Un’idea di fumetto 
 
Quando ne vuoi parlare, ti ritrovi costretto a cercare la bestia. Il puzzo te ne rivela la presenza, eppure non riesci a coglierne la natura. Forse è annidata nel non detto (c’è chi crede che il fumetto sia un apostrofo rosa tra due quadretti). Forse è fumo ineffabile, che ci mette un attimo a finirti negli occhi e a farti perdere il senso di equilibrio di una pagina (come succede con gli enormi balloon dell’ultimo Pratt). Forse vuole solo far ridere (comic, manga o historieta che sia) o essere leggero (giornaletto, quadrinhos o tebeo).
L’ossessione per una definizione caratterizza tutti coloro i quali cercano di accostarsi al fumetto. Non c’è – come per il cinema – una tecnologia discriminante che lo rende possibile e che rende possibile solo lui. Non c’è un elemento linguistico che lo distingue da tutti gli altri linguaggi. Pure l’industria che lo partorisce è spesso madre di altri animali.
Il fumetto ha natura di bastardo. E’ linguaggio. E’ industria. E’ anche – e soprattutto – impianto motivazionale (vale a dire che è fumetto tutto ciò che viene progettato, prodotto o fruito come se fosse fumetto).
E allora divengono necessari i canoni: i classici e i grandi classici del fumetto oppure i 100 libri.
Ecco il mio. Ovviamente in più puntate e ovviamente con dimenticanze e inclusioni che oggi difendo e domani forse no.

Il canone fumettistico – 1

1833 – Histoire de Monsieur Jabot di Rodolphe Töpffer 
Topffer 
Anche quando si cerca di accudire teneramente la propria puzza sotto il naso, è impossibile non partire da lì. Il ginevrino ha prodotto una manciata di storie in autografia (credo fossero sette) e ha teorizzato un modo di combinare parole e immagini che a me ricorda molto il fumetto. Senti un po’:
“Si possono scrivere delle storie in capitoli con segni e parole: è la letteratura nel senso comune. Ma si possono anche raccontare storie con il susseguirsi di rappresentazioni grafiche continue: e questa è la letteratura per immagini. Fare letteratura per immagini non significa servirsi di un mezzo per esprimere un’idea grottesca, ma non vuol dire neanche rappresentare una storiella o un motto. Significa invece l’invenzione totale di un fatto per cui singole parti disegnate messe una accanto all’altra rappresentano un tutto”.
E ancora:
“I disegni privi di testo avrebbero un significato oscuro; il testo senza i disegni non significherebbe alcunché. Il tutto insieme forma un romanzo originalissimo che non assomiglia più a un romanzo ma a qualcos’altro”.
La storia del signor Jabot, la prima tra quelle di Topffer a essere data alle stampe, è esilarante. Esiste un bel volume quadrotto, dedicato al precursore svizzero, edito all’inizio degli anni 70 da Lerici nella collana filatterio, ma temo sia introvabile. Consiglio due volumi francesi: “Histoires en images”, edito da Pierre Horay raccoglie le sette storie di Topffer, e “Essai de physiognomonie”, un saggio del ginevrino edito da Eclat e prefato da Thierry Groensteen.

