Sono in anticipo. Ho appuntamento con Davide Toffolo alle 17.00. La presentazione dei suoi libri inizia alle 18.00 e abbiamo avuto modo di parlare pochissimo. Davide, invece, è in ritardo. Fa niente. Sono un consulente e l’improvvisazione non mi spaventa. C’è tempo per guardare libri, dischi e ammennicoli tecnologici.
Lo spazio che la Fnac di Milano dedica al fumetto è disarmante. Fnac per chiunque ami il libro con le immagini è un salvagente. E’ un po’ come McDonald’s per i viaggiatori: ovunque ti trovi riesci a mettere sotto i denti un panino caldo che sa di frigo con dentro una rotella di carne calda che sa di plastica, bevendoci sopra una bibita marrone che sa di marrone; ma si sopravvive.
Invece la Fnac di Milano è triste.
Mi aggiro tra i picture book e mi capita in mano un libro che ho visto a casa di amici. Lo prendo e mi sposto al bar interno alla libreria (tradizione nobilissima, se solo il barista fosse una creatura senziente capace di interagire con gli umani).
Mi siedo e inizio a sfogliare.
Il libro si chiama la storia di Erika ed è stato scritto da Ruth VanderZee. Al centro della copertina è stata intagliata una stella di David: schiacciandola, la si estrae e nella copertina resta un buco agghiacciante, che mette in mostra il giallo della pagina sottostante, spalancato sulla coscienza.
Sfoglio il libro, guardo le immagini (le parole non le ho ancora lette) e mi si para davanti agli occhi una storia di dolore, deportazione e salvezza. Le illustrazioni di Innocenti sono attente a evitare i volti e a catturare gli ambienti (e sono straordinarie, sapienti, o quello che vuoi, trattandosi di Innocenti).
Alessandro mi guarda e un po’ sbuffa: “Ancora Shoa? A quando un libro sul genocidio del Rwanda?”
Non so rispondere. Mi sto asciugando le lacrime. Con le terga comodamente appoggiate su una sedia imbottita e il libro appoggiato sul ventre proteso da pasciuto benestante, riesco a soffrire per tutte le tragedie di cui vengo a conoscenza: quelle più recenti, per quanto gravi, non riescono a lenire quelle più lontane nel tempo.

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18 pensieri su “

  1. per quelle del Rwanda forse è presto, ma almeno Sabra e Chatila… così, per cambiare…
    Comunque capisco. E molti giudicano i fumetti solo illustrazioni per l’infanzia!

    Ah c’è le Fnac a Milano? Ero rimasta a Parigi…
    L’altro ieri ero alla Feltrinelli della Galleria Sordi. Caspita che struttura! praticamente hanno costruito un edificio autoportante, completamente indipendente dalle pareti della galleria, eppure dotato di scale fisse e mobili, il tutto rispettosamente senza toccare i marmi, gli stucchi e i mosaici della galleria.
    Che meraviglia…

  2. “Ancora Shoa? A quando un libro sul genocidio del Rwanda?”

    Non conosco “Alessandro”, come non conosco l’autore del commento che precede il mio, ma mi sento autorizzato a dire che le loro osservazioni sono, a dir poco, di una volgarità intellettuale completa e deprimente, ma certo ben rappresentativa del momento che viviamo. Lasciano in bocca un sapore cattivo che la tua intelligente, sensibile conclusione non può cancellare del tutto.

    Vimercati

  3. Si continua a raccontare ciò che è accaduto per l’inadeguatezza del termine Shoah a rendere ciò che è stato lo sterminio pianificato a tavolino, burocraticamente, di 6.000.000 (dico seimilioni) di umani come fossero bestiame.

    Dalla vicenda emergono degli interrogativi che investono letterature di ogni genere che li raccolgono, sì, ma per ignavia intellettuale, li risospingono al fatto storico, in un circolo vizioso di pretestuose analogie.

    Ben vengano i fumetti a provocare
    l’intellettualità a non dare il fatto
    come esaustivo del raccontare e il
    raccontato romanzescamente come
    esaustivo del saggio scientifico.
    micol

  4. io invece ci penserei tre volte prima di sparare commenti sull’integrità/volgarità intellettuale di qualcuno.
    Col mio commento, senz’altro stupidino, sottolineavo che prima del Rwanda ce n’erano altre di storie da raccontare, e infatti concludevo dicendo che i fumetti non sono poi un mezzo così sbagliato per parlare di queste storie, shoà compresa.

    A volte mi chiedo perché vengo qui.

