Le storie in cui viviamo
La cella di Ignatz

“Abbiamo bisogno di storie per sopravvivere. Per distruggere una comunità basta distruggere le sue storie, perché esse rappresentano la sua continuità. Una comunità, infatti, è un insieme di persone che ascoltano le medesime storie. Privata delle proprie storie, una comunità perde la sua identità. Ci sono naturalmente storie sostitutive, prefabbricate e in vendita: le storie proposte dai media, le storie/logo. Adattare queste storie preconfezionate e in offerta sul mercato è il primo passo per trasformarsi in schiavi.”

Questa di John Berger, che stimo essere uno dei massimi intellettuali viventi, è la definizione di società che preferisco, perché mi spiega che la globalizzazione e il pensiero unico sono cose che mi toccano personalmente, anche quando sono seduto sul divano di casa mia e fuori fa freddo.
Durante le feste natal-capodannate partecipo a tutte le kermesse di chiacchiere, cibo e tombola. Siccome ci arrivo privo dell’adeguata preparazione tecnica, crollo prima del dolce e – brandendo mi figlio davanti al viso come un’arma – conquisto l’uscito al grido di: “il bambino è stanco, lo porto a fare la nanna”. Mi salvo dalle tombolate ma non dalle chiacchiere da famiglia numerosissima, e mi trovo imprigionato accanto a sconosciuti con cui ho in comune solo parte del patrimonio genetico. Scopro che gli argomenti di conversazione in famiglia si assottigliano anno dopo anno (probabilmente la colpa è mia: ho una risicatissima varietà di cose su cui ho un’opinione).
Anche sul treno (uso quotidianamente mezzi pubblici, perché odio inscatolarmi in auto che guido approssimativamente) riesco a origliare sempre meno discorsi altrui. Non si è mai parlato di storie. Non si parla più di politica. Si parla sempre meno di sesso (quello fatto, quello che presumbilmente fa la tua collega con il capoufficio) e sempre più di Milton. E io, che con la poesia ho dei non risolti, mi sono perso il paradiso perduto.
La frase di Berger mi chiarisce che quella dell’etica non è una deriva. Vi è una rotta tracciata dalle storie brutte e ripetitive, incastonate in format d’importazione (o magari autoctoni e poi esportati).
Fausta Orecchio, in un’intervista rilasciata qualche tempo fa, citava il protagonista di un film che non ho visto, i cento passi, che, guardando l’orizzonte, afferma: “la rivoluzione è nelle cose belle”.

Mi sembra che il fumetto oggi sia uno degli strumenti del comunicare più rivoluzionari in assoluto.

Ma c’è qualcosa che non va.
Perché, se parlo di fumetto, ai miei interlocutori vengono in mente Tex, Diabolik, L’uomo Ragno, Dylan Dog o le Witch (e c’è una relazione diretta tra l’età della persona con cui discuto e il personaggio ricordato): tutte cose – tranne le Witch – che rivoluzionarie e belle lo sono state per un periodo breve per poi adagiarsi in una ripetitività volgare, ossessiva e noiosa. Sull’ultimo numero dello straniero di Goffredo Fofi c’è un disegno di Gipi con un personaggino brutto, con la testa quadra e disegnato “male” che sbotta in un: “Maledetto disegnatore intellettuale! Leggi Diabolic! Disegna Diabolic!”
Sì, c’è qualcosa che non va… (il delirio continua domani – ti devo ancora delle spiegazioni sui titoli taciuti nel post di ieri)

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7 pensieri su “

  1. Ciao, bentornato e auguri.

    Io, più ti leggo e più trovo che abbiamo cose in comune, ahité, anche se probabilmente non nel patrimonio genetico (o forse sì, se i tuoi maggiori per caso hanno anche loro attraversato il Mar Rosso a piedi) e non correremmo il rischio di rimanere a corto di argomenti.

