Ghe pensi mi

Power Mac G5

Quando Flavio mi ha chiesto di preparare e tenere una lezione del suo corso di art direction, ho risposto: “Ma certo!”
Non imparerò mai. Faccio sempre così. Mi chiedono di fare qualcosa che mi sembra interessante e, nonostante sia estremamente consapevole dei miei limiti – TUNK! –, rispondo sempre così. Questa volta era una lezione su fumetto e pubblicità. La pubblicità è il male assoluto e il fumetto, certo, non è il bene. Insieme non possono che stare bene.

E così mi sono ritrovato a raccontare pagine di fumetto proiettate sul muro in una scuola milanese per designer e pubblicitari.
Credo di essermela cavata. Ho usato i soliti trucchi: mezz’ora di ossessione per la definizione e di natura della bestia, quaranta minuti di storia del fumetto pubblicitario e della pubblicità fumettatae, alla fine, i confini del regno, gli elementi del linguaggio del fumetto che la pubblicità non ha mai (o ancora) imparato a usare.
Un finale trionfale a inseguire il senso su una pagina non lineare di Chris Ware. Ero molto soddisfatto.
Mi sono fermato. Ho sorriso. Ho cercato consenso: nessuna domanda e facce che esprimevano tedio (le mie qualità oratorie sono assai discutibili e – è noto – sono ometto molto noioso).

La lezione era finita (e, grazie a dio, era venerdì). Sono uscito dall’aula mentre Flavio rivedeva progetti di comunicazione e davanti a lui si formava una lunga coda di ragazzi e ragazze adoranti con leggerissimi PowerMac portatili sotto il braccio. Ero su un ballatoio e alcuni dei ragazzi mi si sono avvicinati. Erano probabilmente costretti a starmi accanto perché quello era l’unico posto in cui si poteva fumare (mentre io ero lì solo per respirare piombo fresco all’aperto sotto la cappa asfittica milanese: non sarà certo un po’ di fumo passivo a farmi male). Educatamente mi hanno rivolto la parola.
“Leggo Dragonball. Sono un otaku mancato. Tutti i mesi ci lascio i miei 20 euro in fumetti”.
“Io leggo Giulia e Dailan Dog, ma il mio vero amore è Milo Manara”.
“Scusami. Magari tu lo sai. E’ uscita una serie bellissima in edicola. L’ultima battaglia. Quando esce il prossimo numero?”
“Io leggo solo Topolino”.
Tacevo e ascoltavo ma, dentro, soffrivo e mi rodevo. Subito mi è scattata la puzza sotto il naso.
Ma come! Ho passato due ore a proiettare sul muro pagine di Frank King, Guido Crepax, Harvey Kurtzman, Gianni De Luca, George Herriman, Andrea Pazienza, OuBaPo e Chris Ware! Come hanno fatto a venirti in mente solo quelle robe?

L’ho solo pensato, mentre continuavo a sorridere e a fare cenni di assenso col capo. Sono un pusillanime che cerca consenso.

Capisco. L’uso della parola fumetto scatena cortocircuiti nefasti. Chi la pronuncia, magari avendo in mente un linguaggio, deve essere consapevole della possibilità che gli interlocutori pensino solo a diabolik e dylan dog (“Maledetto disegnatore intellettuale! Leggi Diabolic! Disegna Diabolic!”)

Mi sto convincendo della necessità di una locuzione che si riferisca solo al fumetto che piace a me e agli spocchiosissimi radical chic come me. Fumetto da leggere senza cercare soluzioni consolatorie. Da comprare in libreria e da infilare negli scaffali tra gli altri libri, anche senza immagini.
Improvvisamente la definizione “graphic novel” non mi fa più così schifo.

Subito dopo il corso sono arrivato trafelatissimo a casa di S. e F.. Volevano che raccontassi loro cosa ho visto ad Angouleme e che mostrassi delle cose interessanti.
Siccome dovevo attraversare la città un paio di volte, al mattino ero uscito leggero e con pochi libri in borsa. La selezione ovviamente era stata ardua, ma su un libro non ho avuto alcuna esitazione: Clumsy di Jeffrey Brown. Me lo aveva consigliato Fabio ad Angouleme e gliene sono grato (magari nei prossimi giorni ne parlo più diffusamente). Emozionato come un bimbo, Ho posato Clumsy tra le mani amiche.
S. ha guardato il libro e ha iniziato a leggiucchiarne pagine a caso. Poi lo ha chiuso con la faccia soddisfatta di chi ha trovato un libro che valga la pena leggere, e ha lodato la bellezza della copertina: semplicissima e con una grafica elementare ma non per questo clumsy.
F. ha sorriso e mi ha fatto osservare la parola scritta sotto il titolo: novel.

