RJF

La sotto c’è un post che si apre con la copertina del picture book La storia di Erika. Nella finestra dei commenti stanno succedendo cose. Riporto un stralcio della conversazione, perché quando ho visto il commento di milim (che riporto qui in fondo)… Eccomi qua, di nuovo a sciacallar commenti.

micol/milim:
Si continua a raccontare ciò che è accaduto per l’inadeguatezza del termine Shoah a rendere ciò che è stato lo sterminio pianificato a tavolino, burocraticamente, di 6.000.000 (dico seimilioni) di umani come fossero bestiame.
Dalla vicenda emergono degli interrogativi che investono letterature di ogni genere che li raccolgono, sì, ma per ignavia intellettuale, li risospingono al fatto storico, in un circolo vizioso di pretestuose analogie.
Ben vengano i fumetti a provocare l’intellettualità a non dare il fatto come esaustivo del raccontare e il raccontato romanzescamente come esaustivo del saggio scientifico.

sparidinchiostro:
Non so se l’ho già detto, ma una cosa che mi inquieta tantissimo è il dover raccontare atrocità per cui non è stata ancora inventata unità di misura ai miei figli. Della Shoah non ho avuto modo di parlare (sono un pusillanime, ho finanche nascosto la storia di Erika). Mi sono trovatto l’anno scorso di questi tempi a spiegare a Chiara gli effetti dello tsunami (la sua migliore amica proviene dallo sri lanka). Quando ce lo raccontiamo tra di noi adulti, siamo adeguatamente cauterizzati: tsunami è una bella parola e i morti a migliaia sono numeri. Però per farti capire da una bimba di 5 anni (l’anno scorso) devi seguire il consiglio di Dahl (ti devi inginocchiare e guardare il mondo dalla sua altezza). E allora diventa difficile nascondersi. Perché i morti devono avere un nome, un mestiere, delle preoccupazioni. Ce n’è una che sta stendendo il bucato; un altro che fuma la prima sigaretta della giornata; due si stanno baciando e non smettono neanche quando sentono il rumore assordante; al bar fanno colazione e uno guarda sul quotidiano la pubblicità di una camicia…

Ricondurre tutto alla normalità ti devasta. Ti apre il torace e ti lascia senza fiato.

E allora mi chiedo quali siano le parole per spiegare cosa è stata la Shoah.
Guardare le illustrazione di Innocenti con queste persone stranamente calme, sicuramente stanche, che si muovono lentamente mentre vengono stipate da carnefici (calmi e forse annoiati) su vagoni numerati mi lascia senza parole.
Nessuna attenzione ai volti e gli stivali dell’ufficiale sono lucidi.
Mi sembra che l’indicibilità (di cui parla milim) sia feroce. Non lascia scampo.
Specie pensando all’anestesia che ci inducono testi come la vita è bella di benigni, che alla fine si riduce a essere la traslitterazione del più importante motto marxiano "una risata LI seppelirà"

micol/milim:
L’indicibilità è di una saponetta che io ho e su cui ci sono tre lettere: RJF.
Veniva data ai militari prigionieri in Germania.
Alla fine della guerra, una rivista americana ha rivelato cosa significassero quelle tre lettere: puro grasso ebreo.
Il grasso si usa in cucina ed anche il sapone, durante la guerra, si faceva in cucina.
Ecco questo è l’indicibile, che le cose aberranti ci passino sotto gli occhi, lasciandoci indifferenti, perchè inserite in un nome familiare.

Proseguiamo, dai.

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31 pensieri su “

  1. Sul numero de “Lo straniero” che sta adesso in libreria c’è una raccolta di poesie scritte da deportati in campi di concentramento.
    Alcune sono anonime, altre hanno l’autore riportato.
    Vi (s)consiglio la lettura straziante e bellissima di questi testi.
    Altra cosa: Ieri leggevo l’introduzione al “Castello” di Kafka. Le sue due sorelle (ultimi componenti in vita della famiglia Kafka)sono state uccise in campo di concentramento.
    Così sono morte le sorelle di Kafka.
    Non lo sapevo.

