luca, la luna e il latte” Maurice Sendak utilizza a pieno la grammatica del fumetto: ci sono i balloon, c’è la sequenza e c’è la sua usuale ossessione per il Little Nemo di Winsor McCay.
Sono convinto che per riuscire a cogliere la natura della bestia fumetto sia necessario partire da tre punti differenti: il suo essere linguaggio, il suo essere industria e le motivazioni di chi lo produce e di chi lo consuma. Insomma tutto ciò che Eisner, McCloud, Gubern, Groensteen, Eco, Barbieri, … è vero. Ma è anche fumetto tutto ciò che viene ideato, prodotto, distribuito e consumato come tale.
Mi è capitato per le mani “I fratelli neri”, un libro strano e bellissimo uscito qualche mese fa per Zoolibri. E’ una storia di povertà e rivalsa. Di bambini del Canton Ticino venduti da padri disperati a loschi intermediari privi di scrupoli che, a loro volta, li rivendono a spazzacamini milanesi perché vengano schiavizzati e uccisi lentamente da un mestiere assassino.
Un romanzo breve scritto a metà del ventesimo secolo da Lisa Tetzner e dal marito Kurt Held che, in quanto esule, non poté cofirmare l’opera. Cinquant’anni dopo, Hannes Binder rimette mano al romanzo e lo illustra. E nella nuova versione parole e immagini si compenetrano a tal punto da divenire indispensabili le une alle altre.
Un picture book, insomma, che però del picture book non ha né la paginazione né il formato.
Oppure un fumetto. Senza balloon però.

Non sono molto bravo a riconoscere le tecniche e gli strumenti di lavorazione delle immagini. Però quelle de “I fratelli neri” mi sembrano illustrazioni fatte su scratchboard, cioè carta gessata ricoperta da uno strato nero (o di altro colore) che viene graffiata con un oggetto acuminato. L’oggetto in questione si chiama sgarzino. Non ne ho mai visto uno ma il mio amico Lorenzo me lo descrive così: “è una roba che da lontano assomiglia a un pennino, lo si applica alla stessa cannuccia che regge un pennino, ma è privo del taglio mediano che nel pennino serve a far colar giù l’inchiostro, infatti non maneggia inchiostro, i bordi laterali sono affilati quasi come lame per grattar via lo strato superiore della carta gessata, si può usare di punta o di taglio, oppure anche intermediamente”. Uno strumento bastardo insomma.
In questi giorni sto guardando ossessivamente “Gina cammina”, il libro a fumetti di Antonella Toffolo (che uscirà fra un po’ per il Centro Fumetto Andrea Pazienza e che io sto leggendo in anteprima perché sono un ragazzo fortunato). Tenere “i fratelli neri” e “Gina cammina” l’uno accanto all’altro mi dà delle strane impressioni. Oltre ad avere in comune la tecnica di realizzazione, entrambi i libri inseguono memorie vecchie di cinquant’anni e le fanno riemergere dopo aver fatto scorrere in loro il fumetto.

11 Risposte to “Definizioni”

  1. borisbattaglia Says:

    Sono invidioso.
    Tanto per tirare l’amaca del Serra di domenica.
    Ma entriamo nel merito:
    già lo dicevo a Lorenzo che Antonella è il loro autore più maturo e completo.
    Mantiene le promesse?

    sciao
    boris

  2. sparidinchiostro Says:

    Mantiene, mantiene…

  3. anonimo Says:

    questo hannes binder è proprio bravo, un bastardo peggio dello sgarzino, che non sapevo essistesse.
    lo sgarzino, no hannes binder.
    anche pia valentini ha fatto dei bei picture books con scratchboard ultimamente. e anche spider of course my horse, e pure si vedevado diverse su marie claire annissimi fa di anthony russo. ma forse la cossa più pazzesca con quella tecnica l’ho vista su raw, un francesse (credo) e la storia di un personaggio che si spandevadisintegravacoollassava a doppie pagine e allora non lo sapevo e adesso non posso controllare ma mi sembra che era scratchboard.
    l’altro giorno mi spiegava in una delle 2 belle arti di brera un dipendente orientale molto informato che la miglior marca di scratchboar (non ricordo the name) non si fabbrica più già che il padrone è morto (riposi in pace) e i figli hanno dismesso la ditta.
    forse adesso si può fare un buon scratchboard col computer?
    I don’t know,
    non conosco neanche lo sgarzino!!!