    Una cosa che di certo non abbiamo in comune, ahimé: i vicini di treno che parlano di Milton (ma che linea fai???).

    Ciao
    Vimercati, il turpe squisito

  2. O Vime,
    era sarcasmo. Il Milton citato pare sia un insegnante di ballo cubano protagonista di calendari porcelli e riemerso da un reality show (forse il grande fratello). Evidentemente sai di televisione meno di quanto ne so io (e quindi capisci anche meno di me quando iniziano a parlare sul treno)
    Baci
    P.

  3. bello, spari. Le parole di Berger che ti hanno tanto colpito sono proprio rinfrescanti. Soprattutto in queste settimane forse, in cui non ho fatto molto più che sgobbare freddamente e, nelle pause, sciropparmi dai giornali tirate sulla moralità politica nazionale..

    Sarà anche che Berger è un figo. Uno dei pochi intellettuali con le palle per passare dall’estetica all’antropologia, e sempre con saggezza. Uno che studia come un dannato, ma che ama scrivere storie (ha pure vinto un Booker prize, mica uno Strega..): un po’ follemente mollò tutto x andarsene da Londra in culo alle Alpi, a fare ricerche sociologiche tostissime e scrivere, scrivere, scrivere.

    Epperò poi mi caschi nel mélo: “la rivoluzione è nelle cose belle”? No, ok, capisco. Ho sogghignato pure io al disegnino di gipi su Diabolic, che anche secondo me coglie benissimo il senso comune intorno al fumetto. Però no, non sono affatto daccordo sul punto che metti in grassetto: che il fumetto OGGI sia tra i mezzi più rivoluzionari, per me va bene al massimo come slogan per una lobby (che non c’è, e che sarebbe pur fichissimo costruire, intendiamoci).

  4. Se ci pensi bene, un conto è dire rivoluzionario, un altro pieno di “belle cose”. Che le rivoluzioni siano “bellezza”, via… La prospettiva che condivido è più da “coito interrotto – reprise”. Ne abbiamo già parlato (sono io quello che sfotti per la blogosfera perchè parla troppo di chris ware,eh? ^_- ): è l’idea che Chris Ware ha abbracciato come metodo. Cioè che il fumetto “era”, e non è più stato [mettere come compl.oggetto l’indice di un bel tomo di teoria del fumetto. Quando sarà mai stato scritto]. Oggi, ha ripreso ad essere.

    Ma il contesto storico non è più quello ottocentesco, e la funzione rivoluzionaria – se mai c’è stata, e io credo di sì – non c’è più. Il mondo alfabetico ha già imparato a “leggere le immagini”. Topffer e McCay erano dentro alla rivoluzione, e Chris Ware no. Ne è semplicemente uno dei più coscienti narratori. Ciò che fa oggi il fumetto non è [spoiler: pippa teorica] costruire lo sguardo della nuova epoca tardo-moderna che notava Benjamin. Ma ribadire semmai il proprio esserne stato la sorgente.

    E il lavoro di Ware è stupefacente perchè è come la confessione, celata per tanto tempo, di un intero mondo espressivo. Oggi il fumetto “pieno di cose belle” ha solo acquisito coscienza. Il sentimento “rivoluzionario” che dici è forse solo il coraggio di “fare il fico” del mezzo. Mostrare all’età dell’ipertestualità e multimedialità che “c’era una volta…” un ambito culturale che aveva già elaborato gli strumenti per vivere le ricadute estetiche della rivoluzione industriale.

    Ah-ugh.

    ilGranchio (tornato!)

    PS
    Ah: ho visto il blog di igor. Piacevole e tosti anche molti commenti. Sta cazzo di blogosfera è proprio un bel modo di perdere tempo. In un link ci ho ritrovato una cosa bellissima. Crockett Johnson. Ne abbiamo mai parlato? Cosa minchia aspettiamo? Ma in Italia e in Francia dormono tutti?

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