    Gipi

  2. Elie Wiesel dice che la Shoah è un mistero,
    ma i misteri sono roba da superstizione,
    si ri-s-velano con il raccontare e
    il raccontare non va senza un dizionario.
    Occorre che un argomento, per fare MEMORIA, faccia VERSO in un dizionario terminologico.
    I termini di cucina sono il dizionario terminologico calzante per la Shoah,
    perchè la ripropongono interminabilmente attraverso i gesti quotidiani, gesti a memoria, legati alla cucina:
    marchi doc,
    stelle, codici a barre, reticolati, baracche, gas, forni, camini, ghiaccio, sapone….. ammazzamento del maiale di
    cui nulla va buttato via, grasso, pelle…….
    e quando parlavo di ignavia letteraria è proprio a questo che mi riferivo
    l’ignavia di non analogicizzare linguisticamente la Shoah alla cucina per timore di “perdere tempo” in trovate dizionaristiche
    che costerebbero, per ben che vada, prese in giro ed esser tacciati di banalità.

    Così come per tantissime altre shoah della nostra vita
    la cotta, l’innamoramento
    la scottata
    il bruciarsi
    lo spago come la paura spinta fino al panico talvolta
    il fumo come le immagini del sogno, intellettuali
    le uova come interrogativo di cosa venga prima, se l’uovo o la gallina, per non dire che sono simultanei
    frittate, scodellamenti, come gravidanze, parti
    un frugolo da mangiare di baci
    la fame come d’amore
    amore, passione, odio per un cibo
    cambio di gusti in cucina
    la lingua bollita, come scriveva boris in un suo post
    il cervello fritto dall’elettrochoc che è una scorciatoia per l’infarto.
    La similitudine passando per la cucina, diventa parabola.

    Quante volte capita di non capire ciò che sta succedendo e che questo ci provochi disagio?
    Ebbene il disagio è sempre per l’indicibilità di ciò che proviamo:
    Indicibilità, vale a dire mancanza di similitudini.
    Non sta nel cervello il disagio,non sta nella testa, non è eugenetico, ma sta nel dizionario, sta nell’incrociarsi,
    in una stessa parola, di sensi opposti, e nel tilt di uno stesso senso di parole provenienti da campi opposti.
    L’intellettualità è l’esercizio di trovare immagini (fumetti, motti di spirito, sogni) che colleghino sensi opposti del Nome.
    L’intellettualità non è organica, non è personificabile.
    L’intellettualità è trovare analogie, attraverso i COME a dire del nome.
    L’intellettualità è fumettare il nome.

    Nella Shoah, in tutte le shoah delle nostre emozioni, si incrociano, attraverso termini della cucina e
    dell’alimentazione, sensi opposti di calore, di gioia, di convivialità, di avversione, di disgusto, di paura,
    di angoscia.
    Ineliminabile la paura a favore della sola gioia.
    Ineliminabile il nero a favore del bianco.
    Ineliminabile l’Altro.
    Ineliminabile l’ebraismo = “stare dall’altra parte”
    Ineliminabile il dolore
    Ineliminabile il Nome per l’indicibilità del raccontare, perchè anche trasformato in numero, il numero resta NOME e non possono togliersi le immagini che evoca.
    Il nome non è eliminabile in un significato una volta per tutte, perchè fa verso in infinite immagini significanti.
    Hitler non eliminabile in quanto Fuhrer, Mussolini non eliminabile in quanto Cavaliere, Ebreo non eliminabile in quanto usuraio dal naso adunco, Antonin Artaud non eliminabile con la diagnosi di schizofrenico da liquidare in soluzione finale con
    l’elettrochoc,
    Pantani non eliminabile come doppato da vegetalizzare in “casa di cura”,
    Lapo Elkann non è eliminabile con il “ritiro” negli actors studios USA perchè qui a Torino i Dante e Guido con
    cui si accompagnava non erano socialmente accettabili, perchè sotto “falso” nome di “Patrizia”.

    a MEMORIA, i VERSI:
    Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
    fossimo presi (COME)per incantamento,
    e messi in un vasel ch’ad ogni vento
    per mare andasse al voler vostro e mio.
    sì che fortuna od altro tempo rio
    non ci potesse dare impedimento,
    anzi, vivendo sempre in un talento,
    di stare insieme crescesse ‘l disio.
    E monna Vanna e monna Lagia poi
    con quella ch’è sul numer de le trenta
    con noi ponesse il buono incantatore:
    e quivi ragionar sempre d’amore,
    e ciascuna di lor fosse contenta,
    sì come i’ credo che saremmo noi.

