Il canone fumettistico – 3

1938 – Topolino e la banda dei piombatori di Floyd Gottfredson e Merril De Maris
niente strisce del signor Tubi in rete, sorry...
Sì, lo so, il periodo del topo disegnato da Floyd Gottfredson che bisogna leggere e rileggere è quello in cui la striscia veniva scritta da Bill Wlash. Quello che inizia nel 1943 e va avanti per quattro o cinque anni. Ma la storia dei piombatori l’ho sempre trovata illuminante. Inizia con un Topolino disoccupato che bussa a ogni porta in cerca di impiego. Quando gli viene chiesto cosa sappia fare, il topo non può che dichiararsi avventuriero-cacciatore-spia-esploratore.
Ah… Allora non sai fare niente…
Dopo vari tentativi, Topolino riesce a farsi assumere come apprendista idraulico dallo stranissimo signor Tubi. E da lì in avanti è un’escalation di colpi di scena che, striscia dopo striscia, presenta un’impressionante banda di cialtroni (di cui non dico di più, ché magari non hai mai letto quella storia) che mi sembra anticipare di 30 anni il gruppo TNT.
Il topo di Gottfredson si trova in edizioni anche recenti (credo che la collana de “i maestri Disney” gli abbia dedicato alcuni fascicoli). Io – spocchioso come sono – consiglio caldamente “Il topolino d’oro”, serie di fascicoli mondadoriani che oggi si trova solo sulle bancarelle (ma senza fatica eccessiva e spendendo tra i 5 e 10 euro per ciascun fascicolo). La banda dei piombatori è nel ventiduesimo numero. L’impareggiabile pregio del topolino d’oro è di presentare le strisce di Gottfredson nel formato a loro più congeniale (si tratta di alboni orizzontali che ospitano tre strisce per pagina e stampate, su carta opaca, dignitosamente e con discreto rispetto dei retini). Inoltre l’ondata di political correctness che , in un impeto di culto del piagnisteo, ha investito i fumetti della multinazionale lì ancora non era neanche ipotizzabile: i servitori di colore sono incredibilmente di colore.
“In trappola col topo” di Antonio Faeti (un Einaudi che, con una botta di fortuna e un po’ di costanza, si riesce a trovare nei remainder’s) è un’ottima introduzione e analisi a Topolino e, soprattutto, ai lavori di Floyd Gottfredson.

1940 – The Addams Family di Chas Addams
Attenzione. Caduta massi
– Amore, sei infelice?
– Oh sì, sì, completamente
(lui e lei abbracciati teneramente sul divano nel salone di una casa fatiscente e piena di ragnatele)
Il New Yorker è un settimanale cui gli appassionati di illustrazione dedicano sempre un’occhiata voluttuosa. La cura artistica è garantita da anni da Françoise Mouly. Ted Rall, che in Italia si è visto su Linus con il suo reportage a fumetti dall’Afghanistan (credo), dice – su Villace Voice, se ben ricordo – che la coppia Mouly/Spiegelman è una sorta di piccola mafia newyorkese della narrazione illustrata: se vuoi pubblicare devi obbligatoriamente entrare nel loro entourage. Quando Rall riuscirà a fare Raw, Maus o Little Lit, gli presterò ascolto. Bisogna ammettere che le vignette del New Yorker, che per scelta editoriale hanno uno spettro estremamente risicato di temi possibili, oggi sono pregevoli oggettini che suscitano solo noia mortale.
Non è sempre stato così.
– Non venire a frignare da me. Va’ e digli che lo avvelenerai anche tu.
(la madre alla figlia che piagnucola, mentre l’altro figlio spia da dietro una porta socchiusa)
Stuporone mi aveva causato l’aver scoperto che i personaggi dei telefilm della famiglia Addams provenivano da un fumetto (credo di averlo letto su un trafiletto di un TV sorrisi e canzoni, ai tempi in cui Doris Day non era ancora vergine).
Più tardi avrei appurato che non si trattava esattamente di un fumetto. Chas Addams nel 1940 inizia a utilizzare, in maniera ricorrente nelle sue vignette per il New Yorker, una famiglia di mostri.
Conosco solo la sua seconda raccolta di vignette “Addams and Evil” del 1947 e una sorta di “best of” intitolato My Crowd del 1991, un libro con un copertina fotografica molto brutta (ma molto meno difficile da trovare dell’altro), uscito in occasione del film di Sonnenfield, che raccoglie quasi tutto Addams and Evil e anche altre cose.
– Questo porcellino va al mercato, questo porcellino resta a casa, questo porcellino ha un arrosto, questo porcellino non ha niente, questo porcellino si lamenta fino a casa, e questo porcellino…
(il papà che gioca con le dita di un piede della figlia)

1940 – L’uovo di Ortone del Dr. Seuss
Ortone (l'immagine viene da Ortone e i piccoli chi)
Sulla formazione dei fumettisti underground e post underground statunitensi, da Robert Crumb, ad Art Spiegelman, a Dan Clowes e oltre, ho solo due certezze: 1. hanno letto con attenzione e divertimento il Mad di Harvey Kurtzman, seguendo poi questo narratore straordinario sulle altre pubblicazioni che si sarebbe inventato e avrebbe diretto; 2. sono stati in villeggiatura a Seussville, durante l’infanzia.
Di Kurtzman riparlo fra 14 anni.
Ora mi concentro su Theodore Geisell che non faceva fumetti, ma ha avuto un‘influenza così forte su tutti gli statunitensi nati dopo la seconda guerra mondiale che non può essere escluso da un canone fumettistico. Faceva picture book con narrazioni in versi e si firmava Dr. Seuss. E tutte le sue storie (o, per lo meno, tutte quelle che conosco io) sono ambientate in un mondo consistente in cui l’imbecillità è da dileggiare, la diversità non è reato e chiunque può ammettere di essersi sbagliato.
Per esempio, L’uovo di Ortone (uno dei suoi primi libri, tradotto anche in italiano) racconta dell’elefante Ortone che si presta a covare l’uovo della frivola allodola Giodola, mentre amici e conoscenti sfottono e fuggono. E’ una storia di dedizione assoluta e di ferrea determinazione a mantenere la parola data. E fin qui niente di strano. E’ anche una storia di diversità (figurati! Quell’elefante irsuto che cova un ovetto tanto esile). E infine è una lode alle famiglie estese in cui chi ti accudisce e ti vuole bene e molto più importante dei tuoi genitori biologici.
Giunti ha fatto un po’ di libri del Dr. Seuss. Quelli che, in casa, amiamo di più sono, oltre alle due storie di Ortone (ah, già. L’elefante torna in “Ortone e i piccoli Chi”), “gli Snicci e altre storie” e “Il mostrino nel taschino”.

(3. continua)

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3 pensieri su “

  1. Bisogna ammettere che le vignette del New Yorker, che per scelta editoriale hanno uno spettro estremamente risicato di temi possibili, oggi sono pregevoli oggettini che suscitano solo noia mortale.

    Boh, parla per te. Le vignette del NY sono a tutt’oggi deliziosissime.

  2. Continuo a leggere questi posts perchè imparrrro una cifra di cose.
    Grazie maestrino basic

    milim

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