Novel! Capisci?
E’ così semplice.

31 pensieri su “

  1. scusaprego chiarire:

    novel cittadina francese
    novel romanzo
    novel novità
    ovvero
    novel srl (ce n’è una paccata per tutta italia)

    sciao
    boris

  2. Caro Spari,
    non so se rientro anch’io tra gli spocchiosissimi radical chic del fumetto autoriale (Vittorio Giardino mi piace più di John Porcellino, son tagliato fuori?), in genere comunque apprezzo e condivido buona parte delle cose che scrivi, ma mi pare che si stia esagerando un po’ con l’esaltazione del fumetto minimal amatoriale. Nulla di grave, è una tendenza diffusa anche tra i critici musicali, spero solo si ridimensioni.
    Con simpatia immutata
    canti del caos

  3. Mi sto convincendo della necessità di una locuzione che si riferisca solo al fumetto che piace a me e agli spocchiosissimi radical chic come me

    Quello che piace a te è il fumetto; che se l’inventino gli altri, che se l’inventino, una definizione pei loro patetici diporti.

    (E poi quei tardo-adolescenti “studenti” di “art direction”, tutti col loro PowerBook, il loro Dylan Dog, i loro disegnetti gook, che antipatia…).

    Quanto alla spocchia chic, è un modo di salvarsi la vita.

    Il Turpe Squisito

  4. Caro canti,
    forse hai ragione. Ma non mi sembra ne abbia dato mostra in questo post.

    Frank King, Guido Crepax, Harvey Kurtzman, Gianni De Luca, George Herriman, Andrea Pazienza, OuBaPo e Chris Ware minimal amatoriali?

    Oppure ti riferisci a Gipi?
    O a Clumsy di Jeffrey Brown (che forse minimal lo è veramente ma ormai esce per Top Shelf e si può liberare del marchio di amatoriale)?

    Su Porcellino so pochissimo. Ho letto cose sulle antologie SPX che non mi hanno colpito particolarmente. Siccome sono stato cazziato per questa mia indifferenza, ho comprato un libro ad angouleme ma non sono ancora riuscito a leggerlo.

    Di Vittorio Giardino compro e leggo tutto. A volte mi piace molto, spesso mi diverte, a volte mi annoia. L’ultimo libro (eva miranda) mi è parso difficile da giustificare (o anche solo da tollerare).

    Ciao
    P.

  5. Caro Spari,
    grandissimi Gipi, Ware, Paz, Crepax, ma anche Baru, Tardi ecc (siamo più o meno della stessa parrocchia ti dicevo).
    Per amatorial minimale intendevo una sorta di scelta stilistica (credo consapevole) che accomuna una serie di autori aldilà dell’etichetta editoriale con cui pubblicano. Non ho nulla contro i Porcellino, i Jeffrey Brown, ecc, sono solo perplesso per l’eccessivo entusiasmo critico con cui sono accolti.
    Diciamocelo: si finisce spesso con l’esaltare opere che si allontanano dal fumetto tradizionalmente inteso per partito preso e gusto elitaristico.
    Circa il termine da utilizzare per indicare opere che hanno poco da spartire con la serialità bonelliana, non starei ad impazzire, teniamoci il buon vecchio “fumetto”, se non sbaglio con il termine film si intendono sia le pellicole di Sokurov, sia quelle di Neri Parenti.
    Ciao
    canti del caos
    ps1
    confesso: Eva Miranda non l’ho proprio comprato
    ps2 fuori tema:
    hai idea di che fine abbia fatto Anna Brandoli? Lavora ancora? I suoi volumi sono reperibili(in fumetteria neanche l’ombra)? Ho un sacco di puntate sparse per riviste dei suoi fumetti e avrei voglia di leggermeli per intero

  6. Caro Canti,
    Ho una domanda semplicissima: cosa hai letto di jeffrey brown? Perché a me è clumsy (l’unico libro che ho letto) e’ parso proprio bello e capace di suscitare un discreto entusiasmo critico.

