Il canone fumettistico – 8

1963 Tintin: i gioielli della Castafiore di Herge

“Voi costruite le vostre trame con logica: tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente e là la vittima, qui il complice e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia. Questa finzione mi manda in bestia. Con la logica ci si accosta soltanto parzialmente alla verità. Comunque, lo ammetto che proprio noi della polizia siamo tenuti a procedere appunto logicamente, scientificamente; d’accordo: ma i fattori di disturbo che si intrufolano nel gioco sono così frequenti che troppo spesso sono unicamente la fortuna professionale e il caso a decidere a nostro favore. O in nostro sfavore. Ma nei vostri romanzi il caso non ha alcuna parte, e se qualcosa ha l’aspetto del caso, ecco che subito dopo diventa destino e concatenazione; da sempre voi scrittori la verità la date in pasto alle regole drammatiche. Mandate al diavolo una buona volta queste regole. Un fatto non può “tornare” come torna un conto perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma solo pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande”.
Condoglianze. Il romanzo giallo è morto. A sancirlo in maniera inequivocabile è stato il più grande tra i giallisti prestati alla filosofia (o viceversa, se preferisci): Friedrich Dürrenmatt che, nel 1958, pubblica “la promessa”.
Cinque anni dopo Herge dà alle stampe la più bella tra le avventure di Tintin (se ne preferisci un’altra, è un problema tuo, non mio) e sembra aver metabolizzato il requiem per il kriminalroman. I gioielli della Castafiore è una macchina narrativa perfetta. Herge gestisce pienamente, in una miscela perfetta di rispetto e violazione, tutte le regole drammatiche del linguaggio, del genere e del personaggio. I meccanismi qua e là sembrano incepparsi, ma è solo illusione giocata con grande maestria. E’ una storia in cui tutto si spezza (la quiete, lo scalino, la gamba, il rispetto, il sospetto, l’intolleranza, …). E fa ridere. Anche tanto.

1963 Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak 
 
Alle maestre i libri illustrati non piacciono. A volte ti guardano e sorridono. Ti dicono di apprezzarli. Poi si tradiscono e citano Dami e Coccinella tra gli editori di riferimento. E allora diventa evidente: che i disegni stiano al loro posto! Quello che conta è il dominio della parola. Diventa necessario quindi che nel libro per i bambini lo spazio per le immagini sia ben delimitato. Qui ci sono le parole da leggere per diventare un consapevole uomo del domani, che possa agevolmente muoversi nella giostra del precariato sognando o rimpiangendo – telecomando alla mano – posizioni da velina, calciatore o ospite della casadelgrandefratello.
Fortunatamente esiste un libro di Sendak, che ha più di quarant’anni, che può essere utilizzato per redimere le più illuminate tra le maestre.
Di fare il bimbo buono, Max non ne ha proprio voglia. Rinchiuso nel suo quadretto, ben separato dalle parole, mette a soqquadro la casa (nulla di realmente terrificante, cose che i bambini fanno abitualmente). La mamma (invisibile, come sempre nelle storie di Sendak) lo manda in castigo. Max, chiusa la porta della casa, libera la propria fantasia e i disegni si allargano. Crescono, crescono, crescono. Invadono tutta la pagina di destra, relegando il poco testo alla pagina di sinistra. Poi iniziano a tracimare dall’altra parte, fino a occupare lo spazio delle parole. Illustrazioni a doppia pagina per nulla silenziose: sono anzi le pagine più rumorose dell’intero libro.
A casa, ogni volta che lo leggiamo, arrivati a quel punto dobbiamo fermarci, perché stiamo ballando attorno al tavolo e cantando a squarciagola (Chiara ha deciso che i mostri selvaggi cantano le canzoni di Mlah delle Negresses Vertes: “Sobi Soobi la muuuuusc’… Se pà la mer abuaaar …”; Davide è d’accordo).
Ti stai forse chiedendo cosa c’entri col fumetto “Nel paese dei mostri selvaggi”. Cercalo (in Italia lo edita Babalibri) e poi guarda anche “Luca, la luna e il latte” (sempre Babalibri), i contributi di Sendak ai Little Lit di Mouly e Spiegelman (3 voll., Mondadori – non ricordo in quale compaia Sendak, ma guardarli tutti non ti può far male) e l’intervista a fumetti fattagli da Spiegelman Per il New Yorker (è anche in Baci da New York, Nuages). Poi ne riparliamo.

