Il canone fumettistico – 9

1964 Apocalittici e integrati di Umberto Eco

La rivista Linus sarebbe uscita solo l’anno dopo. Detto oggi sembra nulla, ma senza Gandini, Del Buono e anche Carano non saremmo qui a parlare di fumetti come se fossero una cosa seria. Sì, è vero, Del Buono ne parlava, e anche coscienziosamente, da un po’ e, sul Politecnico, Vittoriani non schifava le nuvole basse. Eppure il libro di Umberto Eco arriva all’improvviso. Un giovane accademico che riserva all’immaginario popolare e al fumetto analisi acute, mosse con gli strumenti della semiotica interpretativa. E a leggerle ancora oggi quelle pagine stupiscono. La prima tavola domenicale dello Steve Canyon di Milton Caniff viene decostruita, scomposta e analizzata, facendo – un po’ più in piccolo e con minori pretese – un’operazione analoga a quella che Barthes, sei anni dopo, muoverà sulle pagine di Sarrasine di Balzac (S/Z, Einaudi). Assolutamente necessario. Se vai in biblioteca a cercarlo, prendi anche “Lector in fabula”, il mio Eco preferito.

1964 Daredevil 1 di Stan Lee e Bill Everett

Ritrovarmi di nuovo davanti alla tastiera per parlare di supereroi mi fa sentire un po’ in difetto. I fantastici quattro, con i superproblemi, la famiglia composita, la diversità (della Cosa) e la maturazione dei personaggi, avrebbero dovuto esaurire l’argomento. Eppure mi sembra sbagliatissimo ignorare Daredevil (per noi italiani, cresciuti all’ombra delle edizioni Corno, semplicemente Devil).
I poteri di Devil nascono dalla sua cecità (e dall’incidente con materiale radioattivo che lo colpisce, giovanissimo, quasi a punizione di un atto di giustizia). Che un handicap potesse essere anche la fonte di grandi poteri, e delle conseguenti grandi responsabilità, ce lo aveva spiegato tre anni prima la Cosa dei fantastici quattro. Ma per cogliere le reali implicazioni di quel potere, al di là dell’evidente mostruosità, avremmo dovuto attendere 20 anni e la riscrittura apocrifa del mito fatta da Paul Chadwick con Concrete.
Fin dalle origini Devil è cieco come la giustizia che cerca di far rispettare: a volte (tipicamente di giorno), nei panni dell’avvocato Matt Murdock, integerrimo difensore della legge e capace di riconoscere una bugia dall’incertezza di un battito cardiaco; altre volte vestendo l’abito dello scavezzacollo rosso, vigilante molto più interessato alla certezza della pena (immediata) che alla correttezza procedurale delle indagini.
Questa intuizione geniale fa sì che Devil sia tra i pochi eroi del fumetto mainstream statunitense in grado di catalizzare la creatività dei narratori che, da oltre quarant’anni si avvicendano alle sue storie.
Dovendo scegliere un minimo insieme di storie, consiglio: qualsiasi cosa tu riesca a trovare del periodo disegnato da Gene Colan (con una Natasha Romanoff/Vedova Nera che ha turbato la mia infanzia); la saga di Elektra fatta da Frank Miller (sceneggiatura e matite) e Klaus Janson (per gli straordinari inchiostri), purtroppo non mi risulta ne sia stata fatta un’edizione dignitosa in volume in Italia (ho visto due albi prodotti con un’oscena operazione di cut&paste); Devil Giallo di Tim Sale e Jeph Loeb.

1965 Neutron: La curva di Lesmo di Guido Crepax

Un po’ di tempo fa, ho pranzato accanto a Ivo Milazzo, che – lo sai – ha inventato, insieme a Giancarlo Berardi, Ken Parker. Ero molto contento e, siccome amo accoccolarmi tra i ricordi, te ne spiego il motivo.
Nel 1980, avevo dodici anni e a Senago era stata organizzata la prima settimana della favola alla villa Borromeo (che è un edificio bellissimo). La manifestazione riservava spazi importanti al fumetto. C’era addirittura una mostra di tavole originali. E lì, appesi a una parete a una altezza sensata anche per i miei dodici anni di allora, ho letto per la prima volta un pezzo della ballata di Pat O’Shane (che è uno degli episodi più belli di Ken Parker, anche se continuo a preferire Chemako, colui che non ricorda). Amavo già i fumetti ma non avevo mai visto un originale e vedere i segni del passaggio di qualcuno, che su quelle pagine aveva sudato, spennellato e incollato peccette per rendere invisibili alla stampa gli errori, mi dischiuse un mondo. Tornato a casa, mi misi a disegnare per una settimana, poi – un po’ annoiato – lasciai la matita in disparte e mi rimisi a leggere.
Al di là della mia indolenza, guardando quelle pagine avevo capito una cosa: l’originale è un passo intermedio nella produzione del fumetto; non è sacro! Ci puoi paciugare sopra e lavorare a strati perché alla fine, la macchina che riproduce i disegni ha dei limiti e con quelli ci si deve giocare. L’importante è la storia.
Ritorno a tavola, nel piatto ravioli di zucca fumanti, nel bicchiere acqua (ho un’intolleranza al vino rosso e non mi sembrava carino pasteggiare a superalcolici). Alla mia sinistra Matteo, alla destra Boris e poi Ivo Milazzo.
A un certo punto, Milazzo sbotta in una cosa che suona più o meno così: “Voi non ci crederete, ma far capire ai ragazzi dei miei corsi che, se usano il computer, loro scompaiono nel loro lavoro, è quasi impossibile”. Non capisco. Matteo solleva il sopraciglio e libera l’accademico. Boris pensa una bestemmia che ho sentito benissimo (troppi supereroi durante l’infanzia). Milazzo incalza: “Sì, perché il lavoro è tuo se lo fai tu. Se usi il computer è una cosa fatta con un programma, meccanica. Non si vede più la mano dell’artista”.
Glom. Dunque pensa che l’originale sia sacro, Pensa che l’uso di uno strumento (che fa scomparire l’originale, in culo all’aura) uccida l’artista. E poi tira via le pagine di Magico Vento.
Sto divagando. Arrivo a Crepax.
Guido Crepax era un gigante che credeva nella sacralità dell’originale. Si vantava di non usare la biacca (e ho un amico che dice: “e si vede!”). Diceva che anche se non tutto quello che faceva veniva riprodotto in stampa, il suo originale doveva essere un oggetto meraviglioso, con una dignità tutta sua. Un oggetto d’arte indipendentemente dal fumetto.
Non ricordo una sola storia di Guido Crepax.
Neanche la curva di Lesmo, il primo fumetto italiano apparso sulla prima rivista di fumetto d’autore di cui si abbia notizia (la prima puntata è uscita sul secondo numero di Linus).
Invece ricordo decine di pagine di Crepax. Anche quando non riuscivo a leggere la storia perché mi annoiava e mi teneva distante, rimanevo a lungo a guardare quelle pagine meravigliose. Il montaggio (o pirulazio) analitico l’avevo capito ben prima che me lo spiegasse Roman Gubern (anche perché il libro di Gubern l’ho letto solo qualche anno fa).
Guido Crepax è stato il solo fumettista cui ho prestato ascolto (o, meglio, sguardo) anche se non aveva storie da raccontarmi.