    Quanto alla stessa parrocchia, ma…
    Io, per esempio, quando parlo di vacanze di natale non uso la parola “cinema”.

    Ciao
    P.

  7. Moreno carissimo,
    non lo so.
    Quello di Campbell mi è parso l’ennesimo decalogo che non giustifica la definizione. Un manifesto appunto. Magari nell’intervista dice cose che mi fanno capire meglio cosa intende.

    Una domanda: come fai?
    A me il journal è arrivato settimana scorsa. L’ho rapidamente sfogliato, dando una rapida scorsa all’intervista a campbell (che – confesso – non mi interessa troppo), e mi sono concentrato – poco – sull’intervistina a junko mizuno e sulle illustrazioni dell’inferno (bellissima quella di dante sporco, col sigaro, il cerotto su naso e la bottiglia di whisky in mano, che torna dall’inferno).
    Poi l’ho messo nel reparto delle cose che un giorno leggero’ (quella che mi sta buttando fuori di casa).

    Ciao
    P.

  8. solo qualche considerazione al volo:
    il come chiamare le cose è un problema effettivamente serio. siccome decide la consuetudine, possiamo discuterne quanto vogliamo, ma difficilmente possiamo incidere sul fatto che tutti chiamano fumetto quelle cose disegnate in vignette dove i personaggi parlano con le nuvolette. nuvolette perchè per molti è quello il tratto connotativo. infatti, c’è chi fa risalire la storia del fumetto italiano non dal corriere dei piccoli (1908) ma dal successivo avventuroso (anni 30′). analogo il discorso che possiamo fare sulle opere, diciamo per intenderci, non seriali, non basate su personaggi che vivono storie ricorrenti, ma basate su storie. Romanzi a fumetti, graphic novel? alcune case editrici parlano di romanzo a fumetti, dopo che altre in precedenza parlavano di fumetti d’arte. a me piace parlare semplicemente di romanzi o racconti o novelle o simili, accompagnando poi il termine dalla specificazione “a fumetti” o “grafico” o simili. Ma penso sia soprattutto importante valorizzare il tipo di narrazione più che il linguaggio con cui è espressa. Altrimenti ricadiamo nella definizione più generale, sono tutti fumetti, e quindi sono tutti uguali, e quindi è tutto appiattito e non riusciamo a richiamare l’attenzione sulle opere non seriali, che sono ormai la novità importante di questi ultimi anni.
    Dopo di che, possiamo simpaticamente scannarci su Clumsy o Eva Miranda, ma è uuna discussione secondaria.
    micgin

  9. Michele carissimo,
    il fatto che queste affermazioni vengano da chi – tra l’altro – cura e coordina il mantenimento di una biblioteca in cui l’uomo ragno, diabolik, eva miranda. clumsy e appunti per una storia di guerra sono costretti gli uni accanto agli altri mi sembra significativo.

    Significativo mi sembra anche il fatto che il centro fumetto andrea pazienza, dopo aver tentato l’esperimento di schizzo presenta (opere e autori) sia arrivato a 100% schizzo, facendo il verso, nel primo volume, a una collana panini per la forma, e agli album soleil per i contenuti.

    L’attuale configurazione del centro fumetto è frutto della storia e del lungo processo attraversato fino a oggi.

    Le scelte editoriali, invece, secondo me dovrebbero essere spiegate. Perché a volte io non le capisco (ma magari non rappresento il target del CFAP).

    un abbraccio
    P.