    cerebroleso

  4. anonimo Says:

    Essendo cresciuto in superprovincia, dove il negozio di belle arti non aveva niente, non sono mai riuscito a trovare i pannelli per “il grattismo” (io lo chiamo così).
    Allora ho preso a costruirmeli. In sostanza si può utilizzare ogni superfice liscia e rigida, basta dargli uno strato di gesso acrilico o ammannitura (roba da artisti) e poi il colore. Una volta asciugato lo si potrà grattare con qualsivoglia attrezzo appuntito, ottenendo un perfetto effetto sgarzino.

    Se non si vogliono utilizzare tecniche che ricordano secoli passati, si può essere ultramoderni e stendere dell’inchiostro (anche la china va bene) su un foglio di acetato trasparente. Una volta asciugato si potrà grattare con gran facilità:
    Il foglio trasparente potrà poi essere incollato su superfice cartacea, applicando colori, sia sulla carta (per vederli in trasparenza) sia sul retro del foglio di acetato.

    Ok. Mi piace disegnare. Lo ammetto.
    Per chiudere l’argomento “grattismo”, non dimenticherei il lavoro di grattismo di Thomas Ott o quello di Leila Marzocchi.

    Bon.

    Aggiungo una cosa fantastica che mi hanno postato sul sito web. Scusate ma non resisto.
    Mi ha messo di buonumore appena svegliato:

    “Secondo il GRANDE dizionario Garzanti:

    FUMETTISTA
    1:chi crea o disegna storie a fumetti
    2:chi produce opere narrative di scarso valore.

    (postato da BLANK).

  5. sparidinchiostro Says:

    Chissà cosa dice il Garzanti di consulente?

  6. anonimo Says:

    ma allora, se ci sono tutti questi che si grattano, i figli del propietario della fabbrica inglese di scratchboard sono dei veri very really coglions!
    cerebroleso

  7. anonimo Says:

    sai qual è il bello? Che siamo alle solite: non sono d’accordo sul mescolare linguaggio, industria e mediazione (produzione-consumo) quando poi quello di cui parli è tutto linguaggio!
    Ma tanto ci vediamo stasera, e vedrai che un po’ di birre poi ci capiamo meglio… 😉

    m.

  8. sparidinchiostro Says:

    Per amor del vero non sono sicuro di essere d’accordo anch’io… Ma forse non ho capito quello che HO detto…🙂

  9. anonimo Says:

    Si prende un foglio qualsiasi, di qualsiasi colore, e un pastello a cera nero. Si colora per bene tutto il foglio e proprio con un pennino per inchiostro (i banchi di scuola delle Elementari Loenida Bissolati ancora avevano il boccetto dell’inchistro incastrato in un buco in alto a destra) si gratta via il nero per lasciar intravedere il colore sotto.
    Si chiamavano “i graffiti” e sono sicuro che Paolo alle elementari li ha fatti, ma non si ricorda.
    🙂🙂

  10. anonimo Says:

    Mi spiace di suscitare incazzature ma non ho mai detto che albo illustrato e fumetto siano la stessa cosa o giù di lì. Di cazzate se ne fanno e se ne dicono tante ma questa proprio no. Non collaboro a Liber da tempo e l’unica eccezione è stato una breve e remota intervista sull’illustrazione. Dove una frase del genere (si veda LiberWeb) non compare assolutamente. E se l’avesse detta qualcun altro?! O la memoria avesse giocato un brutto scherzo?
    Walter Fochesato

  11. sparidinchiostro Says:

    E d’altro canto io non sono in grado di verificare ciò che ho scritto (ché i Liber sono accatastati in uno scatolone da qualche parte).
    Sicuramente sbaglio e quindi mi scuso.

    Ciao
    P.

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