(9. continua)

13 pensieri su “

  1. funny che quei bompiani per fare la copertina di un libro che portava i fumetti a categoria high si sentano obbligati a usare dick tracy non da chester gould ma rivisto da warhol, dunque non pulp ma arte vero, come se il discorso di Eco alla fin fine non intaccasi il pensiero dominante: il fumetto è low, forever.

    cerebroleso

  2. Bentornato.
    Di là si mormora al riguardo della tua identità segreta.

    Non conosco tutte le edizioni di apocalittici e integrati. Quella che ho io ha ancora la vecchia grafica bompiani, con cornice azzurra e un Batman disegnato da Neal Adams.

    Però quello che dici è vero e temo che quelli che cercano un nome diverso e nobilitante per il fumetto e lo chiamano graphic novel possano aver ragione. Il campo semantico attivato dalla parola è potentissimo. Dici fumetto e ti appare davanti agli occhi una distesa di baldraccate e di pessimi usi. A questo punto bisogna inventarsi un bel nome che cambi la classe merceologica.

    Baci
    P.

  3. Gioco a far l’avvocato del diavolo.
    Adoro il computer, lo considero uno strumento utilissimo per fumetto e illustrazione, ma lo si utilizza al meglio in questi settori quando si ha già una certa pratica manuale anche con gli strumenti tradizionali, quindi capisco almeno in parte il discorso milazziano.
    Di Crepax salvo qualche soggetto, ma il suo segno ti tiene incollato alle tavole anche quando il racconto latita. Solo il buon Fofi non l’ha capito definendolo poi in una pessima intervista su Blue.
    saluti
    canti del caos
    ps
    complimenti per la serie il canone
    ps2
    condivido la scelta del Tintin

  4. è per questo che è tornato.
    essendo stato scoperto, cerca di rimescolare le acque.
    saluti a tutti
    raf

  5. cavolicchio, i poppanti usano il sapone di marsiglia. autoproclamazione di alta cultura riservata a pochi amici. io davvero non ci vado più sul sito con molto dispiacere, ma pazienza, conta la grana. stasera ho fatto il salmone, non avevo vodka, ho usato un pochino di grappa.
    per sologeomangio ho solo fatto in tempo a sbirciare dalle tue parti, mi è sembrato interessante.
    baci
    mars

  6. cerebroleso perchè solo io non ho capito chi sei? sono davvero troppo ignorante per frequentarvi?
    ludmila

  7. lo sai che la possibilità della tua spugna è per me un’ancora ai miei sproloqui. ma ascolto spinetta e mi chiedo che cazzo ne sa il guru di canicola? google, eppoi e quel imbecille di monco continua a credere di essere il meno adatto. m’incazzo io non i parisi, barbieri, milim, nanni, chieregato e i vari che sono lì a incelofanare una matita che scorre da quando aveva neanche 12 anni. spero che cattani raggiunga i 100 parliamoci addosso della copertina 2
    marcela setola

  8. Crepax è uno dei più grandi autori della storia del fumetto. A mio avviso non ancora pienamente compreso e analizzato. La sua rivoluzione narrativa è simile a quella che in letteratura portò Joyce con il suo “stream of consciousness”. Oggi guardiamo allibiti i meravigliosi montaggi (o pirulazi) di Chris Ware e ci siamo dimenticati, provinciali come siamo che li aveva fatti trent’anni prima un certo Crepax da Milano.

  9. “umilmente” concordo con Igort: credo che Crepax abbia fatto almeno dieci anni prima quello per cui Eisner viene esaltato.
    Le sue storie non sono da leggere, sono da guardare. Per chi confonde vero e verità (Fofi) e concede supremazia alla storia, alla narrazione la sua grandezza è incomprensibile. Bisogna arrivare a fottersene delle storie (come banalmente intese) per ripartire a parlare di fumetto
    sciao
    boris

  10. io invece volevo solo sottolineare che l’altezza di Spari è uguale a quella di quando aveva 12 anii.

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