  10. ok, paolo, ma non capisco cosa c’entra quanto ho detto sulle scelte editoriali (tra virgolette…) del cfapaz.
    cmq te lo spiego. come già detto – e spero che ti entri definitivamente nella tua zucca pelosa 😛 – collezione 100% schizzo è una vetrina per gli autori cremonesi bravi a prescindere dallo stile. il cfapaz ha un rilievo nazionale, ma purtroppo non dispone di finanziamenti nazionali. ma di finanziamenti locali. ergo, promuovere gli autori locali è giusto e doveroso (era la “mission” originaria). Questo ci ha già consentito di lanciare gli apprezzati Gianluca Foglia e Anna Merli. Ora tocca a Fusari e altri, tra loro diversissimi, sono in arrivo.
    Parallelamente proseguiamo con Schizzo Presenta, a cui non vogliamo rinunciare, ma che rappresenta esclusivamente una nostra scelta, che ovviamente interessa relativamente la comunità locale. Finchè potremo, continueremo. Anche se qualche domanda ce la poniamo…
    tutto chiaro? o te gheet amò de spaccaar le bàle ?
    😉

    target del cf: non ne ha uno solo, ma ne ha diversi. tu fai parte di uno di questi, interessato a quello che è stato chiamato “fumetto d’autore” e forse definibile come esigente, dalle aspettative alte.
    ok, tronco, devo andare….
    ciao

    micgin

  11. il cfapaz ha un rilievo nazionale, ma purtroppo non dispone di finanziamenti nazionali. ma di finanziamenti locali. ergo, promuovere gli autori locali è giusto e doveroso

    Ah bhé. Sì bhé….
    Secondo me quando i finanziatori hanno detto “questi capitali li affidiamo a Ginevra…” c’è stato un fraintendimento.
    Comunque parlare di “collane” (gestite parallelamente poi) da un ente che produce tre/quattro pubblicazioni l’anno mi sembra un po’ eccessivo.

    Baci
    P.

  12. parole, parole, parole… Niente male le parole. Per farci a cazzotti sono ottime. Una pacchia, se pensiamo che chi si interessa al fumetto internazionale, grazie all’uso delle parole è un po’ più schizofrenico di prima. “Fumetto” con nuvoletta, “bande dessinée” con striscetta o “comics” con risate a profusioen?
    Le parole – che tanto gli hanno nuociuto – seppelliranno il fumetto?
    Non credo.

    Quella parolina lì, graphic novel, che a qualcuno sembra spocchiosa, negli States non è usata solo da chi vende spocchia. “Attention please”, non vorrei far sobbalzare qualcuno, ma “graphic novel” è la parola con cui una grandissima fetta di librerie (tutte le quasi 5000 monitorate dalla Nielsen) chiama quella cosa che noi italiani chiamiamo fumetto. Nelle librerie americane infatti – diversamente dalle fumetterie – è successo che negli ultimi anni il fumetto è stato catalogato non più nella categoria “children” (grazieadio), ma nemmeno in quella comics. Perchè? Semplice: perchè nelle librerie Usa, il fumetto che tira di più si chiama…manga. E allora cosa fanno distributori e misuratori? Prendono una categoria che possa comprendere sia i vecchi comics che i nuovi manga. E cosa usano? Graphic novel, appunto.

    E allora la domanda da farsi oggi è, piuttosto: non è che il fumetto sta cambiando nome?

    Tanto per vederne un esempio: lista dei fumetti più venduti negli Usa nel 2004:
    http://www.icv2.com/articles/home/6207.html

    bye

    il Granchio

  13. Un “fumetto” non si chiama, lo si vede lo si riconosce e lo si compera. Il nome ce l’ha l’oggetto che lo contiene. Libro, poster, cartolina, albo, schermo del pc, telefonino (dai, fate ‘sti cazzo di fumetti per telefonino, sarebbe anche ora, uno si abbona e gli arriva il fumetto via rete edge)
    Usare fumetto e’ un po’ come chiamare una persona “o te” oppure “coso” o “bagaj” ma se lo chiamo “novel” e’ come chiamare tutti gli uomini di una stanza “Mario”.
    Paolo, con novel, vuole dire che gli piace leggere delle storie e non guardare delle figure.

    D.