1964 Kriminal n.5: Omicidio al riformatorio di Magnus e Bunker

Per gettarsi all’inseguimento del successo di Diabolik, Luciano Secchi si presenta in edicola con due tascabili dedicati a geni del crimine: Kriminal e Satanik.
Su entrambe le testate utilizza matite e inchiostri di un giovane bolognese, Roberto Raviola che amava firmarsi Magnus.
Diabolik è cattivissimo. Ladro, assassino, a volte stragista. I paletti morali sarebbero arrivati col tempo. Un vero angelo del crimine. E in quanto angelo, completamente asessuato. Imprigionato nel latex nero non dà mai l’impressione di vivere pulsioni s/m.
Kriminal è diverso. Per lui il sesso è uno degli strumenti del crimine, del potere e del piacere (e per Satanik lo sarà ancora di più).
Già nel numero 5 questa sordida pulsione diventa evidente, come le carni sode e odorose delle femmine in gabbia cui il titolo si riferisce.
Kriminal e Satanik sono stati ristampati a più riprese e volumetti a loro dedicati si possono trovare, senza troppi sforzi, sulle bancarelle. Diffida dei volumi della repubblica (decisamente indegni di menzione, se non fosse che rappresentano un rischio per il lettore incauto) e delle riscritture recenti.

(8. continua)

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5 pensieri su “

  1. E’ proprio per l’elemento di “trasgressione” che Kriminal possedeva in maniera massiccia che il fumetto fu messo al bando dai genitori. A me, per esempio era proibito leggerlo. E questa proibizione rendeva ancora più mitico il lavoro di Magnus. Tin Tin lo avrei recuperato decenni più tardi, quando avrei cominciato ad aprezzare le linee pulite e sobrie di un disegno misurato. A crescere con i neri di Magnus si sognano atmosfere e la fantasia galoppa. Ecco, la mia impressione è che oggi, anche in campo pop non si osi come un tempo. Allora forse non c’era nulla da perdere e le imprese non erano colossi dell’industria. O forse era solo l’epoca fatta di una pasta diversa e di un talento superiore (penso al cinema, Antonioni, Fellini, Leone, Scola, Monicelli, Pasolini, Visconti, cito a caso…chi sono i nostri grandi di oggi? Benigni? Muccino? Ozpetek?). Vado a tagliarmi le vene…

  2. dai spari
    non vale!
    questa cosa di leggere il capolavoro di hergè alla luce del requiem (che poi requiem non è) di durrenmatt è geniale (e scusami la leccatina); ma cazzo, poi me la tiri via così…
    capisco il tempo e lo spazio… ma dimmi di più…
    voglio capire perché, devi spiegarmelo, sono così convinto che tu abbia ragione

    sciao
    boris

  3. Credo di trovarcela più o meno anche io la connessione fra La Promessa e i Gioielli dela Castafiore.
    Credo sia l’unica avventura di tin tin che non è una vera avventura, visto che si svolge tutta a Moulinsart nel castello del capitano Haddock, anzi Kolbak, o Kodak?

    Le so tutte perdio!

    A parte gli scherzi non so nemmeno più quante volte l’ho letto, ma ogni volta lo scalino che si rompe, il capitano ingessato, la macelleria Sanzot, i Dupont che si scontrano con due alberi perfettamente simmetrici l’uno all’altro continuano a farmi ridere.

    g.

  4. Igor: ieri sera ho letto un’intervista alla signora che fa il montaggio per lars von trier (questa del montaggio è un po’ un’ossessione in questi giorni). Ne veniva fuori chiaramente che l’ondata di innovazione del cinema danese sia stata in qualche modo connessa all’impossibilità di investire in film. La signora (il cui nome non ricordo) dice che a un certo punto c’erano pochi investimenti e in danimarca uscivano 5/6 film l’anno. Allora i cineasti danesi hanno deciso di spostare il tutto su tecnologie a basso costo (quindi von trier che dice che dogma non significa low budget sta mentendo). Un’industria che rinasce e produce fenomeni di vero interesse grazie al digitale mi sembra un buon segno. E penso a quel gioiello di festen, ai due cicli di kindom e alla festa d-dag. Come sarebbe stato possibile pensare in Italia a una coproduzione sincronizzata? D-dag è stato un evento importante: le 4 reti televisive più importanti del paese che si accordano e trasmettono contemporaneamente per 70 minuti(dopo il messaggio alla nazione del presidente, nel capodanno del 2000) 4 film girati in presa diretta; una quinta rete fa vedere i 4 film in contemporanea in split screen; una sesta ancora che mostra i 4 registi in un camper che coordinano gli attori guidandoli con auricolari e preparano il momento in cui le storie si incroceranno.
    Quando hai finito con le lamette, passa…

    Boris: il canone è così. Spari d’impulso. Non è detto ch’io abbia un’idea più approfondita della sensazione superficiale che esprimo.
    Il requiem, poi, è proprio un requiem. Ho letto tonnellate di gialli. Ero il miglior cliente di sua maestà Tecla Dozio (proprietaria della storica sherlockiana di Milano). I tre romanzi che mi hanno staccato dall’ossessione del genere (mi ero ingenuamente convinto che il giallo fosse il più potente tra gli strumenti per l’analisi del sociale) sono:
    – la promessa di durrenmett
    – il lato selvaggio della strada di carlos sampayo
    – protesi di andreu martin

    Baci
    P.

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