Foto di Roald Dahl

La primavera non mi ispira neanche un po’. Per fare le pulizie, intendo. Iniziano a fiorire spacchi e scollature e a emergere trasparenze. La carne e gli odori mi tengono lontano da aspirapolvere e straccio.
Quando il tempo peggiora e le carni si coprono, faccio le pulizie di primavera.
Ieri scorrazzavo, allegro e armato di DELETE, per il disco rigido e mi sono imbattuto in un file difficile da aprire.
L’esame al carbonio 14 ha evidenziato l’importanza del reperimento. Un articolo insulso vecchio di 10 anni. Forse inedito (o forse apparso su una rivista effimera – giuro, non ricordo).
Tempi gloriosi. Ero ignorante come oggi e internet era un luogo desolato con relativamente pochi siti e pochissimi motori di ricerca (google non c’era ancora… AAARRRGGGHHH!!! Qualcuno un giorno mi spiegherà come abbiamo fatto a non estinguerci).
Siccome me ne vergogno un po’, lo metto qui (con errori, ingenuità e spiegazioni pedanti).
Un esorcismo che è anche un moto d’orgoglio. Il consulente è come il maiale: non si butta via niente!

LA DANZA MACABRA DI ROALD DAHL
Cosa il mondo abbia fatto a Roald Dahl resta un mistero irrisolto. Sicuramente lo scrittore, a un certo punto della sua esistenza, decise di rendere la pariglia.
Di lui sappiamo che nacque in Scozia da genitori norvegesi nel 1916. Crebbe nei collegi inglesi, di cui serbò sempre un ricordo terribile, e, allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale, si arruolò nella RAF. In seguito a una ferita riportata durante un’operazione di volo fu trasferito a Washington, DC. Alla fine del conflitto, ritornato in Inghilterra, sposò l’attrice Patricia Neal – che amo immaginare bellissima – da cui ebbe cinque figli. Poi, come spesso accade agli uomini, morì. Era il 1990.
Per tutta la durata della sua vita aveva coltivato il vizio della scrittura.
L’agiografia ufficiale dell’autore vuole che il suo esordio letterario coincida con la pubblicazione di "A Piece of Cake", narrazione del suo incidente aereo, venduta al Saturday Evening Post per 1.000 dollari (1).
Nel 1943 scrisse "The Gremlins", forse per esorcizzare le paure che da sempre attanagliano i piloti dalla fantasia troppo viva, e da quel momento, spaziando tra fantastico, mystery, nero e semplici malumori, produsse una gran mole di romanzi e racconti prevalentemente destinati ad un pubblico di fanciulli. Quasi tutti i suoi libri sono stati infatti pubblicati in collane di letteratura giovanile; eppure, leggendo e rileggendo la sua opera, ci si ritrova spesso a dubitare che il suo Lettore Modello fosse un ragazzo in età preadolescenziale. Dubbio, quest’ultimo, che ha sicuramente pervaso gli animi di tutti quei paladini dell’umana moralità che più volte hanno levato gli scudi contro l’opera di Dahl (2).
"Non mi sentii impaurita perché ero una creatura serena, tenuta di proposito all’oscuro di storie di fantasmi, di racconti fiabeschi e di tutte quelle fole che ci fanno infilare la testa sotto le coperte al cigolio improvviso di una porta, o all’oscillare della candela che anima sulle pareti l’ombra delle colonne del letto, quasi mute parvenze che s’agitano verso di noi." (3)
Con queste parole Laura, io narrante e coprotagonista di "Carmilla", spiega la propria situazione di infante felice. Questa descrizione sembra essere il concretarsi di quel sogno pedagogico che prese piede tra le classi più facoltose nella seconda metà del XVII secolo. In quel periodo il bambino cessava infatti di essere visto come adulto in miniatura e si attribuiva all’infanzia un’enorme importanza formativa. Spettava all’adulto, quindi, l’onore e l’onere di tenere il bambino alla larga dai testi ritenuti inadeguati. La conseguente esasperazione di questo concetto, avvenuta attraverso due secoli di accurato lavorio, portò Dahl a maturare una sensibilità estetica che anticipa di alcuni decenni un felice aforisma di Pennac: "Che pedagoghi eravamo, quando non ci curavamo della pedagogia" (4).
