ALTRE INQUISIZIONI – 4

L’IMPERO DEI CONTROSENSI

banidiera giappone

Fanno osservare Diamond e Uchiyama: «[…] i temi dell’erotismo e della fertilità sono stati per molto tempo una parte integrante della tradizione culturale giapponese. Tanto è vero che i templi religiosi, le storielle sporche e le rappresentazioni artistiche – sia esplicite sia evocative – contenevano icone e rappresentazioni sessuali prive sia di pudica vergogna sia di quelle connotazioni peccaminose tipiche della cultura occidentale. Queste rappresentazioni della sessualità, tradizionalmente connesse ai temi della cultura confuciana, erano considerate un miglioramento della solidarietà familiare attraverso le gravidanze, una forma di educazione sessuale e un modo per godere della “bella vita”» .
Lo sviluppo di divieti circa la rappresentazione della sessualità avvenne progressivamente sotto la guida e lo stimolo dell’occidente. A partire dal 1868, durante l’epoca Meiji, vennero introdotti svariati divieti (fu vietato, per esempio, il bagno misto) al fine di rendere accettabile la cultura nipponica al mondo occidentale, con il quale si stavano tentando proficui avvicinamenti commerciali. L’occupazione statunitense, all’indomani della seconda guerra mondiale, introdusse puntualmente la concezione occidentale di morale e censura (colpendo tanto le istanze nazionaliste quanto le rappresentazioni della sessualità).
Questa introduzione forzata del concetto di oscenità, per sua natura fortemente radicato a cultura e tradizione, ha generato un sistema di regole volte a normalizzare principalmente la forma dei prodotti culturali.
Vediamole queste regole.
L’articolo 21 della costituzione giapponese, adottata il 3 novembre 1946 e attiva dal maggio dell’anno successivo, recita:
«Diritto alla comunicazione
1. Sono garantite la libertà di assemblea e associazione, quella di parola, stampa e di espressione per il tramite di qualsiasi mezzo.
2. Non sarà consentita alcuna forma di censura, né tanto meno il controllo dei mezzi di comunicazione» .
C’è poi il famigerato articolo 175 del Codice Penale che, nonostante sia spesso citato a sproposito, si limita ad affermare: «Chi distribuisce, mette in vendita, espone o possiede allo scopo di vendita materiali osceni sarà condannato fino a un massimo di due anni di carcere o, in alternativa, a una multa fino a 2.500.000 di yen».
Ancora una volta, la parola chiave è “oscenità”, concetto oltremodo scivoloso che – abbiamo visto – si riferisce al contesto spazio-temporale di applicazione.
La legge è materia strana che si autoalimenta attraverso meccanismi interessanti: le ambiguità semantiche, connaturate alla definizione dei divieti, vengono dipanate attraverso un attento processo fatto di raffinamenti progressivi.
In Giappone le leggi hanno validità nazionale, ma vengono applicate localmente da un consiglio di tre giudici che valutano i casi loro sottoposti. Per garantire l’uniformità dell’applicazione delle leggi presso tutto lo stato, è prevista la trasferta di ciascun giudice a un’altra prefettura ogni tre anni circa.
In questo contesto, il circolo virtuoso di progressiva messa a fuoco del concetto di “oscenità” ha condotto a un’enumerazione puntuale delle cose che non si possono rappresentare. Tutto ciò si è nel tempo tradotto in un sistema di retroazioni che ha, di fatto, innestato le verifiche censorie nel processo di editing dei contenuti da pubblicare, controllando e negoziando «il compromesso tra candore e pudore».
Fino al 1991, nessuna pubblicazione a fumetti giapponese riportava in copertina l’esplicita indicazione del fatto che i contenuti fossero per adulti. A fronte di un’ingiunzione da parte dei governi di ventuno prefetture, gli editori accettarono di apporre un marchio che evidenziasse l’età dei destinatari del prodotto e richiesero ai rivenditori di esporre la merce in spazi vietati ai minori. Contemporaneamente si registrava che il pelo pubico non era più il confine del comune senso del pudore. Ne diede puntuale notizia l’importante quotidiano di Tokyo ASHAI SHINBUN, nel giugno 1991, evidenziando che la rappresentazione pubico-tricologica non era più perseguita dalla legge, con il conseguente crollo dello standard di valutazione dell’oscenità.
Oggi, nel manga, sembra essere vietata solo la rappresentazione degli organi genitali femminili e maschili turgidi, collocati in posizioni anatomicamente corrette e dotati di proporzioni verosimili.
Sono permessi nudi integrali infantili, ogni sorta di metafora sessuale, secchiate di liquidi viscosi, organi genitali meccanici, peni antropomorfi e creature fallomorfe.
Il divieto di rappresentare il sesso hard core ha fatto sì che gli autori di manga sviluppassero interessanti soluzioni per attraversare i setacci censori.
I metodi di rappresentazione utilizzati sono i più disparati. Si va dall’applicazione a posteriori di biacca e pecette (la vulgata, supportata anche da uno studioso attento e credibile quale Thierry Groensteen , narra che i sessi siano rappresentati con dovizia di dettagli e quindi occultati da anonimi correttori specializzati), alla mancata rappresentazione, ai tentacoli, e così via . L’esigenza di celare agli sguardi immagini scabrose si traduce nella ricerca di un codice di espressione estetica.