1905 – Little Nemo di Winsor McCay 
Little Sammy 
Salto a pie’ pari Hoffman e Struwwelpeter, Dorè e le fatiche di Ercole, Busch e gli odiosi Max und Moritz. Salto, un po’ soffrendo stavolta, A.B. Frost (ma, mi raccomando, fai un giro sul sito che gli dedica Coconino World). Salto, con sottile godimento, anche Yellow Kid e finalmente piombo su Little Nemo.
Perché Little Nemo è imprescindibile. Perché in quelle pagine c’è tutta la storia di occasioni perdute dal fumetto, di cui si narra in Hicksville. Perché McCay era velocissimo e bravissimo. Costruiva pagine in cui ci si deve obbligatoriamente perdere e, dopo il suo passaggio, tutti quelli che parlano di ritmo nel fumetto devono stare attenti. McCay inventore dell’animazione. McCay ideatore di Little Sammy e dei suoi starnuti, dei sogni di divoratori di crostini e del regno di Slumberland. McCay che faceva vaudeville e interagiva sul palco con i propri disegni. McCay che un giorno Hearst, il magnate della stampa, lo ha coperto di quattrini e allora si è seduto al suo tavolo a fare il suo mestiere da impiegato della pagina ed è morto prima di morire. Ci restano il volumone Taschen che raccoglie molte delle pagine del Little Nemo, il bel libro di saggi e omaggi appena fatto da Coconino (Little Nemo 1905 – 2005: un secolo di sogni), un DVD che raccoglie tutti i cortometraggi d’animazione e una serie di costosi volumetti editi da Checker (Winsor McCay: the Early Works, almeno 7 volumi a oggi – non li consiglio). Coconino World dedica a McCay un bel sito.

(1. continua)

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11 pensieri su “

  1. questa serie di post comincia in modo magistrale!!!!!! mi piace assaiiiiiiiiiiiiiiiii
    cerebroleso

  2. “Histoires en images”

    dritte su come/dove trovarlo, ti prego.

    Di Little Nemo alle fiere si trovano ancora i quattro volumi del Gruppo Editoriale Lo Vecchio a prezzi decenti.

    Baci,
    c.

  3. Bella questa storia citofonica del fumetto, con illustrazioni. Meriterebbe un blog a parte.

    McCay si sarà ispirato a Daumier?

    Melo Freni

  4. era di vladimir sorokin che parlavi tempo fa? sto leggendo il suo libro Ghiaccio, che non è male, anche se la sua scrittura è sciatta peggio d’una canzone di robbie williams, e salto più pagine di quelle che leggo.
    ma quello che mi fa cagare + di tutto è la copertina: possibile che TUTTE le copertine d’einaudi siano così idiote? belle o brutte, non importa, ma sicuramente IDIOTE? Con una relazione col testo che contengono a dir poco elementare, ma cosa dico, da asilo nido, ma cazzo balbetto, da prenatale?
    mi sa che la cosa più rivoluzionaria sarebbe tornare alla grafica ottocentesca: carta marmorizzata, titolo e autore in lettere dorate sulla costa e buonanotte.
    ah, che rrrrrrrrrrrrrrrrrrabbia questa mattina! lavoratori di fahrenait 451! nerone imperatore! venite, venite! bruciamo tutta questa monnezza!
    cerebroleso

  5. oggi invece sono arrivato a metà e il libro mi piace
    la copertina invece continua a essere una merda, continua, ed è sempre scritto tipo bestseller aeroportuale

    ma mi piace

    cerebroghiaccio

  6. mio caro matta, piccolo bastardo rotto in culo succhia cazzi, se vuoi fare il grafico di libri aeroportuali dovrei seguire queste tre reglole:

    1 – titolo e autore in lettere molto, me molto grandi.

    2 – parti del disegno p della tipografie in colori mettalizati e/o in rilievo

    3 – sfondi piatti, di preferenza neri, bianchi o rossi

    se non ci credi chiedi al art-director

    art-lesso

  7. ho finito sorokin
    bellissimo
    certo, ho saltato molte più pagine di quelle che ho letto
    ma la struttura in tre parti fatte con stili diveres mi piace assai

  8. Cerebrominchiadura: nonono, alla terza non ti credo più. Forse un po’ sì. Ma forse un po’ più no.

    >3 – sfondi piatti, di preferenza neri, bianchi o rossi

    per me i tomi aeroportuali sono poco piatti, ma molto foto-sfatti: foto neutre, dettagli della minkya, o sfumati.

    Al prossimo aeroporto ti posto dentro. Dentro nel blog, dico.

    Il granchio

  9. stai insinuando che da troppo tempo non vado in aeroporto?
    mmmmhhhhhh
    mah
    lasciami andà a vedè e poi ci riparliam
    cerebrolines

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