La scrittura di Roald Dahl e’ un palese esempio di bello stile: pulita e priva di fronzoli. Al contrario, l’ordito e l’intreccio delle sue trame si infittiscono a tal punto da nascondere miriadi di piccoli e grandi mostri: è questo il segreto per costruire mostri veramente credibili e, Tyrell insegna, far sì che siano "più umani degli umani" (5). Le creature che in Dahl suscitano vero terrore non sono i giganti divora bambini di "GGG", né gli uomini nuvola di "La Pesca Gigante". I mostri sono personificati da quegli esseri che, per conquistare fette di potere nel proprio microcosmo (sia che si tratti del mondo intero che le streghe vogliono liberare dai bambini, sia del giardino della casa degli sporcelli), esasperano i difetti umani.
L’antitesi manichea, che è, e deve essere, una delle caratteristiche salienti della letteratura per l’infanzia (ma non solo di quella), viene annullata. I cattivi, facenti funzione, rappresentano spesso il potere: la loro etica è infetta da una malattia epidemica le cui cause sono "la ragione dei soldi" e il "frega il prossimo tuo", e il cui sintomo più palese e’ un’immotivata ferocia resa ancora più terribile dalla propria gratuità. Questa sindrome virale, capace di contagiare chiunque ne venga a contatto anche per brevi istanti, lascia intonso il buono.
Quest’ultimo, infatti, decide – o, più spesso, eventi fantastici decidono per lui – di non poter tollerare oltre e attua dolorose e violentissime vendette, che il lettore caldeggia solo perché ben motivate.
La parola latina monstrum, fa notare Antonio Caronia, ha la stessa radice etimologica di monstrare (far vedere), ma anche di monere (mettere in guardia) (6). I mostri in Dahl sono adulti (ma, con assoluta tranquillità, possono aspirare all’annessione alla categoria i bambini teledipendenti, viziati e golosi tratteggiati in "La Fabbrica di Cioccolato") il cui scopo è quello di ammonire il lettore. Si tratta di una terribile totentanz – avente come destinatari i bambini – in cui i ballerini non sono più gli scheletri ma gli arrivisti e gli sfruttatori. Il monito non cambia: "Sei ciò che io fui, sarai ciò che io sono".
Questa volta pero’ il lettore non si trova di fronte all’ineluttabile verità che avrebbe posto un "memento mori" (il "ricordati che devi morire" di troisiana memoria): ci si può ribellare e i mostri possono essere spernacchiati. La carica eversiva delle vendicatrici cattiverie del buono è, non solo giustificabile, ma anche accettabile.
Verrebbe da convincersi che, con la furbizia che e’ propria di ogni autore smaliziato, Dahl costruisca personaggi con cui il bambino, in virtù della propria innata cattiveria, possa identificarsi con sommo godimento. Eppure questa affermazione ("i bambini sono naturalmente cattivi") mi fa sentire pronto per essere antologizzato da Fabio Fazio nelle sue raccolte di luoghi comuni. Fortunatamente, quando ormai sono convinto di essere sul punto di affogare nella fanghiglia della mia becera incapacità di comprendere, l’immenso Antonio Faeti mi getta un’ancora di salvezza e mi spiega:
"Questo dilacerante poeta pedagogista si è calato in una nursery tutta sua, dove si stava, sì, con i bambini, ma senza mai dimenticare tutto il resto. Il processo di trasformazione pedagogica operato da questo autore, probabilmente, e’ proprio nella linea dei grandi terremoti immaginativi: un tempo i bambini dovevano catturare Defoe, Swift, Cervantes, Rabelais e modificarli, ridurli alla loro capacità di fruizione. Con Dahl si è rovesciato il processo: il gigante non ha parlato direttamente agli adulti, ha scelto i piccoli, i grandi dovrebbero guadagnarselo." (7)
E, in questo mondo, è assolutamente accettabile che Cappuccetto Rosso, con cui il bambino tenta immediatamente di identificarsi, si stufi del copricapo che le attribuisce quello sciocco nomignolo e indossi la più calda pelliccia del lupo cattivo, preventivamente abbattuto a pistolettate.

