Il canone fumettistico – 11

1969 Poema a Fumetti di Dino Buzzati

Un anno in caserma è una maledizione. Un carcere travestito in cui ti trovi prigioniero per un errore veniale. E’ vero non ho fatto obiezione di coscienza, ma sono innocente!
Questo era lo spirito con cui, da metà del 1991, sono stato costretto (precettato) per una dozzina di mesi a trascorrere notti in posti dal nome osceno (camerate) in una città, Bolzano, cui ancora non sono riuscito a perdonare il misfatto.
Due ancore di salvezza:
1. Sono riuscito a convincere il capo di tutti noi cazzoni (un capitano con la faccia da maresciallo, il solo adulto in quel luogo di demenza) che il cinema era riattualizzazione della performance teatrale su schermo (giuro! Mi ha creduto!) e ho ottenuto – presentando la tessera di un cineclub – un permesso che mi consentiva di rientrare a mezzanotte in caserma (evitando l’appello prima della strombettata della buonanotte)
2. Ho scoperto (tardi) i racconti di Dino Buzzati.
Racconti di progressioni e involuzioni iterate, completamente privi di catarsi. Proprio come sentivo la mia vita in quei giorni. Esattamente quello che cercavo.
Ho provato a leggere anche i romanzi e – spocchiosissimo fin dalla gioventù – mi ci sono arenato (il deserto dei tartari è volato in un cestino o tra le mani di un commilitone che stava valutando se fosse o meno il caso di rinunciare all’ennesima rilettura di supersex – credo abbia optato per supersex).
Poi c’era un libro per bambini meraviglioso (la famosa invasione degli orsi in Sicilia) che mi ha convinto a prestare maggiore attenzione a quel mondo e un libro strano.
Strano fin dal titolo.
Poema a Fumetti. Un ossimoro. Ciò che comunemente viene concepito come momento più alto della produzione intellettuale, il poema, accanto al più becero dei prodotti subletterari.
Con la sua rinarrazione del mito di Orfeo, con il suo lettering a normografo, con i suoi disegni che mi pareva di essere più bravo io, non riuscii ad amarlo.
Ancora oggi mi tiene lontano. Lo rileggo e mi annoio. Ma la colpa è solo mia perché quel libro è un importante punto di discontinuità, un’interruzione nella storia letteraria di questo paese e nella storia del fumetto.

1969 Valentina Melaverde di Grazia Nidasio 

 

Come già ti dicevo, il più bel regalo che mi sia stato fatto per natale mi è giunto da un collega. Si tratta di una serie di volumi che raccolgono semestri del corriere dei piccoli e del corriere dei ragazzi dal 1968 al 1973. Grazia Nidasio fa la sua mirabile figura fin da subito, con una rubrica che simula uno scambio epistolare tra due ragazzine lontane. Poi rende interessante il dottor Oss, un feuilleton letalmente noioso di Piero Silva. Infine arriva Valentina Melaverde, un approfondito spaccato familiare e sociale.
Avrei voluto parlare degli acquerelli di Nidasio e della sua gestione dei tipi e delle fasce d’età (attraverso la Stefi, sorella minore che poi avrà diritto a una serie propria, e il Cesare, fratello maggiore). Poi mi è venuto in mente che la signora Nidasio, che è una polemista piuttosto vivace, una dozzina d’anni fa aveva spiegato chiaramente la propria posizione rispetto le storie e la narrazione. Ed è quasi bergeriana (faccio riferimento a una frase di Berger che ho citato un paio di settimane fa – se non c’eri, ti tocca di andare a recuperarla). Ho ritrovato il pezzo, apparso originariamente sulle pagine del Corsera nel 1995, nel sito dell’anonima fumetti. Lo ripropongo perché mi sembra chiarisca il senso di Valentina Melaverde.
“La disneyzzazione mondiale è già in atto, ed è un vortice destinato a riprodurre se stesso attraverso film, Tv, serials, videogiochi, libri, periodici, fumetti, negozi. Un’immensa omologazione dell’immaginario giovanile (e non solo giovanile, visto che si sta puntando al cosiddetto target-famiglia), destinata a spazzare via ogni visione originale, ogni espressione di cultura locale, peculiare europea. L’egemonia del sistema, per conservare se stessa, deve poi neutralizzare per forza la concorrenza, magari comprandola solo per farla sparire dal mercato. Ci siamo tanto preoccupati, a suo tempo, dei cartoni animati giapponesi, ora il pericolo è infinitamente più vasto essendo ben più articolato e potente. In alcuni paesi europei, come la Gran Bretagna, dove l’autonomia culturale è più forte, si tenta già di correre ai ripari potenziando l’editoria creativa e promuovendo la produzione di film d’animazione che tengano conto dello spirito anglosassone e della sua tradizione letteraria. Si tenta anche di arginare la fuga di cervelli e manodopera, di sceneggiatori, animatori e illustratori, allettati dai compensi californiani. Un’occhiata al fenomeno, per favore, signori che vi occupate di estetica e di costume. Facciamo in modo che il secolo XX, cominciato con la rivoluzione di Picasso, non finisca nella marmellata multicolore e multimediale imposta dalla holding Disney”
Una selezione delle storie di Valentina è stata raccolta in tre volumi da Salani. Purtroppo questi tre libri sono stampati su carta porosissima che impasta tutti i grigi. Ah, già! L’hanno riproposta in un’orrida mezzatinta, costringendomi a rinunciare all’ottima colorazione. Una domanda: è meglio avere un libro sbagliato o non averlo affatto?