  5. cara/o Nonsologeomangio,
    a quali Sabra e Chatila gioverebbe il tuo non venir più qui?
    Proviamo a dirne ancora qualcosa, invece, se vogliamo giovare alla civiltà.
    Proviamo a dire che Sabra e Chatila e le foibe e gli Armeni e il Rwanda e la battaglia di Gorizia che dal 9 al
    10 agosto 1916 (due giorni!) costò la vita a 1759 ufficiali e 50000 (dico cinquantamila) soldati e Sarajevo e il gulaghismo e…….furono massacri, genocidi, ma non Shoah.
    La Shoah è l’INDICIBILE.
    Scrivendo ignavia intellettuale mi riferivo alla letteratura che non ha nomi appropriati per differenziare
    la mostruosità di ciascun avvenimento, facendo torto a ciascuno di essi con il risultato di mutilare il nostro (ra)contare e, di conseguenza, banalizzare il nostro vivere.
    Ci vogliono nomi s-maliziati da un dibattito per (ra)contare con qualità.

    Proseguiamo, dai!
    Micol

  6. Davvero il “comunque capisco” non era chiaro?
    Si forse graficamente ci voleva un accapo sopra e uno sotto.
    Ma davvero devo stare a spiegare parola per parola?
    il crimine della Shoa è stato così grande che probabilmente per un essere umano non è nemmeno calcolabile. (lo spiego meglio?)
    E questo era il mio “ti capisco”.
    E poi penso anche che i fumetti siano un mezzo del tutto abilitato a parlare anche di queste cose.
    Il Rwanda, pensavo che fosse presto, perché certe cose devono sedimentare anni – a volte – per poter scriverci su o farci anche un film. Invece leggo qui che già ci sono. Bene.
    Di Sabra e Chatila mi sembra passato il giusto tempo per parlarne e per non dimenticare.

    Il “non capisco perché vengo qui” non c’entra nulla con l’argomento. E’ che a volte me lo chiedo, perché non so se sono la benvenuta. (e qui solo con Paolo parlo)
    E non lo so perché non ho riscontri.
    Il che non vuol dire che mi piace collezionare commenti sul mio blog, così per vezzo.
    Cioè mi piace collezionarli in quanto “pezzi di dialogo”.

    Spesso leggo post lunghissimi su svariati blog, sul perché si blogga, sulla vanità dei blogger… non so mai cosa dire.
    Io bloggo per fare amicizia.
    E come gli amici ci tengono a mostrare agli amici le foto delle loro vacanze, probabilmente pecco di vanità pubblicandole sul mio blog.
    Però mi metto in gioco.
    A volte bloggo pezzi di me stessa piuttosto privati e non mi nascondo mai.

    Cosa vuoi Micol?
    Dimostrare la tua infinita superiorità intellettuale mitigherà la shoah?

    Arrivederci Paolo, tornerò solo a commentare le tue ricette di cucina. Per quelle forse il mio cervellino basta.

  7. Fa,
    premetto che la parte di risposta al tafferuglio con Vimercati è finita nella finestra dei commenti del post odierno (2 o 3 cose…).
    Passo alla questione E’ che a volte me lo chiedo, perché non so se sono la benvenuta
    Questo mio diarietto adolescenziale è in perenne crisi d’identità.
    Fai bene a sottolineare le differenze nelle motivazioni dei blog. Sono convinto che alla fine i blog siano degli oggetti che ci somigliano.
    Io non sono esattamente una personcina amichevole (sono il vicino di casa con la faccia sempre incazzata che rincasa da lavoro a orari improbabili e che qualche volta non saluta). Mi riesce difficilissimo utilizzare uno strumento per fare amicizia (anche se il blog a questo un po’ e’ servito).
    Quando l’ho aperto volevo parlare delle cose che leggo (a proposito: la storia di erika NON è un fumetto). E’ che (nonostante il vacuo tentativo di understatement) mi piace fare la ruota e far sfoggio di memoria, cultura, lessico e capacità di mettere in relazione le cose.

    A cosa serva oggi ‘sto blog non lo so. So che mi infastidiscono le finestre dei commenti in cui una comunità si manifesta per non dire nulla ma solo per rispondere “presente” all’appello.

    Fosse possibile dialogare ne sarei felicissimo. Ma Boris, sempre nei commenti del post odierno, mi fa osservare che non è possibile.

    Vieni a commentare quando vuoi (nella maggior parte dei casi mi fa piacere). Fino a oggi non mi sono sentito in dovere di rispondere sempre e a tutti. Forse sbaglio.

