Fantacritica

E’ evidente. Mi sono lanciato in una di quelle manfrine che il blog tanto agevola. Indossati i panni del santone (o del maestrinodellaminchia, come si usa dire da queste parti) mi sono ritrovato a sintetizzare in uno slogan un mio malessere. Ho parlato di letteratura putrescente. Siccome mi sto preparando a un viaggio ad Angouleme, sto cercando di affinare una lingua che mi renda comprensibile ai locali: sono quindi certo che mi perdonerai per il francesismo se dichiaro che ho la sensazione di aver pisciato fuori dal vaso.
Andrea mi fa osservare che in questi anni sono usciti in Italia romanzi eccelsi (poi, però, cita Voltolini e Scarpa e perde drammaticamente di autorevolezza).
In realtà sono d’accordo con lui (non su Voltolini e Scarpa – chiaramente – ma sul fatto che mi sono lanciato in dichiarazioni apocalittiche): negli ultimi dodici mesi sono riuscito a leggere ben tre romanzi italiani che mi sono parsi necessari. Probabilmente le cose eccelse uscite sono state molte di più; anche perché non ho letto che una minima parte di quanto si è avvicendato sugli scaffali delle patrie librerie (e spesso senza riuscire a superare lo scoglio delle 30 pagine e dedicandomi a esercizi di lettura diagonale – “ho fatto un corso di lettura veloce e poi ho letto Guerra e Pace in mezz’ora: parlava della Russia” W.Allen).
I tre romanzi sono La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio (einaudi), la gamba del Felice di Sergio Bianchi (sellerio) e Fumo negli occhi di Fabian Negrin (orecchio acerbo). Detto ciò si può facilmente valutare se anche la mia attendibilità sia definitivamente minata.
L’aver inserito il nome di Negrin in questo elenco mi consente di ripartire con la discussione sulla vita, l’universo e tutto il resto (la manfrina da blog, insomma). Provo a spiegarmi (ma non garantisco).

Fabian Negrin non fa fumetti: fa picture book e combina parole e disegni come pochissimi altri illustratori in Italia. Cerca per vocazione di scomparire per mettersi al servizio della storia e per evitare di distrarre il lettore col proprio “stile”. Non sempre ci riesce: a volte grazia storielle da pensiero unico con disegni rivoluzionari (si tratta quasi sempre di lavori fatti per editori stranieri e che – per fortuna – raramente vengono tradotti in italiano).
Da qualche anno scrive racconti e quest’anno è uscito con un romanzo breve che si chiama “Fumo negli occhi”. Un libro stupendo.
Se confessassi che Fabian è uno dei miei amici più cari, ci crederesti ancora che quel libro è meraviglioso?

D’accordo. Non sono un critico. Non ne ho gli strumenti, la capacità di analisi e la lungimiranza. E, soprattutto, non lo faccio per mestiere.
Mi sembra però che i problemi (minuscoli) che ho io, mentre cerco di parlare di fumetto su questo blog, possano essere – debitamente proiettati e ingranditi – gli stessi della critica vera.
Il tentativo di analizzare un testo, si infrange contro l’impossibilità dell’analisi.
Per vari motivi:

1. A trattare di storie con cognizione (non sto parlando di me), si inizia a conoscere chi le storie le produce (autori, editor, editori, … tutto quello che in una catena del valore di Porter starebbe a sinistra della distribuzione).
Quando conosci gli autori diventa difficile scrivere delle loro cose, soprattutto se maturi affetto (o disistima) nei loro confronti. Per muovere critiche a un amico devi essere capace di sostenere lo sguardo un po’ duro che ti infliggerà al primo incontro. E con le lodi è anche peggio, perché un conto è se gli fai una telefonata dopo che hai finito il suo libro e gli dici: “cazzo! Che ficata!”; altro è un tentativo di analisi – da rendere pubblico – in cui cerchi di mantenere onestà e credibilità.

