Baci dalla provincia

 

Sono cresciuto a Senago che come puoi facilmente notare non è desinente in “ate”. Per fortuna lì intorno ci sono Novate, Garbagnate, Limbiate, Cesate e Bollate. A Bollate poi ci sono anche andato a vivere.

“La gamba del Felice” parla di questi posti (in realtà non proprio: è scritto da uno che è nato a Tradate ed è cresciuto tra persone che non hanno ancora ben capito se stanno a nord della Lombardia o a sud della Svizzera). E’ uno smilzo romanzo (meno di centocinquanta pagine) scritto da Sergio Bianchi ed edito da Sellerio.

E’ quello di Bianchi un racconto indispensabile. Parte dall’inizio degli anni cinquanta (e ancora non ho capito se è solo un caso che le mie letture mi portino spesso da quelle parti) e ti conduce per mano attraverso il miracolo italiano, fino a giungere all’apice di quel processo che ci ha condotto a ciò che Guido Crainz chiama efficacemente il paese mancato.

Lo sguardo della narrazione è molto gipiano. La Storia passa dalla provincia e La si annusa perché pervade i gesti di tutti coloro che non potranno mai ambire a un ruolo che sia minimamente più rilevante di quello della comparsa.

 

Sergio Bianchi è nato a Tradate, posto in cui ricordo di essere andato una volta sola (siamo così noi che viviamo in provincia, o andiamo per boschi o tendiamo a migrare verso il centro: dell’altrui periferia ce ne stropicciamo assai). Si era ancora negli anni 80 e c’era un concerto dei Nomadi. Augusto Daolio era ancora vivo (forse anche Dante Pergreffi) e avevamo avuto un po’ tutti questa enorme svisata per il gruppo dopo l’uscita di un doppio dal vivo che chiamavamo “like a sea never die” e che ci passavamo su nastri duplicati rumorosi e disturbati (inascoltabili, certo,  ma allora mi davano un piacere che oggi non oserei neanche chiedere a un CD).

E a Tradate ho vissuto il mio secondo concerto dei Nomadi (il primo era stato a Penna San Giovanni un anno prima). Ho anche abbracciato Augusto e c’è una foto lì a dimostrarlo e gli ho chiesto il mio pezzo preferito.

 

A un certo punto, la musica ribelle entra anche ne “La gamba del Felice”. Si fa sentire e questi ragazzi, mentre vivono la loro avventura immobile ma “on the road”, si mettono a cantare “Noi non ci saremo” (vedremo soltanto una sfera di fuoco, più rossa del sole, più vasta del mondo, nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà, tra il cielo e la terra per mille secoli almeno… ma noi non ci saremo).

 

Fosse di un qualche interesse, la canzone dei Nomadi che più amavo era “Il fiore nero” (così quando il sole muore, fiore perdi il tuo colore, le qualità che ti hanno reso vero, ma chi lo dice che il fiore è nero?)

 

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3 pensieri su “

  1. non so se centri, ma adesso sto leggendo la più grande balena morta della lombardia di aldo nove, bellississimissimo (il meglio da wovinda, direi), anche quello dalle tue parti provinciose: viggiu, paese (vero o inventato?) vicino a varese.
    come citadino del mondo le vicende di voi nativi le trovo proprio curiose, siete proprio uno spasso! parlerò col duca di cornovaglia per dirli di fare un giretto per bollate.

    bacini
    bacini
    cerebroleso

  2. ops, scusa, sai a volte le mura di questi palazzi aristocratici sono più spesi della mia scattola cranica: proprio non si riescono a sentire le sirene.

    cerebroleso

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