1969 La strana morte di Capitan America di Jim Steranko 

 

Non esiste storia di Capitan America che non mi annoi. E’ tutta colpa dell’effetto Obelix. Come il gallo ciccione, sono caduto nella pentola da piccolo e ancora oggi quando vedo ‘sto armadio stellestrisce mi viene da sbuffare. Per anni ho collezionato il Capitan America dell’editoriale corno, perché – ragazzino – ho subito la fascinazione totale degli x-men. Non il gruppo multietnico degli anni 70 cui di recente dedicano blockbuster, ma proprio la banda di adolescenti patatonici col pigiama giallo e blu. La casa editrice milanese aveva riadattato il comic book statunitense per il pubblico italico: fascicoletti di 48 pagine con poca pubblicità e 2 storie e mezzo. E gli x-men erano accanto al bel capitano.
Ai miei occhietti vergini, Jack Kirby e John Buscema apparivano giganteschi (oggi continuo ad amare il primo e provo indifferenza per il secondo). Eppure Capitan America era noiosissimo. Era contro un sacco di ismi che al Lazzaretto di Senago non ci erano mica arrivati: il cubo cosmico, il nazista dormiente, il teschio rosso, l’AIM, i manifestanti del campus e le black panther erano ai miei occhi abitanti della stessa zona dell’immaginario, proprio lì tra Coccobill e i folletti.
Poi, a un certo punto, mi sono arrivati tra le mani i tre albi disegnati da Steranko. BUM!
Non so dove siano finiti quegli albi, ma ricordo i poliziotti che scandagliano il molo con un bastone lunghissimo e ripescano la maschera, ricordo i capelli nerissimi della cattiva (dotata di un fisico che ai miei occhi bambini sembrò veramente audace) che coprivano la metà deturpata del volto, ricordo il biondo Steve Rogers che – con i capelli tinti e l’impermeabile, si allontana nel vicolo dopo aver riconquistato l’identità segreta.
Durante la realizzazione di quel ciclo di storie, Steranko mancò una data di consegna. La leggenda dice che Kirby fu costretto a disegnare un fill in (che rinarrava le origine del supereroe) in un fine settimana. Steranko vide quell’intromissione (e l’insistenza di Stan Lee che lo invitava a disegnare peggio) come un modo per spezzare la tensione narrativa e danneggiare l’integrità del suo lavoro. Dopo questo gioiello si vedranno ben pochi altri suoi lavori. Non so se si trovi ancora, ma qualche tempo fa era uscito un volume Star Comics (Capitan America: Stanotte muoio, credo) che raccoglie quel ciclo. Su amazon si trova il volume dedicato a Jim Steranko nella serie Marvel Visionaires. Caldamente consiglio.

(11. continua)

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18 pensieri su “

  1. sono appena usciti per mondadori gli atti del convegno dedicato al poema a fumetti, tenutosi a belluno alcuni anni fa. nel leggere l’introduzione, ho appreso che l’estate scorsa è morta di tumore la curatrice dell’iniziativa nonchè presidentessa dell’associazione internazionale di studi dedicata a buzzati. Nella Giannetto, si chiamava e penso che le dobbiamo molto, perchè pur proveniendo da una cultura non certo disponibile verso il fumetto ha saputo sostenere che il poema a fumetti è stata l’opera più importante realizzata da buzzati, in quanto testamento letterario, filosofico e visivo dell’autore. UN bel contributo . Un’ulteriore conferma della superficialità della critica fumettistica che manco si era accorta dell’importanza di questa opera, salvo eccezioni sparse.
    Una curiosità: il titolo poema a fumetti è stato “imposto” dall’editore. Buzzati voleva utilizzare come titolo qualcosa tipo (vado a memoria) “appuntamento con la morte”.
    Il poema è effettivamente noioso senza la cognizione di cosa ci stava dietro ad ogni singola immagine. I lettori sono quindi pienamente giustificati 😉
    L’opera può essere considerato il primo poema a fumetti e se guardiamo in profondità possiamo rilevare delle somiglianze con il Pompeo di Andrea Pazienza. C’è anche una vignetta in particolare che fa il verso ad una del Poema buzzatiano.
    micgin