    Lehaim! Alla vita!
    milim

  3. non ricordo dove ho letto di quanti prigionieri dei lager sono morti, dopo la liberazione, per essere stati alimentati non specificamente dopo la FAME.
    La cosa richiama, audacemente, l’anoressia ed anche, in qualche modo, lo scrivere nei blog.
    Anche la pasciutezza, cosiddetta da Spari
    e il Sepuku, detto da Cerebrolesso, riguardano il ventre.
    E l’alimentazione per i bambini (c’è una carozzina nel libro di Erika) ad omogeneizzati………Biafra

    milim

  4. Tutto passa per l’alimentazione.
    Dall’alimentazione si conosce la storia dei popoli.
    La storia del popolo ebraico più di altri, visto che la religione detta molte regole anche in cucina, dalla macellazione delle carni all’alimentazione degli animali, al divieto dell’assunzione di carne di maiale.
    Sono romana. Molta cucina romana è anche ebraica.
    E se passi da Roma, vicino al Portico d’Ottavia, in pieno “ghetto”, trovi un forno (eh sì, a Roma si dice forno, nel senso di fornaio) piuttosto antico, oltre al pane propone la pasticceria più fine, tra cui una torta di pastafrolla, ripiena di crema, marmellata di amarene e ricotta… da leccarsi le dita!

    Non sapevo delle sorelle di Kafka. Ricordo però come rimasi di stucco nello scoprire che l’Arco di Tito era stato eretto a celebrazione dei vittoriosi Tito Flavio Vespasiano e suo figlio Tito Flavio Domiziano, reduci vittoriosi di una terrificante campagna, in cui vennero uccisi anche 500 ebrei al giorno, determinandone la prima diaspora. Neanche questo sapevo. Nessun libro di storia me l’aveva spiegato.

  5. ….e i carciofi alla giudea che non potrebbero chiamarsi così se i Romani non avessero fatto di tutt’erba un fascio chiamando gli Ebrei, Giudei (da cui lo Juden
    nazista) e la loro terra Philistina (terra dei Filistei-Ebrei) e deportandoli in massa,
    dato origine a quel contenzioso storico di rivendicazione del diritto inalienabile di ritornarci,
    perchè appunto non l’avevano lasciata di volontà loro, gli Ebrei, la Palestina,
    che non trova soluzione neppure oggi.

    Ma proseguiamo in apertura, con una bella tavolata……
    conosci la ricetta dei carciofi alla giudea, Nonsologeomangio?
    Dei carciofi, in generale trovo particolarmente agreable il gusto
    misto di dolce-amaro.
    A Trieste, dove sono nata, si fanno ripieni di pane gratuggiato
    e con i piselli.
    A Torino, dove vivo, si fanno anche impanati.

    Le ricette di cucina fanno il verso alla pancia.
    Nei campi di sterminio le donne se le raccontavano,
    raccontandosele ne sentivano i profumi, era la Memoria in atto, vibrante, era la vita nonostante tutto.

    milim

  6. … per non parlare di Plutone che ruota in direzione opposta rispetto a quella degli altri pianeti del sistema solare.

    cerebroleso

  7. …roba che se sei là su Plutone e hai mangiato carcioffi e poi decidi di far sepuku, ti viene la nausea tagli male e i carcioffi ti spiaccicano tutto il kimono, ti spiaccicano

  8. ce l’hai con i carciofi perchè sono alla giudea, cerebrolesso?

    Antisemitaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    :))))))))))))))))))))))))

    milamilimilah

  9. Pensa che prima di questo commento sulle ricette (io coi carciofi ho un rapporto terrificante – mi faccio male e non so cucinarli) si parlava con un’amica della propensione di alcuni al continuo cambio di discorso. “Imprigionati in una spirale” mi diceva. E la metafora a me richiamava solo spermatozoi ingabbiati da uno strumento ginecologico anticoncezionale (sarà perché che mi sono educato sessualmente sui film di woody allen e sui fumetti…)

    Veramente Plutone va dall’altra parte?

