Il canone fumettistico – 7
1958 L’eternauta di Oesterheld e Solano Lopez

José Munoz è seduto. Intervistato a una convention milanese da un individuo dimenticabile (domande idiote espresse in una lingua liofilizzata, lasciata ad asciugare davanti alla luce del televisore), parla della propria storia. Si adagia sui ricordi e racconta i propri inizi in Argentina. Quando inizia a parlare di Hector German Oesterheld è chiaramente commosso. Racconta di questo straordinario sceneggiatore e smette di guardare il pubblico. Parla e si concentra sul foglio davanti a sé e inizia a muovere la penna impugnata altissima, come bacchette per il sushi. “Scriveva una decina di storie la settimana: quattro erano leggibili e sei erano buone. Di quelle sei, almeno due erano ottime”. Esaurisce i ricordi e, con calibratissimo colpo di scena, solleva il foglio e lo mostra al pubblico: “Ecco. Era così”. Ho visto quel disegno, preciso e munoziano, per i pochi secondi in cui mi è stato sventolato davanti agli occhi e ora, mentre penso a Oesterheld, non vedo il volto di Ernie Pike, magari nell’interpretazione di Pratt. Penso a Oesterheld e mi si riaffaccia alla memoria quel volto con naso aquilino e occhi sottili, pieno di piccoli segni all’altezza degli zigomi: un fratello dell’ultimo Alack Sinner.
(per la cronaca, temo che l’insulso intervistatore si sia impossessato di quel foglio e lo abbia riposto in una cartelletta da collezionista).
Pensi che il fumetto americano sia stato annichilito da un codice censorio delirante e ti scopri dimentico del fatto che l’America non coincide con gli Stati Uniti.
Nel 1958 Hector Oesterheld inizia a editare un settimanale intitolato Hora Cero. Ne esiste una magnifica raccolta legata in volumoni annuali nell’emeroteca della biblioteca per i ragazzi “De Amicis” di Genova. Il formato di Hora Cero è assai simile a quello di Lanciostory e Skorpio e, infatti, proprio su quelle due testate, ho avuto modo, più di un quarto di secolo fa, di leggere per la prima volta le storie di Oesterheld. Tra queste quella più sconvolgente è sicuramente L’Eternauta. Una storia fortissima, frammentata in episodi settimanali indimenticabili. La storia di un’invasione silenziosa e incomprensibile: una partita a carte interrotta, una nevicata assassina, tute costruite per sopravvivere, Juan Salvo, enormi scarafaggi da combattimento, alieni dalle mani popolate da una distesa di dita che possono essere uccisi dalla paura, …
Per recuperare lo stesso senso di angoscia e di ignoto che incombe non mi sarebbe bastato il cinema della fantascienza maccartista statunitense (che molto ho amato, dall’invasione degli ultracorpi, al giorno dei trifidi, al villaggio dei dannati). Anni dopo la lettura di Lanciostory, mi sarei imbattuto, quasi involontariamente, nell’antologia della letteratura fantastica curata da Borges, Bioy Casares e Ocampo (lì avrei scoperto che Dio è la più bella invenzione dell’uomo). Uno dei primi racconti di quell’antologia bellissima è la casa occupata di Julio Cortazar.
Cortazar, fortunatamente, è fuggito a Parigi. Oesterheld no.

1961 Asterix il gallico (in volume) di Goscinny e Uderzo 
 
Non amo Asterix. Il solo volume che mi abbia fatto ridere è Asterix e la zizzania (confesso, però di non averli letti tutti).
Sono certo che se non menzionassi da qualche parte quelle pagine piene di intuizioni e di invenzioni linguistiche magnificamente rese in italiano da traduzioni azzeccatissime (si deve dire così, no?), mi dovrei sentire in colpa.
C’è stato anche Asterix. Da bambino l’ho ignorato. Ora, da grande, trovo noiosissima la gran parte del fumetto umoristico. Ci sarà una relazione?