La Clinica dell’Amore di Haruka Inui racconta le mirabolanti imprese del dottor Sawaru Ogekuri e dell’infermiera Ruko Tatase (veri campionari viventi di curiosità erotiche) che devono risolvere i problemi sessuali dei pazienti che si rivolgono loro. La serie è un’antologia grafica (di una noia letale) di peni proestetici, meccanici e/o antropomorfi.
Porompompin di Makoto Kobayashi narra le vicissitudini occorse dopo la morte alla dottoressa Minakami. Nei suoi 92 anni di vita, la donna si è prodigata nel donare amore a tutti quelli che la circondavano, senza mai riceverne. Morta vergine, è condannata a scontare i propri peccati a Porompompin, purgatorio tropicale nel quale cercare amore e felicità sessuale. L’isola dell’espiazione è popolata da magnifici animali dalla forma fallica: le orecchie dei conigli, il becco degli uccelli, il collo e la testa delle giraffe, il corno dell’unicorno sono peni turgidi più o meno imponenti.
La necessità di celare l’osceno si traduce quindi in Giappone da censura a ricerca di nuove forme del narrato, influenzando in questo modo autori di fumetto gaijin .
Mi concederò due esempi.
Mark Hendriks è l’autore olandese di Tomoyo, serie che narra le avventure di un’attrice giapponese. In uno degli episodi della serie, Omoshiroi , il giovane Eric attende l’amica di penna giapponese Mitsuko. L’arrivo dell’amica si tradurrà nella realizzazione dell’immaginario erotico del giovane. In realtà Eric è ancora in aeroporto e sta sognando a occhi aperti. Prevedibilmente Mitsuko ha un aspetto terrificante.
La narrazione di Hendriks si articola su una struttura di pagina assai classica. In ogni tavola ci sono 3 strisce e in ogni striscia 2 o 3 quadretti. La gabbia è delimitata da tratti di penna molto regolari. Il segno e la costruzione dell’immagine dell’olandese non denunciano alcuna influenza giapponese e sembrano richiamare con maggiore incisività il fumetto indipendente statunitense. Stupore suscita la presenza di censure tipicamente nipponiche: schizzi palesati con disinvoltura e organi genitali omessi attraverso il canonico meccanismo delle assenze (Mitsuko/Tomoyo impugna o bacia il nulla che sorge dal pube di Eric). Ancora più interessante è l’accostamento dell’elisione dell’osceno grafico di matrice nipponica all’ulteriore presenza delle censure nei testi tipiche dei regimi: le parole che non possono essere scritte sono coperte da rettangoli neri e non si tratta solo di testi esplicitamente sessuali («Il volo è <rettangolo nero> in orario <rettangolo nero>»).
Nella 1995, David Mazzucchelli ha iniziato a guardare con interesse ai fumetti giapponesi. Durante una chiacchierata con Igort, il narratore statunitense ha dichiarato: «Nel manga il senso dei passaggi narrativi è molto differente da quello occidentale. Per me è molto affascinante carpire questo senso del racconto, questo ritmo che talvolta sembra rallentare, soprattutto quando ti sei formato su un concetto di storytelling come quello di Harvey Kurtzman pieno di ritmi sincopati in una pagina: bum, bum, bum. Penso che vedere come una storia potrebbe essere affrontata con queste due concezioni sarebbe davvero interessante” .
Da questo interesse, focalizzato soprattutto all’analisi comparata, sono scaturite tre storie pubblicate in Giappone da Kodansha: Stop the Hair Nude, Midori e Still Life.
Mi concentrerò su Stop the Hair Nude che mi pare assolutamente adeguato alla conclusione di questo pezzo. Ishizaka è un censore: pennarello alla mano elimina il pelo pubico dalle riviste di importazione. E’ un uomo metodico. Tutte le sere, dopo il lavoro, monta sulla solita metropolitana carica di maniaci sessuali nipponici che palpeggiano lolite in divisa da scolaretta, compra una rivista erotica giapponese censurata e si infila in un ristorante a mangiare soba. Una sera scopre con disgusto la presenza di una foto non ritoccata e si rende conto dell’impossibilità del proprio lavoro. Decide di rimuovere alla “radice” il problema: armato di rasoio elettrico assale le donne per strada di notte e, con violenza, le depila. Ishizaka è pronto a dedicarsi completamente all’estirpazione dell’osceno.

(4. Fine)

3 pensieri su “

  1. («Il volo è in orario »)

    stai dicendo che ‘rettangolo nero’ sarebbe metaforfora di ‘pube’? tipo: figa, il volo è in orario, figa!

    ah, perversi giaps…!

    cerebroleso

  2. In un incontro con alcuni autori giapponesi, alla sede della Kodansha, mi si raccontava come la censura puo’ essere usata per rendere ancora più sibillino il messaggio erotico. In pratica i maialozzi si divertivano a usare retini dalla maglia troppo larga o traspenze molto ben sagomate allo scopo di amplificare l’effetto erotico. Divertendosi a usare la censura con lo scopo inverso a quello desiderato istituzionalmente.
    Fatta la legge, trovato l”inganno insomma.

    igort

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