  10. Avete mai visto il film “Monsieur Batignole”? di Gérard Jugnot – Francia, 2001.
    L’ho visto qualche anno fa in un piccolo cineforum di Varese.
    Penso l’ennesimo tentativo di raccontare con immagini e parole la grandezza di un uomo e del suo coraggio nell’inferno del periodo nazista.
    Io ve lo consiglio.
    (P.s: anche a Varese c’è una piccola ma piccola oasi nel deserto mentale!)

    Chiara

  11. sì, sì, va dall’altra parte.
    che sia parte del famoso complotto pluto-giudeo-massonico?

    cerebroleso

    ps, c’è da dire però che i + aggiornati non considerano + plutone un pianetta, ma un oggetto tipo asteroide che formarebbe parte di una cintura di corpi che si trova da quelle parti, tipo gli asteroidi fra marte e giove.
    ma quanto saggi ci ha fatti google?

  12. il nostro carissimo cerebrolesso mangia i Woody wurstel solo se cotti al forno.
    E’ un osservante della kasherut nazista, tutto ciò che sa di ebreo va rigorosamente “infornato” per togliergli quel certo sapore di rancido
    tipico dello “sporco ebreo”.

    Gli ebrei non stufati con il gas, tipo
    Carlo e Nello Rosselli, quelli non vanno bene.

    Allora ‘sta ricetta, cerebrolesso?

    milahmilimilah

  13. …quello che poso dire è che alcuni preferiscono considerare Plutone e il suo satellite Caronte come un pianeta doppio, piuttosto che un pianeta e un satellite.

    cerebroleso

  14. Metà dell’arte del cucinare i carciofi sta nel pulirli.
    I carciofi alla Giudja (quà se dice così) si mangiano sempre al ristorante perché cucinarli a casa equivale a schizzarsi di olio bollente.
    La ricetta è semplice: si immergono i carciofi interi a testa in giù in olio bollente. Però ci sono diversi segreti: il carciofo va preparato con appositi tagli e sbattendolo a testa in giù su un piano di marmo per fargli assumere la forma di un fiore, poi, sul più bello della frittura, va aggiunta acqua gelata, versandola direttamente nell’olio!
    Questo gli fa assumere una particolare croccantezza.
    Ma a me fa paura!

    cURIOSO: HO VISTO QUESTA RICETTA IN tv SPIEGATA DA mARIA sCICOLONE, SORELLA DI sOFIA, MADRE DI Alessandra, nuora del duce.

  15. non mi dire, Nonsologeomangio, che dobbiamo cambiare locale (blog)
    per la CENA!
    la cena, Pesach, Pasqua, seder
    Seder di Pesach:
    Seder, ordine, per traslato: sacrificio, canone, misura
    Pesach, passar oltre, proseguire

    metafora, la rivoluzione, il passar oltre, il COME, il proseguire che
    non va senza metonimia, non va senza canone, senza misura, senza sacrificio, integr-azione,
    non va senza integrazione di immagini-fumetto

    A Pesach sono essenziali i bambini (Cerebrolesso, questa è la parte che ti si addice, carissimo, ma aspetta,
    ché, prima dell’Afikomen, il pezzo di matzot nascosto per il cui ritrovamento sono
    certa che il premio sarà tuo, c’è dell’altro)

    3 matzot (pane senza lievito)
    zampa di agnello arrostita
    gambo di sedano
    erbe amare
    frutta secca e vino

    ricette?

    milahmilimilah

  16. cazzo spari
    e ti lamenti e ti deprimi?
    con un pubblico simile?
    ma vaffanculo!
    e adesso ci inviti tutti a mangiare la farinata a Torino (quella piemontese).
    sciao
    boris

  17. No, caro Boris. Sono mooolto contento della piega che sta prendendo il discorso.
    A Torino ci ho vissuto per un anno e non ho trovato una farinata che mi stupisse. Invece ottimi bolliti, enoteche da cena e un ristorante sardo divertentissimo (che però adesso mi han detto aver chiuso).
    Avessi saputo che potevo chiedere a milim, mi sarei fatto accompagnare da lei per ristoranti.