  14. a paolo – spari:
    se non possiamo chiamarle collane, le chiemeremo braccialetti … 😉

    al granchio:
    ecco appunto! i cambiamenti ad un certo punto avvengono. e il termine graphic novel mi sta meglio di comics, anche perchè così possiamo indicare cose diverse (fumetti in libro e giornalini, a prescindere ovviamente dalla qualità).

    micgin

  15. Io mi sono creato una cartella di link che riguardano il fumetto e l’ho chiamata frettolosamente “narrazioni disegnate” perché mi piace l’idea del disegno.
    A volte lascio anche post in cui parlo di “percetti”. Trovo che non si rivendichi mai abbastanza la differenza tra illustrazione e immagine, tra una cartolina naturalistica e il rendere visibile l’invisibile. Per esempio dico – tra i frizzi generali – che una foto dal set Maresciallo Rocca è una illustrazione, mentre una foto di Robert Mapplethorpe è un percetto. Non è spocchia, è precisione. Per esempio questo pomeriggio andrò in una fumetteria bolognese e chiederò un “percetto sequenziale” dal titolo “From Hell”. Dirò proprio così col commesso: “percetto sequenziale”. E se lui mi motteggierà, fa lo stesso.

    andrea barbieri

  16. Passata la settimana, oggi rifaccio lezione agli studenti…. dire se e cosa hai lasciato loro, lo potrò fare solo lunedi dopo la fatidica domanda di oggi “che ne dite della lezione sul fumetto?” magari salta fuori che per qualcuno “novel” sia un errore di battitura per scrivere 9. Dirti che mi aspetto questo non è poi così lontano dalla varità. Il problema loro NON è che non si interessano al fumetto d’autore, il problema è che NON si interessano punto. Non sanno un tubo, non si domandano un tubo e non cercano un tubo. la nuova generazione mi terrorizza pensando che ho anche 2 figlie molto piccole.
    L’artdirector

  17. sì, però rischi di fare il classico discorso retorico che ogni generazione fa sulle successive.
    bisogna saperli interessare e affascinare, i più giovani, perchè sono molto più esigenti di quello che si può pensare.
    ti faccio un esempio freschissimo, perchè è un’esperienza di due ore fa.
    stiamo realizzando un laboratorio in una classe del liceo artistico. l’obiettivo è quello di realizzare una breve fumetto che prenda esempio da un fatto tratto dalla storia di cremona (a cui seguiranno poi altri moduli laboratoriali). per interessare i ragazzi alla storia di cremona, argomento non certo entusiasmante…, abbiamo chiamato un giornalista esperto di storia locale (si chiama fabrizio loffi) che ha raccontato dieci anedotti in modo brillante! (dall’incendio romano di cremona alla fucilazione del ras fascista farinacci) la classe si è appassionata. alcuni hanno disegnato scene evocate dal racconto. si è finito per scoprire che una delle facciate del duomo riporta scritte arabe (se lo sa borghezio…). si è parlato dei pesci siluro provenienti dal danubio e del perchè sono lunghi più di due metri. si è fatto persino un cenno ad alcune antiche osterie, come La Luna, compianta da Laura Scarpa!
    insomme due ore che sono volate e che probabilmente faranno guardare ad una materia come la storia con occhi sicuramente diversi.
    lo stesso vale per il fumetto.
    non è un argomento piacevole per forza. e se i ragazzi non si appassionano non è certo loro responsabilità.
    micgin

  18. d’accordo con l’analisi e l’appendice. non ne faccio un discorso legato alla retorica. la lezione è stata interessante e anche io non è che sia un divoratore di fumetti, ma faccio il mio mestiere…. guardo cosa mi succede inrotno, capisco che linguaggio si usa e lo applico… dal detersivo alla bmw. questo era chiesto a loro. capite quel linguaggio, analizzatelo, guardate cosa c’è dietro (politica, cultura, droghe …) serve sapere tutto. serve anche a chi – come il modo pubblicitario è – rimane alla superficie delle cose… interessarli è defficile lo vedo ogni lezione, ma scopro sempre di più che non è responsabilità solo del docente o di chi viene invitato a tenere una lezione (d’accordo che Spari quando si incista in evoluzioni letterarie ci fa cadere dalla sedia) ma nache dell’ambiente ove cresce e che frequenta. Detto ciò mi auguro veamente che il crescere d’età significhi anche per loro, evolversi.
    L’artdirector

  19. libri? graphic novel? novel? comic?
    secondo me a scanso di equivoci la cosa migliore è indicare col dito

    mi dia uno di quei (e vai col dito)
    si stanno facendo dei bellissimi ( dito)
    siamo nell’età del oro del (dito)

    cerebroleso

  20. No, please, non tirate fuori il “fumetto d’autore” o me ne vado…

    Il dividere l’idea di fumetto del “volgo incolto” (Diabolik, Tex e Topolino) da quello che si andava realizzando su riviste tipo Linus o Frigidaire era una necessita’. Ma come capita spesso in Italia, lo si e’ fatto nella maniera peggiore possibile, idolatrando il concetto di “autore” (anche se faceva cazzatine escapistiche, porno-chic alla Manara, adattamenti di film alla Crepax o roba alla Mollica) e relegando tutti gli altri (Barks, Caniff, Eisner, tanto per fare qualche nome) a “non-autore perche’ non li pubblicavano quelle riviste che davano il “patentino”.

