Eppure

Lo giuro sulla testa di Gianni Bella! Ero assolutamente ben predisposto.

Per giorni ho avuto in heavy rotation sul lettore CD la colonna sonora di Pulp Fiction (Vincent Vega: “Sai cosa mettono sulle patatine [french fries] i francesi?” Jules Winnfield: “No. Cosa?” VV: “Maionese…” JW: “Bleah!” VV: “Praticamente le annegano in quella merda gialla!”). Mi stavo preparando a una sana iniezione di immaginazione popolarissima.

Ho comprato Brad Barron. Mi sono seduto sul divano e ho iniziato a leggerlo.

Dieci minuti per le prime 7/8 pagine; quindici per tutto il resto del fascicolo.

Brad Barron è noioso e mal raccontato; Bruno Brindisi e – soprattutto – Tito Faraci sono indifendibili.

Eppure.

Eppure io ci avevo creduto che Faraci fosse un narratore.

C’è quella storia di Diabolik in cui Ginko rivela di avere un deposito in cui custodisce tutti i trucchi del genio del male recuperati in 40 anni di crimini. Il poliziotto decide di usare le stesse armi della sua nemesi e, sconfiggendola, chiarisce definitivamente che sarebbe un antagonista alla pari se non fosse prigioniero della legalità.

Ci sono poi quelle storie di Topolino in cui il personaggio potentissimo viene usato finalmente come si dovrebbe (così come avevano dimostrato in precedenza Walsh/Gottfredson e Scarpa).

Dopo questi gioielli, Faraci si è lasciato prendere da un’ossessione di onnipresenza: doveva essere ovunque. Sembrava quasi che a sceneggiare meno di quindici pagine al giorno si sentisse in colpa.

E questa scrittura inerziale ne ha ucciso le potenzialità. Pagine e pagine di descrizioni insulse in modo che anche il più stupido dei suoi lettori capisse tutto. Dal popolare al populismo.

Quando Bonelli gli lascia un enorme spazio di libertà per sviluppare un formato nuovo su cui muovere personaggi di sua ideazione, Faraci carica e spara: laddove ci si sarebbe aspettati il botto, un loffa.

Pagine e pagine di pedanti spiegazioni mascherate da dialoghi insostenibili.

Ha ragione Andreu Martin. Se mangi tutto il giorno chorizo, poi puzzi di chorizo.

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11 pensieri su “Eppure

  1. “Dopo questi gioielli, Faraci si è lasciato prendere da un’ossessione di onnipresenza: doveva essere ovunque. Sembrava quasi che a sceneggiare meno di quindici pagine al giorno si sentisse in colpa. E questa scrittura inerziale ne ha ucciso le potenzialità. Pagine e pagine di descrizioni insulse in modo che anche il più stupido dei suoi lettori capisse tutto. Dal popolare al populismo.”

    Dopo averlo letto sono rimasto deluso anch’io, e credo che le tue parole siano utilissime per descrivere la discesa di Tito Faraci come sceneggiatore. Spiacevole discesa, ovviamente.

    Ciauz!
    c.

  2. mi dice l’edicolante: senti un po te che compri tutto, guarda qui è uscito un giornaletto nuovo.. è il numero uno
    mi porge Brad Barron
    lo sfoglio e glielo ripongo tra la stracceria a fumetti
    -speriamo resti unico
    dico

    boris

  3. eppure tu avevi tanta fiducia in faraci.
    un altro uomo che ti delude, spari!
    ma la tua mamma non ti ha mai detto di stare attenta ai sceneggiatori coi baffi?
    cerebroleso

  4. scusate l’intromissione: io non ho letto ne conosco faraci. Mi vorrei riagganciare al blog del 2.5… ma la tecnica che dite voi, non si chiamava “scrap” e la tavola “scrap-board”? giusto per schiarirmi le idee
    tanx. l’artdirector

  5. Io non sarei tanto critico. Certo, se ci si aspettava tanto altro da un fumetto esplicitamente bonellinao popolare, forse si sbagliava anche l’approccio. Oltretutto un numero uno è un numero particolare, e giudicare tutta la serie da un solo numero (qualcuno senza nemmeno leggerlo…) mi sembra sbagliato, assolutamente.
    Detto questo, senza brillare per idea e sviluppo (ma l’originalità esiste?), la storia scorre bene, e sembra ben sapere dove andare a parare. Se qualche didascalia e qualche scena sono di troppo, è pur sempre una lettura, magari “pop corn”, ma solida.

    Ettore

  6. artdirector: per un attimo ho avuto un brivido. Poi – per fortuna – mi sono connesso al mio dizionario preferito (www.m-w.com) che mi ha fornito una definizione di scratchboard che ricorda quello che pensavo io (scrapboard secondo il Merriam Webster non esiste)

  7. Faraci è un sopravvalutato, anche da te (gli è che, nel paese dei ciechi, un orbo è re) e qui poi è vergognoso; Brindisi un mestierante qualsiasi che qui, in alcune vignette, non è nemmeno a livello di un mestiere passabile.

    Detto ciò, è il formato Bonelli che ha rotto l’anima da almeno dieci anni. Non se ne può più, è moribondo e non resta che aspettarne il trapasso. Peccato che nella sua lunga e putolente agonia abbia trascinato a mala morte praticamente l’intera scena (e l’intero mercato) del fumetto italiano.

  8. Se con formato intendi proprio il formato editoriale (dimensioni etc…) trovo la questione ridicola. Come se in futuro il manga non andasse più e si desse la colpa al formato tankoban. O come se facendo tex in cartonato francese cambiasse la situazione in meglio…

    Ettore

  9. Secondo me l’anonimo, con formato intende proprio tutto.
    Io sono d’accordo con lui, ma c’è una cosa che un giorno rimpiangerò, quando la putulente agonia avrà fatto il suo corso: i personaggi bonelliani devono ispirarsi ad un attore. E’ geniale quest’idea. Capisci? Non capisci? Mah…

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