==

Note
(1) Non conosco il racconto e non sono riuscito a trovarne alcuna edizione. L’informazione non e’ stata quindi verificata.
(2) Nella lista, fornita da Greenwood Press, dei libri piu’ volte messi al bando durante gli anni 90 Roald Dahl compare con ben tre titoli: The Witches ("Le streghe"), Revolting Rhymes ("Versi Perversi") e James and the Giant Peach ("La Pesca Gigante"). Tale lista e’ visionabile all’indirizzo di rete internet http://www.cs.cmu.edu/Web/People/spok/most-banned.html. [il link ovviamente non funziona più]
(3) Sheridan LeFanu, "Carmilla", trad. Attilio Brilli, Sellerio – Palermo, 1980
(4) Daniel Pennac, "Come un Romanzo", trad. di Yasmina Melaouah, Feltrinelli – Milano, 1993
(5) "Blade Runner", USA 1982, regia di Ridley Scott, sceneggiatura di Hampton Fancher e David Webb Peoples dal romanzo "Do Androids Dream of Electric Sheep?" ("Cacciatore di Androidi") di Philip K. Dick. Tyrell, della Tyrell Corporation, era Joe Turkel.
(6) Antonio Caronia, "Il Cyborg – Saggio sull’Uomo Artificiale", Theoria – Roma – Napoli, 1985
(7) Antonio Faeti, "Segni & Sogni – Cento di questi istrici" da "L’Unità" del 6 Novembre 1995.

8 pensieri su “

  1. non ho ancora potuto leggerti, partita dalla bibliografia leggo come un romanzo di Pennac, è da tempo che mi chiedo lo compro-non lo compro-dopo essermi saziata anni fa con la saga di Malhaussene, ero incerta. adesso devo leggere ben benino.
    la sorellastra cattiva (sono certa)

  2. Patricia Neal non hai bisogno di immaginartela, il Web è pieno di foto sue perché era un attrice piuttosto nota. Sulla sua vita fu alestito anche un film strappalagrime, perché si ammalò di sclerosi multipla o simile accidente e ne guarì, più o meno. Ancora pochi anni fa (ora forse è morta) attendeva, un po’ sbilenca, i fund raising per quel malanno.

    Di Roald Dahl (che era alto più di due metri) sono belli anche i poco noti, e forse intradotti in italiano, racconti erotici.

    Se gli scrittori anglosassoni per l’infanzia con un bend perverso fossero freni di bicicletta, Roald Dahl sarebbe un freno Campagnolo.

    Melo Freni

  3. Aggiungo: non metterti anche tu a fare i post da professorino, colle note, dopo che hai giustamente rivoltato un altro per lo stesso vizio… sono queste cose (scusami la seriosità) che confermano i nemici del fumetto nei loro sospetti peggiori.

    Melo Freni

  4. Melo: guarda che quello che dico nel cappello introduttivo è tutto vero. L’ho trovato ieri sera nel pc. E’ stato scritto una decina d’anni fa (i testi citati in nota lo confermano). Probabilmente è uscito o su Carmilla primissima edizione o su un settimanale della provincia (non ricordo). Me ne vergogno molto. Non l’ho modificato in alcun modo (per esempio l’elenco dei 100 libri più spesso banditi nei gloriosi anni 90 si trova ancora facilmente, ma mi piaceva lasciare il link come reperto storico). Google non ce l’avevo ancora e mi prendevo abbastanza sul serio (anche adesso, però fingo cazzoneria).

    Ciao
    P.

  5. Sorellastra (Genoveffa?): mi sento un po’ in colpa. Quando è uscito come un romanzo, l’ho letto con attenzione (e mi era anche piaciuto).
    Poi mi è capitato di sfogliarlo nuovamente e Pennac è volato tra i maestrinidellaminchia (cmq i malaussene me li ricordo con piacere).

    Ciao
    P.

  6. Ciao P.

    Grazie del consiglio, l’avevo sfogliato anch’io e non mi aveva convinto per quel che io mi aspettavo. non ti devi scusare di nulla sono cose vecchie. andiamo avanti. qualcuno ha già pensato alla proposta delle magliette? mi piacerebbe vedersi scatenare la fantasia e l’immaginazione del cazo degli artisti fumettisti piccoli giovani e i giovani di ieri (perchè no). Igort: san gennà non ti crucciare tu lo sai te voglie bene ma na finta e Maradona scioglie ‘o sanghe rinte ‘e vene…non fateglielo sapere all’ingegnere che sennò le royalties le devo pagare io (e vedi se non me le viene a chiedere sul serio).
    la strega di benevento

  7. sulla rete francotedesca artè (sì, sono snob) ho appena visto un servizio su Nicolas de Crécy e il suo fumetto sul Louvre chiamato Période Glaciaire. sembrava tre belle.

    cerebroulesè

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