2. Poi non ci si può dimenticare che non esistono spazi per una critica intorno al fumetto. Tutti quelli che fingono di esserlo, sulla carta o sul web, trattano Gipi e Brad Barron l’uno accanto all’altro. Come se Duellanti recensisse Vacanze di Natale e Ferro3 usando lo stesso kit di strumenti (per esempio le stelline). Mi sembra che l’unico spazio critico credibile sia stato Schizzo idee; purtroppo ora è morto (forse no, ma qualcuno dovrebbe spiegarlo agli abbonati che da tempo non ricevono il volumetto annuale).

3. Si può stroncare un prodotto pubblicato da un editore che compra un importante spazio pubblicitario sulla testata che ospita la recensione? Si può recensire positivamente (o, peggio, stroncare) un libro pubblicato dalla propria casa editrice? Si può stroncare il libro di un concorrente?

Interrompo l’elenco di dubbi perché arriva Tony (che è un informatico e un filosofo della scienza ed è coltissimo). Con la sua parlata stranissima (ha così tanti difetti di pronuncia da far sembrare Jovanotti un maestro di dizione – di fronte alla troppa intelligenza mi si scatena la cattiveria) mi dice che dobbiamo assolutamente andare a mangiare all’albero fiorito.
Lo seguo, monto in macchina e mi lascio scarrozzare da uno che al volante ha la stessa credibilità di uno gnomo su un prataiolo.
Mi porta in questo bar terrificante, a due passi dallo studentato in cui si è accampato durante gli anni di università. Il vino – prodotto dal proprietario del bar – è imbevibile, però si mangia bene, immersi in un clima da sinistra extraparlamentare anni 70, e si paga pochissimo.
Approfittando del clima da zona temporaneamente autonoma e della disponibilità di Tony, gli vomito addosso i miei dubbi. Ed è incredibile come lui abbia sul tema un’opinione. Ancora più stupefacente è che la sua opinione mi sembri solida e credibile (è un consulente e un maestro del pensiero laterale, ma sono un consulente anch’io e perciò cerco di rendergli difficile il rubare in casa del ladro).
La questione importante, mi dice, è che ogni analisi non è mai definitiva. La critica è sempre un punto di vista, maturato su esperienze pregresse e sull’enciclopedia di chi analizza e di chi legge le analisi. Recensendo un testo si produce un testo che esprime un punto di vista, un tassello intermedio nell’analisi.
La più alta forma di attendibilità di una recensione è data dal fatto che può essere a sua volta recensita.

Silenzio (forse anche perché il vino cattivo era comunque l’unico liquido sul tavolo)…

(domani i titoli promessi… questa volta sul serio)

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16 pensieri su “

  1. Questo post è “superb” (direbbero i francesi.
    Per due elementi complementari:
    per il termine analisi (=senza soluzione, cioè senza medicina, il che implica non trattare gli argomenti diagnosticamente, ma mandandoli in fumo-fumetto) e per quanto scritto nel punto 1.

    Complimenti vivissimi
    milim

  2. ps: l’analisi, la non diagnosi è esattamente questo:
    “La più alta forma di attendibilità di una recensione è data dal fatto che può essere a sua volta recensita.”
    bravo, bravo, bravo spari.
    Spareggia così ché vai alla Grande.
    milim

  3. Boris: sai perché quel locale senza insegna (e con ragione sociale quasi anonima) sia noto come l’albero fiorito?
    Non è Lucca (esiste un altro informatico, filosofo delle scienze con un sacco di difetti di dizione?)

    Milim: quello intelligente è Tony.

    Baci
    P.