    Negli USA per rispondere alla stessa necessita’si e’ usato invece “graphic novel” sin da “il contratto con Dio” (e la necessita’ di Eisner era ben specifica: doveva pubblicarlo fuori dai normali canali distributivi fumettistici), un termine che parla della sostanza dell’opera e non del pedigree dell’autore, e (sara’ solo un caso, non ne discuto, pero’ certi casi un po’ di logica ce l’hanno…) loro hanno iniziato a tirare fuori COME LIBRI Maus, Watchmen, Why I hate Saturn, Stuck Rubber Baby, The playboy e i Never Liked You, etc, mentre da noi le riviste “d’autore” omaggiavano Lele Vianello, Nives, Mollica, e compagnia bella, snobbando Magnus e Pazienza (e creando il peggior tipo di lettore al mondo, il piu’ ottuso, peggio dei manga-fan: quello che si comprerebbe la lista della spesa di un ristretto e selezionato elenco di “autori” che manco legge piu’, mentre si rifiuta di leggere le cose di un Gipi perche’ non e’ in quell’elenco: e non dite che non ne conoscete di gente cosi’ perche’ non ci credo…)

    A me sembra incredibile che si continui a discutere di “fumetto d’autore / sono tutti fumetti” come se fossero le uniche due alternative, quando invece sono due enormita’ che possono ormai trovare aderenti giusto in Italia. Non sarebbe ora di buttare il “fumetto d’autore” dove deve andare, tirare la catena, e iniziare ad usare i termini che per altri hanno gia’ funzionato meglio, come appunto “graphic novel” (ecchissenefrega se in inglese, o italianizzato in “romanzo a fumetti” o “romanzo grafico” o altro, l’importante e’ capirsi)

    P.S.: come faccio? Beh, a me il Comics Journal e’ arrivato da quasi un mese, e sono subito corso a leggere l’intervista a Campbell perche’ mi interessava parecchio. Ma ammetto che mi capita spesso di mettere via un comics journal dopo averne leggiucciato la meta’ o meno: gia’ faticavo astare dietro a tutte le riviste, e mi sono andati pure a raddoppiare le pagine…

    Moreno.

  21. Andrea:
    sei sopravvissuto al vaffanculo del negoziante cui hai chiesto quella roba lì? Io – attratto dal fascino delle tue affermazioni – sono andato dal fornaio è ho chiesto una sinestesia organolettica, indicando un pane pugliese. Ho ricevuto uno sputo e un calcio in culo: ora devo andare a comprare il pane nel paese vicino.

    Moreno:
    No, please, non tirate fuori il “fumetto d’autore” o me ne vado…
    Piantala, va…
    e non dite che non ne conoscete di gente cosi’ perche’ non ci credo…)
    Ma chi frequenti?
    Ieri sono andato a Novegro – per colpa di un’operatore dei percetti sequenziali e della letteratura iconoverbale, che si chiama come una città svizzera – e li ho visti quelli là. Non ne conosco nessuno.
    Giuro.

    Baci
    P.

  22. preciso che quello “che si chiama come una città svizzera” non sono io! domenica ero ad una festa di compleanno di cuginetti a parma 🙂
    micgin

  23. Il tipo di Alessandro librerie mi ha consegnato FH. Mi ha detto “in relazione alla compravendita di tale percetto sequenziale il corrispettivo è pari a euro trentacinque inclusi gli oneri di legge” poi ha aggiunto “sa, io sono un wittgensteiniano e tengo per il Bologna”.
    A quest’ultima frase non ho saputo trovare un senso. Ho pagato e riposto il prezioso volume nel tascapane.

    andrea barbieri

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