Il canone fumettistico – 5

1947 – Natale sul Monte Orso di Carl Barks 
 
Ebenezer Scrooge è un distillato di avidità e odio, invecchiato male nel suo mondo, ma benissimo sulle pagine del racconto di Natale. E’ tanto malvagio da scatenare su di sé le ire dei fantasmi del passato, del presente e del futuro. Ha un omonimo nel fumetto che – nonostante riduzioni, traduzioni e adattamenti in ogni linguaggio ottenuti dal personaggio di Dickens – ha raggiunto una notorietà molto maggiore.
Uncle Scrooge, lo zio Paperone, quando appare le prima volta è un vecchiaccio odioso e avido, creato da un fumettista quasi cunquantenne, Carl Barks. Il natale sul monte orso, prima storia in cui si vede il vecchio papero, è un fumetto che non si fa rileggere. L’unico reale motivo di interesse è la presenza di Scrooge. E non è poco. Da lì in avanti sarà tutto un succedersi di avventure e di memorie (lo statunitense Don Rosa è riuscito a costruire la propria effimera notorietà sulla distesa di indizi disseminati come briciole lungo il cammino da Barks).
Le storie del vecchio papero scritte e disegnate da Barks definiscono il canone con cui tutti i disneyani hanno dovuto e dovranno tentare un confronto impari. Quelle storie segnano definitivamente l’incommensurabile distanza tra il mondo dei topi e quello dei paperi.
Topolino ha avuto Gottfredson, e poi Scarpa, Murry, e innumerevoli altri, forse anche Faraci. Barks non ha eredi. I suoi paperi sono diversi da tutti gli altri, anche da quelli più attenti a omaggiarne e ricalcarne le storie. E’ questo il motivo per cui la testata Zio Paperone, dedicata agli eredi di Barks, è ogni mese più triste.
Mi dichiaro definitivamente barksista e rileggo le storie del papero nei fascicoli di Zio Paperone fino al numero 70 circa. Il database dei fumetti disney – inducks – può aiutarti a districarti tra la prolificità di quest’uomo così longevo da assistere allo sviluppo del proprio mito, quando ormai si dedicava a inutili e tristissimi dipinti a olio.

1949 – Li’l Abner e i Kigmi di Al Capp 
 
La pedata nel culo come catarsi. Non so se ti sia mai successo. Io sono cresciuto in un quartieraccio della periferia al cubo (uno di quei lazzaretti da speculazione edilizia che Milano usava per segregare i figli della diaspora dal meridione). Posto violento di botte e spintoni. E la pedata nel culo aveva una sua funzione, anche sociale.
Oggi, per lavoro, mi muovo tra i piani alti degli organigrammi delle aziende e, quotidianamente, scopro che anche lì esiste la pedata nel culo. Magari non è vibrata fisicamente da un piede che si stacca velocemente da terra per infrangersi su un paio di natiche. Magari è verbale: detta o scritta; accennata o strillata di rabbia. Ma esiste. Ed è il modo con cui ognuno fa pagare a chi ha meno potere gli abusi subiti da chi ha più potere.
Quella del consulente è la professione che, più di ogni altra, ha lavorato su etica ed estetica della pedata nel culo.
Non ho assunto di colpo questa consapevolezza. Avevo gli strumenti per capirla e metabolizzarla. E, ancora una volta, devo essere riconoscente a zio Paperone.
Il primo negozio specificamente dedicato ai fumetti in cui ho messo piede esiste ancora ed è a Messina. Si chiama “la cassaforte del vecchio papero”. Lì ho dilapidato le mie paghette estive in fumetti e romanzi di seconda mano. In una delle prime visite ho trovato questo fascicoletto esilissimo con la copertina blu, che era stato allegato anni prima a Linus. Il proprietario del negozio, quando mi sono presentato alla cassa, ha guardato l’oggetto bofonchiando: “e questo… bha… te lo regalo…”
Non sono un fan né di Al Capp né di Li’l Abner (neanche quando le forme di Daisy Mae sono rese dal ghost artist Frank Frazetta, o quando fa le sue comparsate Fearless Fosdick, parodia di Dick Tracy).
La storia contenuta in quell’albo invece è fondamentale e illuminante.
I kigmi sono una valvola di sfogo sociale. Nessuno ha bisogno di rivalersi sui più deboli perché i kigmi, con i loro immensi culoni gommosi, amano essere scalciati. E il calcio nel culo subito ti rasserena: in famiglia non si litiga più; i quartieri sono posti più tranquilli, nelle fabbriche non ci sono scioperi; nessuno si lamenta più per la carenza dei servizi di base. Fino a quando i kigmi si rendono conto che c’è un atto molto più appagante del prendere pedate nel culo…
L’equilibrio sociale può essere ripristinato