  4. anni fa… tanti tantissimi, c’era un albero nel cortile… non so se sia mai fiorito, ma sembra che il nome sia dovuto a quell’albero…
    Esiste un altro informatico, Tony, esperto di nanotecnologie e neuroscienze e intelligenza artificiciale, ci vedevamo spesso dal Gianni quando studiava lì a Comelico…
    per questo pensavo fosse lui,la descrizione me l’aveva ricordato con estrema nitidezza…
    sono almeno quattro cinque anni che non lo rivedo…
    all’albero ci vado spesso con lo Zampa
    sciao
    Boris

  5. Una cosa su cui non sono d’accordo: che io perdo “drammaticamente di autorevolezza” citando Scarpa e Voltolini. Se sono due autori che conosci avrai i tuoi motivi per pensare che non sono importanti, però quella che usi è una battuta liquidatoria, come se il tuo giudizio fosse “evidente”. Ma il lavoro narrativo e saggistico di Scarpa e Voltolini è complesso: direi che è meglio non liquidare.
    Poi non dici niente di Moresco, di Mozzi, dei libri di Sironi – Indicativo presente… (forse vale la parte per il tutto).
    Per il resto la penso come te sulle recensioni, e sull’affetto per chi scrive. Anch’io provo – forse da fuori sembra una cosa eccentrica – affetto per le persone che ti ho nominato. E’ nato dalla stima. Ti ho nominato i primi che mi passavano per la testa, potevo metterci il giovane Roberto Saviano, oppure quelli della rivista Il semplice (da Cavazzoni a Nori), oppure Davide Bregola coi suoi Racconti felici, o Covacich o Mari e tanti altri…
    La sento come un’onda di creatività e mi fa felice.
    Ti ringrazio per Negrin, che non conoscevo. E per avermi ricordato che devo leggere Pincio.

  6. ma lo Zampa è un altro tuo cane che lo porti spesso al albero?

    cerebroleso

    ps, nel libro di negrin la descrizione dell’ostrica orribile di pagina 92 non c’entra un cazzo col disegno dell’ostrica orribile in pagina 99.
    e poi da qualche parte c’era una parolla con una tripla erre (lo so, lo so, su ortografia io meglio che taccia).

  7. Interessante caro Paolo. il problema non è esprimere le proprie opinioni ma cercare di motivarle con un pensiero possibilmente complesso; questo manca alla critica italiana in genere. Cosa che invece trovo nel tuo blog. Si può dissentire, naturalmente, ma non è importante. Credo che il mondo del fumetto uccida per eccesso di fumetto-filia acritica. E’ un pianeta abitato da nerd che se la menano con le letture. io credo che l’affetto sia elemento fondamentale del vivere ma senza piscettare scondinzolando. Un’altra cosa che mi urtica del mondo del fumetto è il conformismo. Ci si indigna facilmente appena qualcuno fa cose che escono dal “senso del gregge”. Ricordo che ai tempi di Valvoline offesero anche Alberto Breccia perché osava fare cose astratte. lo insultarono paragonando quei capolavori alle mattonelle del cesso del lettore indignato. io ce lo avrei volentieri affogato, in quel cesso, il caro lettore in questione.
    Ma stasera non sono attendibile, forse mi è andata di traverso la carne di ornitorinco della cena.
    igor

  8. Andrea:
    Siccome amo Bill Watterson, ho riconosciuto il gioco: si chiama Calvinball.
    Le regole sono:
    1. non ci sono regole
    2. ognuno stabilisce la regola per la mossa successiva
    3. non vale due volte la stessa regola.

    Fino ad adesso hai messo in campo:
    a. bisogna enumerare autori geniali senza motivazione
    b. bisogna elencare le opere di quegli autori grandiosi senza vincolo alcuno
    c. non è un dialogo: vale quello che dico io, quello che hai scritto tu lo ignoro (o forse l’ho già dimenticato)
    d. non vale dire non mi piace senza spiegare bene il motivo: perché un autore che piace a me – e non ho mai detto il perché – è un genio fino a prova contraria.
    Adesso però tocca a me.
    La regola è: vince chi dice per primo “bogiablà!”

    bogiablà!

    Ciao
    P.