    Ciao
    P.

  8. 7, le ricette di cucina credo, per quanto io mi ricordi dei tempi in cui ero un’ottima cuoca, includono anche le parole forno e gas.
    Esattamente come la Shoah.

    Se qualcosa del mio commento ti ha urtata, Nonsologeomangio, non è stato perciò per esclusione dell’
    argomento cucina che ci accomuna,
    ma per qualcosa d’altro che non riesco a cogliere.

    milim

    ps:il cara del mio commento #6 voleva essere ospitalmente conviviale.
    Lo specifico nel caso fosse stato inteso come una confidenzialità non
    gradita e fosse stata questa a stizzirti.

  9. 10, intendo ancora meno.
    Cosa c’è in un proseguiamo di stizzente?
    Che termine avresti preferito usare
    in apertura, in positivo, tendente al buono?
    E’ consueto dire buon proseguimento
    quando ci si augura la buona continuazione di qualcosa,
    in questo caso di un dibattito su un
    argomento a dir poco scottante giusto per restare nell’ambito di termini di cucina che ci accomunano.

    milim

  10. Non so se l’ho già detto, ma una cosa che mi inquieta tantissimo è il dover raccontare atrocità per cui non è stata ancora inventata unità di misura ai miei figli. Della Shoah non ho avuto modo di parlare (sono un pusillanime, ho finanche nascosto la storia di Erika). Mi sono trovatto l’anno scorso di questi tempi a spiegare a Chiara gli effetti dello tsunami (la sua migliore amica proviene dallo sri lanka). Quando ce lo raccontiamo tra di noi adulti, siamo adeguatamente cauterizzati: tsunami è una bella parola e i morti a migliaia sono numeri. Però per farti capire da una bimba di 5 anni (l’anno scorso) devi seguire il consiglio di Dahl (ti devi inginocchiare e guardare il mondo dalla sua altezza). E allora diventa difficile nascondersi. Perché i morti devono avere un nome, un mestiere, delle preoccupazioni. Ce n’è una che sta stendendo il bucato; un altro che fuma la prima sigaretta della giornata; due si stanno baciando e non smettono neanche quando sentono il rumore assordante; al bar fanno colazione e uno guarda sul quotidiano la pubblicità di una camicia…

    Ricondurre tutto alla normalità ti devasta. Ti apre il torace e ti lascia senza fiato.

    E allora mi chiedo quali siano le parole per spiegare cosa è stata la Shoah.
    Guardare le illustrazione di Innocenti con queste persone stranamente calme, sicuramente stanche, che si muovono lentamente mentre vengono stipate da carnefici (calmi e forse annoiati) su vagoni numerati mi lascia senza parole.
    Nessuna attenzione ai volti e gli stivali dell’ufficiale sono liucidi.
    Mi sembra che l’indicibilità (di cui parla milim) sia feroce. Non lascia scampo.
    Specie pensando all’anestesia che ci inducono testi come la vita è bella di benigni, che alla fine si riduce a essere la traslitterazione del più importante motto marxiano “una risata LI seppelirà”

  11. L’indicibilità è di una saponetta che io ho e su cui ci sono tre lettere: RJF.
    Veniva data ai militari prigionieri in Germania.
    Alla fine della guerra, una rivista americana ha rivelato cosa significassero quelle tre lettere: puro grasso ebreo.
    Il grasso si usa in cucina ed anche il sapone, durante la guerra, si faceva in cucina.
    Ecco questo è l’indicibile, che le cose aberranti ci passino sotto gli occhi, lasciandoci indifferenti, perchè inserite in un nome familiare.

    grazie spari,

    milim

  12. Io ho parlato della Shoah ai miei bimbi. Sono stata aiutata da una canzone di Guccini. L’ascoltavamo in macchina e loro volevano sapere cosa significasse quel “passato per il camino”.

    Per concludere, milim. Quel proseguiamo sembrava pronunciato su un ring. Ma se tu mi dici che non è vero, io ti credo.

  13. c’è anche un altro albo illustrato da Innocenti sulla shoa che si chiama Rosa Bianca (sempre Edizioni C’era una volta). Non è altrettanto bello come storia di erika (che c’è in italiano anche se sparid’inchiostro ha postato la copertina in inglese) ma secondo me già che ci siamo si possono comperare tutti e due.

    cerebroleso

  14. La copertina dell’edizione italiana non l’ho trovata in rete. In inglese ne esiste un’edizione con la stella a 5 punte. Qualcuno sa il perché?

    e poi

    L’editore C’era una volta esiste ancora?

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