1953 – Impostor di Philip K. Dick

E va bene Chas Addams.
Passi anche il Dr. Seuss.
Tex Avery è evidentemente borderline.
Ma questo non doveva essere un canone fumettistico? Cosa ci fa qui Philip Dick?
Sono convinto che non esista, nella seconda metà del ventesimo secolo, narratore più influente di Dick (allo stesso modo, durante la prima metà del secolo, penso che quel ruolo sia stato magnificamente assolto da Kafka).
Inoltre, come detto introducendo questa serie di post, questo è il MIO canone fumettistico e non mi va di giustificarmi troppo.
Il primo racconto di Dick pubblicato è apparso su cartaccia (pulp, dice qualcuno) nel luglio del 1952. Quasi un anno dopo è stata la volta di Impostore, su Astounding. Questo racconto per me significa moltissimo. E’ stato il mio primo Dick (ho perso la verginità alla fine degli anni 70 sulle pagine patinatissime della Grande Enciclopedia della Fantascienza dell’Editoriale del drago) ed è – mi sembra – il primo racconto, nella cronologia narrativa dello statunitense, a essere pienamente dickiano.
Da allora la consapevole sospensione dell’incredulità, cui la gran parte dei critici di fantascienza ha fatto spasmodico riferimento finché neuromancer le ha dato nuovi slogan, non ha avuto più alcun supporto.
Dick intride l’aria coi suoi tic, che sembrano fatti apposta per sgretolare la labile distinzione tra vero e falso, tra sono e sento.
Se non sai cosa intendo, la fortuna ti arride. Hai la possibilità di leggere “la svastica sul sole” (credo che Fanucci l’abbia riedito con il titolo “l’uomo nell’alto castello”) e i quattro volumi de “le presenze invisibili” (Mondadori), curati e largamente tradotti da Vittorio Curtoni, che raccolgono tutti i racconti di Philip K. Dick.
Qui un fumetto di Robert Crumb su Dick.

(5. continua)

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8 pensieri su “

  1. Bellissimo pezzo!!!
    Come tutta la seri del resto, ma questo qua c’ha un non so cosa.

    Centro Culturale dei Travestiti di Cascina Gobba ‘I Kigmi’

  2. hai visto che kafka inizia con la K e Dick finisce con la STESSA lettera?
    cheeeeeeeee fooooooorte!

    kilim

  3. #2, vuoi dire che tra un Kafka e un dick ci sta un kilim?
    Mumble mumble……..mi fai pensare che il coso di kafka fosse inglese e che il tappeto kilim (tu) serva a……….
    ………:)))))))))))

    fantakimilim

  4. nel fumetto su Dick, il (dente del) giudizio e il pentothal….
    C’è il libro “Psychofarmers” di P. Adamo e S. Benzoni, ediz ISBN, 2005, che è proprio da leggere, soprattutto per la relazione che evidenzia tra l’illustrazione applicata allo “psicofarmaco” e la riduzione che essa opera dello psicofarmaco a merce di consumo di
    massa come si trattasse di scarpe o di abiti o di occhiali.

    milim

  5. quella piccola zona fra la nuca di Uncle Scrooge e la sua sciarpa non doveva essere nera o verde o gialla o bianca piuttosto che blu?

    cerebroleso

  6. quando ormai si dedicava a inutili e tristissimi dipinti a olio.

    Eh, il passatempo di un onest’uomo che si dia ai pennelli: le violon d’Ingres, o André Gide che suona, male, il piano.

    Sempre più interessante questo canone, anche quando non sono d’accordo (mi hai dato un dolore dichiarando di non amare Al Capp: ma io, del resto, mi aduggio con Dick).

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