  2. mah. Torno dopo una decina di giorni e ci trovo:

    – un amico che rivela di essere stato un rompicazzo intellettuale anche a militare, tritamaroni cinefilo con un povero capitano

    – un altarino per un sopravvalutato autore, in fondo, “grande-fra-i-piccoli” (prima o poi bisognerà spiegare sul serio le magagne culturali causate al fumetto dai fans di supereroi)

    – una sciura geniale celebrata solo a metà.

    Sulla Nidasio dichiaro apertamente il mio amore infantile. Per me resta non solo una grande osservatrice, ma colei che ha spalancato al geometrizzante fumetto popolare le porte dell’Informale. Come dire: nonsolovitaquotidiana. Perchè la lotta del tipograficissimo ‘parlato’ del fumetto tradizionale contro la vitalità dell’informale calligrafia “a mano”, beh, a me pare una gran battaglia estetica. Vinta dalla (sottovalutata) sciura Nidasio senza ricorrere all’underground. Insomma, rivoluzionaria ma con classe.

    Torno nella sabbia.

    il Granchio

  3. curiosity: col poema a fumetti di buzzatti il gruppo milanese de musique contemporaine Sentieri Selvaggi aveva fatto uno spettacolo, l’anno scorso mi sembra.

    scusa micgin, ma come si fa ad aver “la cognizione di cosa ci sta dietro ad ogni singola immagine” quando si legge un fumetto? detta così sarebbe dificile leggere un fumetto che non sia noioso.

    cerebroleso

  4. dipende cosa si intende per “un fumetto”. La stragrande maggioranza dei fumetti sono fatti per farsi capire, sono realizzati per essere il più possibile comprensibili, possibilmente nella spettacolarità.
    Buzzati invece, pur rivolgendosi a tutti, come del resto altri autori dopo di lui in varie forme, può essere compreso solo da chi conosce i suoi racconti, il suo amore per le montagne della sua zona d’origine, le sue ossessioni (l’erotismo per esempio) e i suoi quadri.
    Il poema a fumetti si può apprezzare appieno, per dire, se accompagnato dalle classiche note.
    Prima del convegno di Belluno, ne percepivo l’importanza e avevo semplicemente “capito” la vicenda del viaggio negli inferi. Dopo il convegno, grazie anche ad un intervento in particolare, che ha analizzato l’opera tavola per tavola, mi si è aperto un mondo, quello dell’autore.
    micgin

  5. ahhh, adesso sì ho capito.
    è come con superman!
    che se non sai cos’è la kriptonita non si capisce niente
    grazie molte
    cerebroleso

  6. uuuuh
    basta con questo assurdo ottocentesco bisogno di “capire”.
    Capire il mondo di Buzzati – le inquietudini della borghesia meneghina? l’esistenzialismo d’accato del Deserto? un favolismo antiscientista e peruginescamente poetico?- è molto meno che capire “solo” il viaggio agli inferi.
    Quello che credevo l’unico merito unico merito di Buzzati _come dice Spari- legare poema a fumetti micgiv ci fa scoprire che non è nemmeno merito suo…
    appena torno a casa lo butto nella raccolta differenziata.

  7. Boris:
    >basta con questo assurdo ottocentesco bisogno di “capire”.
    Capire il mondo di Buzzati

    Sì, vabbeh. diciamo allora che se hai seguito l’autore nel suo percorso, riesci a comprendere meglio un’opera così particolare come il Poema a Fumetti. Forse nel momento in cui è uscito era un’opera troppo avanti, anche se perfettamente contemporanea ai lettori di Buzzati.

    Boris:
    > Quello che credevo l’unico merito unico merito di Buzzati _come dice Spari- legare poema a fumetti micgiv ci fa scoprire che non è nemmeno merito suo…

    Non ho capito. Il Poema di Buzzati è del ’69 (vado a memoria). Non ricordo poemi a fumetti precedenti. Successivi sì: Pompeo di Pazienza e Cardiaferrania di Poggi e Falcinelli.

    Boris
    >appena torno a casa lo butto nella raccolta differenziata.

    se è la prima edizione te la prenoto subito 😉

    micgin

  8. cerebroleso: ahhh, adesso sì ho capito. è come con superman!
    che se non sai cos’è la kriptonita non si capisce niente
    grazie molte

    Grazie altrettanto
    sono molto contento quando si può essere utili a chi ne ha bisogno.
    micgin

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