  9. Cerebroleso: giro le tue osservazioni sul disegno a Negrin e vedo che cosa mi risponde. L’errore ortografico l’avevo trovato anch’io (e secondo me c’è uno scarto temporale giocato male quando il mago si allontana dalle prigioni la prima volta)

    Igor: Ti sei mangiato l’ornitorinco? Ma è mostruoso!

    Ciao
    P.

  10. Paolo, questo è un esempio della scrittura di Voltolini, si tratta di poche righe dal racconto “Pavana del viale” che sta nel volume “Forme d’onda” (Feltrinelli). Si tratta di racconti che nascono ciascuno intorno a una forma d’onda sonora, quello da cui tolgo le righe segue l’andamento di una pavana, precisamente la Pavana di Fauré.
    Dopo il brano ti copio incollo un brano di intervista. Penso che questi due pezzetti, più che le mie parole possano aprire qualche spiraglio, perlomeno nel non liquidare questo tipo di scrittura.

    Da “Pavana sul viale”

    “Come una nave, al varo, discende lungo un percorso inclinato verso il mare e ad un tratto, con lo scafo nell’acqua, galleggiando si libera da quel percorso, e finalmente autonoma, dimentica il cantiere che l’ha costruita, così la luce accesa negli ospedali quando il giorno è ancora luminoso, al tramonto prende una sua consistenza bianca e si inoltra nelle prime ore di buio, assolutamente indifferente al mondo esterno, facendo delle camere e dei corridoi un pianeta dislocato su di un’orbita eccentrica che forse, si ricongiungerà alla nostra quando sarà mattino e il biancore dei neon, delle pareti, dei camici e degli zoccoli degli infermieri tornerà ad essere meno sovrumano.”

    Dalla rivista “Maltesenarrazioni”

    Rimaniamo alla tua ultima raccolta [al tempo dell’intervista era l’ultimo libro edito]: perché Pavana del viale è pieno di virgole?

    Voltolini – Perché volevo obbligare il lettore a una certa velocità di lettura, a un certo ritmo, nella speranza che nella sua testa passasse una specie di musica un po’, come dire, salmodiante (speravo questo anche perché mentalmente noi quando leggiamo un inciso tra virgole abbassiamo il tono della voce e qui le virgole dovrebbero sortire anche una specie di effetto di questo tipo). In mente avevo la Pavana di Fauré. In generale è impossibile determinare quale musicalità un lettore attribuirà alle cose che uno scrive, però tutte queste virgole dovrebbero almeno ottenere che la comprensione del significato delle frasi venga differita quantomeno fino alla fine delle stesse, e non prima, in modo da evitare effetti di velocizzazione della lettura. Naturalmente il motivo per cui ho scritto Pavana del viale non consiste in queste cose. Ho scritto Pavana del viale perché un sogno che avevo fatto tempo fa mi era rimasto, come a me capita di rado, vivido nella memoria. In quel sogno c’erano alcune cose che si trovano nel racconto (l’ospedale, un’amica con un inopinato – per lei- fuoristrada, un viale in un’ora della sera), in generale una precisissima tonalità emotiva molto difficile da denotare con una sola parole: ecco la “causa” del racconto: Però per colorare anche la scrittura di quei toni emotivi, dovevo lavorare anche sul ritmo: così come un sogno non consiste solo delle cose sognate, ma anche dell’alone indefinibile che lo avvolge, allo stesso modo volevo che no ci fossero solo le cose raccontate, ma anche il suono della lingua che le racconta. Non so cosa è venuto fuori, però la genesi è stata questa.

  11. cavoli che merda pazzesca questo brano di voltolini!!!!!

    corro a vomitare!!!!

    gratta gratta e ai mangiaspaghetti gli vien fuori sempre dannunzio

    cerebrovoltolini

  12. Signor Sparid’inchiostro, rimaniamo ai suoi ultimi post: perché i commenti a codesti sono pieni delle parole ‘culo’ e ‘seghe’? Pensa sia una scelta stilistica da parte dei suoi commentatori?

    Gabriel Fauré

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