1961 I fantastici quattro di Stan Lee e Jack Kirby 
 
La costruzione di un codice di autocensura pensato per radiare tutti i temi adulti dai comic book è stata letale per il fumetto statunitense. Dal 1954, anno di istituzione del comics code, la gamma dei temi che un albo poteva affrontare si è ristretta al punto di permettere di sgocciolare attraverso questo filtro mortifero ai soli supereroi con mutande sui pantaloni. Superman era costretto a battersi con una schiera di nemici indistinguibili gli uni dagli altri, risolvendo scontri epocali (con kriptoniti sempre più frequente) in dieci pagine, in modo da vincere sul male almeno due volte al mese.
Una quindicina d’anni prima, Harvey Kurtzman lavorava alla Timely (che dopo sarebbe diventata Marvel) e a impartire gli ordini, battendo il tempo per una schiera di disegnatori, c’era il giovane Stan Lee. Lo racconta la sua segretaria, Adele, che di lì a poco sarebbe diventata moglie di Kurtzman.
Ho sempre reputato insopportabile Lee, con quegli occhialini fumè, quel sorriso abbacinante, i suoi excelsior e la pedanteria da uomo brand. Lo trovo antipaticissimo anche oggi dopo le svariate trombate ricevute dalla Marvel (ognuna delle quali accompagnata da sonanti risarcimenti).
Eppure all’inizio degli anni 60, questo figuro che reputo poco raccomandabile ha un’idea. Ed erano tempi in cui di idee nell’affannato fumetto statunitense se ne vedevano molto poche.
Costruisce un gruppo di supereroi attorno a una famiglia, dando a ognuno dei personaggi un problema comune che non può essere eliminato a cazzotti. Le storie sono semplici come quelle delle due scazzottate mensili di superman (e raccontate con una prosa prolissa e ridondante), eppure di fronte ai problemi, questi personaggi non potevano che crescere (seppur con lentezza), evolversi e maturare ricordi.
Nel film Memento (Cristopher Nolan, 2000 – è appena uscita la nuova edizione del Morandini; reputandola inutile continuo a usare IMDB) Leonard ha perso la memoria a breve termine. Questo disagio lo costringe a ricostruire, ogni cinque minuti, la propria posizione nel mondo e nella storia, raccogliendo indizi che lui stesso a disseminato. I supereroi, prima dei Fantastici Quattro, erano così. Poi arrivò l’idea di Stan Lee che  ebbe la fortuna di avvalersi degli straordinari disegni di Jack Kirby.
Si tratta di storie importantissime, che nessuno però dovrebbe sentire il bisogno di rileggere.

(7. continua)

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8 pensieri su “

  1. goscinny è un po’ come da noi rodari
    un’icona intoccabile
    smontarlo per capirlo non può che fare bene… questo non toglie che asterix e gli elvezi sia uno dei più grandi fumetti di tutti i tempi

  2. sant’ambroeus!!!
    sarò noiosa, lo so, ma io sono rimasta folgorata da Mafalda e Linus, faccio outing, i fidanzatini, mi piacciono le strisce, monello,intrepido, lanciostory, dilan dog e appena arrivata le prime forme di fotonovela, i fotoromanzi e le canzoni popolari, quelle della hit parade di lelio luttazzi.
    ludmila

  3. Molto bello il racconto dell’incontro con Munoz. Lui ha qualcosa da dire, una visione complessa e profonda del narrare per immagini.
    Va bene anche Asterix, a mio avviso, perché ha insegnato che si possono fare cose originali e popolari. Abbiamo bisogno di esempi. Una sera a cena Sfar ed Emile Bravo mi chiedevano come mai i nostri eroi popolari non hanno nomi italiani. Non ho saputo rispondere.

  4. Sono cresciuto in un quartiere dove a un certo punto i bambini si chiamavano kevin, nicholas, ridge e george.
    Un giorno ci ripasso e vedo se ci sono dylan, lazarus, maximilian e tex.

    Ciao
    P.

  5. maestrino basic mi “consenta” di lasciare un messaggio in bacheca per genoveffa:
    I deletizzatori non mi piacciono, per niente. Pertanto li lascio a censurarsi da soli. A forza di censurare, l’ultimo censore rimasto si censurerà da solo e non dico cosa.:D
    mil ah milim mil ah

  6. per genoveffa, ancora:
    non mi piacciono quelli che usano il delete in ogni caso, sia con che senza avvertimento.
    Delete mi suona odioso, mi ricorda cancellazione e cancellazione della memoria. E quando c’è cancellazione della memoria della
    spesa la mia colf ne approfitta per
    farci la cresta.
    come prima: mil mil mil ahahahhhhhh

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