Antenati e pronipoti

Godzilla (GOJIRA)

Chiara e Davide (la prole) hanno portato me e Patrizia al parco dei dinosauri. O meglio, al parco della preistoria a Rivolta d’Adda. Abbiamo lasciato l’aeroporto di Linate alle nostre spalle e ci siamo sparati per una ventina di chilometri verso est. Venti chilometri di zone industriali, centri commerciali, multiplex e rotonde (soprattutto rotonde) che ci hanno condotto fino a questo posto insulso.
I bimbi (e non solo i miei) però si sono divertiti molto a vedere mostroni plasticosi immobili in mezzo ai prati.
Abbiamo versato l’obolo e girato nel parco, attentissimi a non lasciare il sentiero perché attorno c’era un sacco di divieti, per un bel po’. Chiara ha deciso che dovevamo fotografare tutto perché bisognava fare un libro.
Nel tardo pomeriggio, a casa, abbiamo disegnato un po’ di dinosauri.
Poi abbiamo messo sul tavolo un po’ di ammennicoli tecnologici.
Abbiamo riempito una cartella del computer di disegni digitalizzati con lo scanner, fotografie fatte durante la giornata, immagini scaricate da internet. Abbiamo aperto powerpoint (sono un consulente e so usare solo quello) e abbiamo costruito il nostro libro (mettendoci anche qualche animazione).
Alla fine del gioco a me è rimasta una domanda.
A metà degli anni 70 ho visto, a casa di un vicino, per la prima volta un telecomando e ne sono rimasto folgorato. Non volevo crederci. A casa avevamo un televisore coi bottoni e le manopole. Pigiavi l’interruttore e in mezzo allo schermo appariva un puntino luminoso.
Una cosa non ci mancava mai in provincia: il temporale. Il cielo iniziava a scoppiettare e subito si rimaneva tutti al buio. Mia madre andava a cercare le candele e, alla loro luce, si capiva che tuoni e lampi arrivano a velocità diversa.
Il nostro televisore sembrava ignorare questa regola elementare. Il suono arrivava prima dell’immagine. Quel puntino luminescente al centro dello schermo iniziava a inscenare dialoghi. Poi, dopo un minuto lunghissimo, si riusciva a vedere chi stava parlando.
Il telecomando significava immediatezza e controllo (seppure remoto). Click. Ed eri su un altro canale. Senza staccare il culo dalla sedia.
A casa il telecomando è arrivato qualche anno dopo, insieme al primo televisore a colori.
Finalmente io e le mie sorelle abbiamo capito perché quella pantera bianca (che ci dicevano rosa) e quel signore coi baffi si litigavano sostituendosi vicendevolmente fiori bianchi con fiori bianchi.
Giorni e giorni trascorsi con i livelli di luminosità e saturazione al massimo. Guardavi la tv per mezz’ora e poi ti allontanavi completamente rincoglionito e abbacinato: e davanti agli occhi era un’interminabile danza di puntini bianchi.
Per settimane abbiamo analizzato il comportamento del telecomando. Lo puntavi verso la vetrina buona del salotto, calcolando che il raggio invisibile avrebbe rimbalzato sul quadro e avrebbe infine colpito il televisore. Ancora oggi non sono sicuro ci fosse un qualche fondamento teorico nel nostro modello fisico naif. Eppure funzionava.
Oggi non mi meraviglia più nulla.
Il mio ufficio occupa una valigetta, ogni anno più piccola. Passo le mie giornate tra giocattolini elettronici e digitali (in alcuni casi ancora in sperimentazione prima della distribuzione al pubblico).
Oggi non mi meraviglia più nulla.
Ero convinto fosse uno degli effetti collaterali dell’essere divenuto un ometto maturo, ma…
Ieri ho messo i miei figli di fronte a una distesa di tecnologia (non d’avanguardia, ma pur sempre discriminante rispetto a quella che frequentano quotidianamente a casa dei nonni o a scuola, dove una fotocopiatrice è già un gadget da batcaverna).
Lo scanner è un oggetto straordinario.
La costruzione di una storia con animazioni – per quanto banali – usando il pc è una cosa che solo con carta e penna non posso fare.
Chiara e Davide non hanno dato alcuna dimostrazione di stupore. Eccitazione sì, ma nessuna forma di incredulità.
Accidenti! Vuoi vedere che la rivoluzione digitale significa anche questo?

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8 pensieri su “

  1. scommetto che quand’eri piccolo tu e tua sorella eravate il telecomando di casa…
    Adesso fare click e’ facile, ma risulta ancora difficile trovare il telecomando, quando e’ rimasto sepolto sotto i cuscini del divano, dopo l’ennesima lotta + solletico.
    Ecco: io mi stupiro’ di nuovo quando inventeranno il telecomando che trova i telecomandi sparsi per la casa. E da me, spesso, sparisce pure il telefono…
    Comunque, di fogli e colori e’ tappezzata ancora la mia casa e uno zainetto con l’occorrente per disegnare non manca mai ad ogni gita in treno. Pare che i miei figli si divertano ancora cosi’. Magari disegnano quel che vedono in TV, ma non sempre.

  2. forse i telecomandi per non perderli così facilmente potrebbero essere leggermente fluorescenti, ma soltanto l’idea mi orroriza
    davanti alla televisione noi abbiamo
    vado a vedè…
    quattro telecomandi!
    (sarebbero 5 ma quello per la musica l’ho buttato)
    per fortuna non ho il telefonino, se dovevo cercare nel buio pure quello…
    cerebroleso

  3. beh, dovresti pur darci un’indicazione.
    altrimenti cazzo ti tieni a fare questo bacino di voti?

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