Il canone fumettistico – 4

1943 – Pogo di Walt Kelly 


Due ossessioni mi hanno scosso durante l’infanzia: il cinema (il nonno cui i miei mi appioppavano per tre mesi l’anno aveva un amico proprietario di una sala di ultima visione) e il fumetto. Il cinema mi ha perso e oggi vedo, il più delle volte comodamente sdraiato sul divano di casa, meno di un film la settimana, il più delle volte annoiandomi. Il fumetto continua a ghermirmi viscere e sinapsi (tante le prime, poche le altre). Anche da bambino amavo leggere fumetti e amavo leggere di fumetti. Avevo una raccolta di ritagli di giornali che parlavano (male e approssimativamente) di eroi e nuvole di carta. Uno dei regali che più ho apprezzato è stato “il manuale dei fumetti”, un libro giallo scritto da tale B.P.Boschesi.
Ne ricordo l’odore, la grafica, i colori, il peso e la consistenza al tatto. Ne ricordo anche la strutturazione in sezioni, le sequenze di personaggi presentati e gli errori. E poi ricordo alcuni personaggi che mi interessavano e che non riuscivo a trovare. C’erano Lone Sloane, Buck Ryan, Momma e Wonder Woman.
C’era anche Pogo.
In Italia lo si era visto – ho scoperto più tardi – sul corriere dei piccoli e su Linus (con una recrudescenza negli anni 90). Poi più nulla, fino al classico di Repubblica di un paio di anni fa (il volume più rilevante che quella collana abbia pubblicato; l’unico che avresti DOVUTO comprare).
Pogo di Walt Kelly, quando apparve la prima volta su comic book era molto diverso dalla versione definitiva delle strisce quotidiane. Eppure c’era già la parlata sghemba del sud, la palude di Okefenokee e tutta una serie di coprotagonisti che avrebbero contribuito alla grandezza di questo fumetto: da Bumbazine (bambino nero che poi scomparirà e che nella prima storia prepara una torta non commestibile) all’alligatore Albert (inizialmente cattivissimo), all’opossum (nelle prime storie più antipatico di Topolino), alla tartaruga (che poi sarebbe diventata Churchy Lafemme) e a tutti gli altri animali.
Leggere Pogo oggi costa fatica. In italiano esiste solo il volume di Repubblica. In inglese non si trovano i quattro fascicoli editi da Eclipse che ristampano i comic book. i vari volumi editi da Simon e Shuster che raccolgono le strisce e gli undici volumi orizzontali, fatti da Fantagraphics, che contengono la cronologie delle strisce fino al 1953.
Su Baribal, quelle strisce, farebbero la loro porcissima figura.

1943 – Red Hot Riding Hood di Tex Avery

Musica suadente e sensuale da night club (come ce la immaginiamo noi che in un night club vero non ci abbiamo mai messo piede). La prima cosa a fare capolino dal sipario scarlatto ancora chiuso è quella gamba formosissima. Poi compare Cappuccetto Rosso. E’ bellissima e l’abitino corto non le copre le cosce. Alla seconda giravolta apre la mantellina e, per dirla con lo Zanardi pazienzesco, scopre la torta.
Il lupo, comodamente seduto al tavolo davanti a un calice di champagne, è elegantissimo e fuma il sigaro. La vede e non si trattiene oltre. Gli occhi gli escono dalle orbite, la mascella cade per mezzo metro e dalle fauci spalancate si srotola una lingua infinita. Fischia, ulula e inizia a fluttuare. Si inturgidisce e arcua e rimane sospeso a mezz’aria con quella forma inequivocabile (con quel muso, poi!).
Non è il primo Avery e, probabilmente, neanche il più innovativo. Lo racconto a memoria (sperando di ricordare bene) perché mi si è impresso nella memoria così. Prima c’erano già funny animal nel mondo del fumetto. Dopo questo cortometraggio d’animazione gli animali antropomorfi dovranno obbligatoriamente essere diversi. Dovranno necessariamente confrontarsi con la lascivia di Cappuccetto Rosso e con il priapismo di Wolfy.