    Ciao
    P.

  18. giusto per darvi un’idea di cosa possa essere, in traduzione quotidiana, il Pilpul che,
    a mio parere, è il carburante che alimenta il motore amore-odio
    verso gli ebrei, vi racconto questa.
    Una mia amica ebrea americana viene a vivere a Torino, parlo di parecchi anni fa.
    E compera, a prezzo simbolico, un word processor.
    Una cosa enorme,un macchinone che occupava un intero locale,
    Rappresentava, per lei, una benedizione (birkat) per agendare indirizzi (aveva un’agenzia musicale)
    e per il venditore una mitzvah (un’opera buona).
    Dopo due anni circa, lei torna dal venditore e tutta risentita gli chiede
    il rimborso, per riparazioni fatte
    alla macchina, di una cifra superiore al costo stesso d’acquisto.
    Il venditore esterrefatto le dice, ma scusa, ti ho venduto una cosa usata
    mica nuova, lo sapevi no?
    E lei risponde che è proprio quello il punto, che lui avendole venduta
    la macchina ad un prezzo così basso le aveva lasciato intendere che fosse già usata tanto da
    poterla mettere sotto pressione giorno e notte come lei aveva fatto,
    facendola andare in tilt.
    Che se lui, invece, gliel’avesse venduta al suo giusto prezzo, e cioè
    da nuova qual era, lei l’avrebbe trattata da nuova facendola lavorare con rodaggio.
    Lui l’aveva “ingannata” con il costo troppo basso.

    Ecco, questo è un esempio del Pilpul (pungente), confrontare
    questioni differenti e, per analogia, far nascere una formula nuova
    che è al tempo stesso inno alla vita ma anche sacrificio così
    come è benedizione (birkat) e precetto (mitzvah), al tempo stesso,
    ogni essere umano che viene al mondo a cui dar da mangiare.

    Ricette?

    milmilmil

  19. a me è venuta in mente una cosa accaduta anni fa a Parigi e poi di nuovo questa estate a Praga.. perchè, della shoah, leggiamo e sappiamo….Anna Frank, Levi, film innumerevoli, però….però..sono racconti che non ti permettono di realizzare che c’erano persone reali dietro. E’ come leggere un fumetto, poi chiudi il libro e quello non è più reale. Anni fa a parigi ho sfiorato.. solo sfiorato.. cosa realmente significasse shoah…nella lista interminabile di nomi e numeri che mi sono trovata di fronte…un’artista, una donna…ne aveva tapezzato le pareti di una stanza.. la chiamano arte concettuale.. era al museo d’arte moderna di Parigi..e io..non avevo capito cos’erano…. E’ successo lo stesso a praga, quest’anno,entrando in una sinagoga , nel quartiere ebraico. Pensai che sulle pareti….quello che “vedevo” scritto sulle pareti…fosse la torah trascritta sui muri…erano nomi..erano nomi…persone realmente esistite..nomi…c’erano anche dei Kafka…poi non ho avuto più la forza di parlare…

    ricetta: Mele al forno

    5 mele
    zucchero
    cannella
    rhum

    humptydumpty

  20. Credo tutte e tre le sorelle (Elli, Valli e Ottla) e anche Milena Jesenská, la scrittrice di cui si innamorò, morirono nei campi di concentramento.
    La prima donna della sua vita, Felice Bauer, quella dell’enorme, delicatissimo epistolario, fuggì in America per evitare la persecuzione e gli sopravvisse 36 anni. Chissà cosa provava nell’aprire di nuovo, nel rileggere le lettere di quel ragazzo visionario che avrebbe lasciato una pesantissima impronta su tutta la letteratura.

  21. E’ sempre intellettualmente vivificante farsi un “fumetto” sui personaggi a principiare dai debordamenti significanti del nome che hanno.
    Kafka, ma è un ricordo molto confuso, deborda in un qualche animale, in cecoslovacco.

    milim

  22. Boris,
    dici Guy per dire che la cornacchia, kavka, kafka sarebbe un Mau(vis) passant? Un migratore?
    (mauvis, tordo sassello,migratore che fa: siip-ip, cittuc, trui-trui-trui-tru-tri)

    e la chiamano arte venatoria!

    milmil

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