Il paese chiuso

Sul finire degli anni sessanta, la periferia milanese era una costellazione di città-satellite, ognuna delle quali dotata di un centro storica, con la chiesa, e di un centro economico, con la banca. Zoomando su uno di questi satelliti si scopriva una complessità frattale: periferie distribuite casualmente, a gocce di pioggia, senza che vi fosse evidenza alcuna di un disegno intelligente.
Sono cresciuto in un quartiere periferico, nella metaprovincia milanese, che in quei tempi era ad almeno un chilometro da qualunque altro agglomerato urbano. Palazzoni distribuiti lungo un quadrato, circondando un parcheggio che col tempo si trasformerà in una piazza: cinque colate di cemento che svettavano in un cielo ancora vergine e attorno campi e degrado industriale da dopomiracolo.
Ottanta famiglie, quattrocento persone, espulse dall’Italia rurale (a sud o a nord indifferentemente) e addensatesi attorno a un aggregato di edilizia quasi popolare, quasi milanese. Siciliani, veneti, calabresi, pugliesi e campani convivevano in un ecosistema autoconsistente. Due negozi di alimentari, due bar, un ambulatorio medico, una cappella, un asilo improvvisato, un carrozziere, un meccanico, un campo da calcio e una scuola elementare. Intorno orti costruiti tanto abusivamente quanto inconsapevolmente (abusivamente? E’ terra! Anzia è la MIA terra. Guarda, l’ho recintata).
Chi cresceva lì dentro non conosceva – non poteva conoscere – il fuori. Non frequentava l’oratorio o gli altri centri di aggregazione giovanile. Passava le sue giornate nei campi, formava la propria sessualità nei solai e rischiava di essere rotato attraversando lo stradone.
Ci si avvicinava a quelli del centro solo quando si era costretti a condividere con loro le aule delle scuole medie. Era una sorpresa, perché in quel momento scoprivi che chi viveva lì era considerato terrone e criminale. Passi il terrone. Ma criminale, perché?
Saranno state quelle due o tre risse che scoppiavano in uno dei due bar durante l’anno (a giocare a “padrone e sotto” gli animi si scaldano). Oppure gli espedienti per sopravvivere messi in campo da famiglie monoreddito, colle femmine a casa ad accudire casa e figli e i maschi messi ai ferri in catena di montaggio: furti e riciclaggio.
Fatto sta che ci emarginavano e si capiva che noi, metaprovinciali, facevamo un po’ paura.
E, come dice Conte a proposito di donne e jazz, non si capisce il motivo.

Ora vivo altrove e il vuoto tra quel quartiere e il resto del paese è stato colmato da piani regolatori disinvolti ed edilizia agevolata: tra il centro e la periferia c’è una distesa di case che ricorda il tabellone del risiko a fine partita, ma quei cinque palazzoni fanno ancora la loro porcissima figura.

Incontro una conoscente che vive ancora nei paraggi. Mi dice: “E’ diventato un postaccio. Ho paura a mandarci mio figlio: è tutto pieno di extracomunitari!”

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5 pensieri su “

  1. Mi hai fatto pensare ad un amico che ha deciso di iscrivere la famiglia ad una società ricreativa perchè non è più possibile portare la figlia ai giardinetti pubblici, perchè ormai frequentati solo da extracomunitari. A parte che non è esattamente così, e quando c’è la bella stagione e ci porto mia figlia, ci sono bambini di ogni tipo, questo problema è effettivamente sentito da molti genitori. Non si fanno tanto problemi rispetto alla “diversità” etnica degli altri bambini, quanto un problema di buone relazioni.
    Si teme che il proprio bambino, lasciato giocare in spazi aperti a tutti, dove quindi ci vanno solo bambini che non hanno alternative, abbia opportunità relazionali troppo povere e limitate. E’ un rischio che si sta correndo anche con la scuola. La scuola pubblica sempre più depauperata e sempre più multirazziale viene sempre più vista come un luogo che si abbassa di livello. La scuola privata, a torto o ragione, sempre più sostenuta viene sempre più vista come garanzia di qualità. Non certo e non solo didattica…
    E’ una tendenza che non mi piace per niente.
    micgin

  2. E, aggiungo, nonostante che la storia dei nostri destini dimostra perfettamente ragazzi cresciuti nei quartieri ghetto che descrivevi possano diventare consulenti di successo. Al contrario, abbiamo rampolli di importanti dinastie industriali rivelarsi penosi drogati e amatori perversi.
    Insomma, a conti fatti, un genitore degli anni ’60 dovrebbe constatare cge Paolo Interdonato è sicuramente un partito migliore di Lapo Elkan… 😉
    micgin

  3. confesso che sono attratto magneticamente da un piccolo giardino in zona Lambrate. E’ l’unico spazio verde nell’arco di…30000 abitanti. E’ davvero piccolo. Una cazzo di piazzetta con poche panchine, tanti alberi e un po’ di suppellettili. Un eufemismo sotto forma di giardino pubblico.

    Con il bel tempo, si suddividono il territorio, nell’ordine:
    – extracomunitari latini (urlanti)
    – extracomunitari maghrebini (loschi)
    – vecchi ruderi (con bastone)
    – badanti slave dei ruderi (con camicie a fiori)
    – bimbi su scivoli e giostre (sgarrupate)
    – genitori (che se la raccontano)
    – un’edicola e un fruttivendolo

    Non so se è un esperimento sociale. La gente è costretta a stare tutta lì stipata nei pochi centimetri quadrati verdi. Ma nessuno ha paura di nessuno. Finisce pure che la gente dei vari gruppetti chiacchiera a caso con quelli accanto. E commenta: “ma quanto sono bastardi quelli che vogliono fare un parcheggio qua e buttare giù metà degli alberi”?

    Lambrate è un delirio. Sembra un puzzle che sta insieme per caso. Ma finchè sta insieme, non è niente male.

    ilGranchio

  4. Mi ricordo che vidi un cortometraggio su un broker che era diventato barbone e viveva tra la stazione di Lambrate e quel grande giardinetto. Molto bello.
    andrea barbieri

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