1946 – Spirit di Will Eisner

Ti infili una mascherina sottilissima, un borsalino e un paio di guanti e sei un irriconoscibile supereroe. Danny Colt approfitta di una pistolettata e si trasferisce al cimitero. Nascosto tra le lapidi si conquista un osservatorio privilegiato per dichiarare guerra al crimine.
Spirit nasce da penne e pennelli di Will Eisner, con la presunta morte di Danny Colt, nel 1940 ed è fin da subito interessantissimo, però – a leggerle oggi e senza la pulsione all’analisi – quelle storie, molto datate, annoiano. Dopo la seconda guerra mondiale, Eisner torna al tavolo da disegno e si riappropria del proprio personaggio (affiancato da Jules Feiffer, Wallace Wood e Klaus Nordling). Dal 1946, Spirit è un ottovolante: un episodio la settimana, con pochissime cadute e tantissime invenzioni. Soluzioni nuove e godibilissime oggi, a mezzo secolo di distanza.
Kappa Edizioni sta traducendo gli Spirit Archive. Il prossimo volume (che costa un fegato nuovo) dovrebbe per l’appunto essere il dodicesimo, cioè quello su cui iniziano a essere raccolte le storie dal 1946 in poi. Da lì in avanti la riproposta cronologica dovrebbe proseguire con uscite annuali. Se hai fegato, facci una pensata.

(4. continua)

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14 pensieri su “Il canone fumettistico – 4

  1. Stupendissima parafrasi dello specchio della cui esistenza non ci accorgiamo: il nemico siamo noi.

    Parole, specchio.
    Anche una vignetta che fa verso all’altra, è specchio.

    milim

  2. Sì. E anche quella roba che quando ci passo davanti, come per magia, compare un brutto ceffo che si muove esattamente come me.

    Adesso, il primo che cita Tlon, Uqbar e Orbis Tertiur e gli specchi abominevoli come il sesso (perché moltiplicano gli uomini), lo sbatto dal preside!

    Baci
    MaestrinoBasic

  3. Adesso, il primo che cita Tlon, Uqbar e Orbis Tertiur e gli specchi abominevoli come il sesso (perché moltiplicano gli uomini), lo sbatto dal preside!

    La storia citofonica del fumetto mi piace sempre di più, per rigore e anche per pregi di scrittura (e di gusto). Continuo a ritenere che meriti un sito a sé, con più dovizia d’immagini, naturalmente.

    Sempre buone le letture extracurricolari… conosci il racconto “I giornalini” (mi pare) da Tu, sanguinosa infanzai di Michele Mari?

  4. Non lo conosco. Ho fatto una ricerca con google e ho scoperto:
    1. che il libro è esaurito presso ibs (quindi in feltrinelli, se chiedo, mi guardano come un idiota – e di solito non sbagliano)
    2. che esiste in rete un pdf che contiene una selezione di 30 pagine di Mari fatta da lui medesimo con dentro un pezzo dei giornalini

    Come conti di rimediare?
    Me ne spedisci una fotocopia?
    La dai a qualche amico comune?
    Me la dai tu stesso quando mi paleso a casa tua?

    Baci
    P.

  5. te lo do io, la prima volta che mi sdebito per le birre.
    per me non vale la pena, Mari è uno schizofrenico che crede di essere alle volte grass alle volte benjamin.
    sopravvalutato.
    sciao
    boris

  6. Fin qui tutte scelte condivisibili, magari le rogne e le polemiche arriveranno con la selezione di opere e autori più recenti. Non cascare nel tranello dell’originalità a ogni costo, saltando classici forse ovvi, ma indispensabili. Ricordo a questo proposito una intervista a Fofi comparsa su un vecchio “Blue”, dove l’intellettuale sentenziava giudizi alla cazzo sul povero Crepax ancora vivo tra l’altro, Pratt, ecc.
    Bye
    canti del caos
    ps
    Mari mi sembra comunque uno scrittore/pensatore interessante, certo poteva risparmiarci la pubblicazione del suo fumetto adolescenziale ispirato al Barone di Calvino, uscito a puntate su “Il caffè illustrato” (bella rivista con cui ehm collaboro, sorry per il cedimento)

  7. crepaz è morto
    passi
    prat è morto
    passi
    ma eddy guerrero noooooooooooocazzoputtanavacca

    cherebroleso

  8. Martin Karadajian? si scriveva così?
    I miei omaggi al signor Sergio Algozzino, scusi se ho osato disturbarla nel suo regno, dal quale mi ha sputato subito via.
    Non seguo mai i buoni consigli.
    la 9° arte espressione della cultura italiota? Alcuni se la tirano mica poco. D’altronde sopravvalutarsi aiuta a far parlare di sè. ai poster (sciuocca si dice flyer) l’ardua sentenza.
    la vaca aurora

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