La natura della bestia

Due pesi e due misure

Mi vengono in mente due cose:
a. il problema della definizione
b. il problema del contesto

a. definizione
Mi avvinghio sistematicamente a una mia definizione di fumetto. Sono convinto che il fumetto abbia tre attributi che lo caratterizzano. I primi due sono facce della stessa medaglia, il terzo è l’ancora di salvezza patafisica.

1. è un linguaggio (con una grammatica – proprio in senso chomskiano) fatto di sequenza, balloon, didascalie, linee cinetiche, onomatopee, messa in pagina, blablabla…

2. è un’industria. E sul tema si può discutere a lungo. Perché credo non si possa dimenticare che lo scopo con cui è nato il fumetto industriale sia stato di aumentare il venduto dei quotidiani newyorchesi e di fidelizzare il pubblico. Guarda che bello! Mi chiamo Pulitzer e ho una
nuova macchina per stampare a colori. Ci faccio un inserto domenicale, che posso lavorare con tempi diversi da quelli necessari per stampare nottetempo pagine in bianco e nero quotidianamente, e lo infittisco di disegnini colorati. Oh! Se i disegnini raccontano le storie di uno stesso personaggio, il pubblico si affeziona… Fumetto e serialità si sposano quando nasce l’industria; Toepffer non aveva bisogno di fare una serie.

3. è un impianto di motivazioni (è fumetto tutto ciò che viene prodotto o fruito come tale). Perché sennò le robe senza parole, senza sequenze, senza linee cinetiche, senza… non sono fumetto. Gli oggetti borderline (i picture book di sendak, i fratelli neri nella versione di binder, il racconto dei cammelli di calvino, il teatro di copi, la prelavorazione del cinema di jodorowsky, …) sono fumetto? Chiedilo a chi li ha prodotti o a chi li fruisce.

Con una definizione del belino fatta così, è chiaro che quando parlo di fumetto posso metterci dentro di tutto. Seriale, graphic novel, striscia quotidiana, …
A me viene da dire che la distinzione vera non si gioca tra seriale e non seriale. Perché, per esempio in letteratura, baricco scrive romanzi e Simenon scrive seriale.
E Simenon (ma è solo l’esempio più lampante) è difficile accostarlo al burke di vachss, al commissario montalbano, a harry potter e a geronimo stilton (come direbbe igort “tom waits e raul casadei non fanno lo stesso mestiere”).

E allora veniamo al problema del contesto (b).
Se è vero che graphic novel sono sia jimmy corrigan sia l’ultimo libro di costantini e che seriale sono sia brad barron sia le combat ordinaire di larcenet, allora forse il dominio della lotta si deve quantomeno spostare (se non estendere).
Quando Diego Cajelli parla di differenza di sguardo, mi sembra che in realtà stia chiedendo uno sguardo differente. Dice (traduco e – forse – tradisco): "sei più buono con chi fa una vaccata in forma di libro di quanto tu sia con chi deve quotidianamente confrontarsi con 94 pagine in bianco e nero da far uscire tutti i mesi". Secondo me, in realtà vuole dire: "Guarda che anche il nostro è un lavoro difficile!"

Sono d’accordo, ma sono convinto siano possibili almeno due risposte.

La prima è quella da lettore (cioè la mia): "Non mi frega nulla del fumetto consolatorio: ho sete di storie. Non mi raccontare i tuoi problemi, perché tutte le mattine suona la sveglia e devo andare a lavorare. Non pongo le storie in contrapposizione al grande fratello. Sono un lettore esigente e probabilmente non rappresento il segmento di utenza che è il tuo target. Se cerchi giustificazioni, cercale altrove. Perché per me Bonelli è un editore e bonelliano un formato. Quando leggo, ci siamo solo io e la storia: autore, spostati".

La seconda è quella del critico (ma è una risposta molto meno mia): "Ogni prodotto deve essere contestualizzato. La storia del medium è costruita dal succedersi delle discontinuità (come insegna Foucault). Queste discontinuità possono essere di linguaggio, innovazione, sperimentazione, impatto sul pubblico, impatto sulla società… Se l’oggetto non ha prodotto nulla di tutto ciò, non c’è da preoccuparsi: l’oblio lo grazierà".

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9 pensieri su “

  1. secondo me succede che paolo ha delle turbe. Cerca ossessivamente di definire le cose. Problemi di natura ossessivo-compulsiva, come dicono gli amichetti psicanalisti?

    Per me però spari solleva una questione importantissimissima. Tanto per provarci al volo: credo che siamo stati abituati per troppo tempo (dalla storia e dalla teoria del mezzo, ma anche dalla storia delle idee di “cultura” e di “media”) a pensare ad una definizione di fumetto di tipo LINGUISTICO. A mio modo di vedere dobbiamo lavorare per integrare questa prospettiva con due altri livelli, che normalmente appartengono al lavoro della riflessione teorica sugli altri media:
    – una definizione sociale
    – una definizione tecnologica

    Che in tanti si accapiglino e si scervellino sull’idea di arte sequenziale oppure di letteratura disegnata ecc.., è sintomo di un avvitamento sui soli aspetti linguistici. E che in tanti ce l’abbiano menata col rapporto tra cinema e fumetto riguarda la pressione di certe definizioni sociali.

    Dopodichè, so di avere detto poco più di zero. Per rispondere e argomentare questi livelli ci vogliono un casino di parole. E un blog non mi sembra il posto migliore. O no?

    Beh, sì, okkei paolo, vai tranquillo: gli ossessivi-compulsivi sono spesso simpaticisssimi… 😉

    matt

  2. Speravo di trovarti a Napoli per consegnarti le cosette promesse, invece ti ritrovo qui al centro dell’attenzione.
    Vorrà dire che supererò la mia naturale diffidenza per le poste (i miei originali di Vite Precarie non sono mai arrivati a Romics e non mi sono mai tornati… sigh, sob…).

    Cmq continua così!
    Baci,
    c.

  3. Matteo,
    non pensare che l’abuso di smile ti metta in salvo. Alla prima occasione ti strappo la faccia come annibale il cannibale. Ti rammento che quando ne parliamo, tu assumi la posizione a braccia conserte dello strutturalista e io quella del cazzone che rutta e si scaccola. Hai ragione: non è il blog (questo blog) il luogo giusto per discuterne, possiamo continuare a farlo sul tavolo disegnato da munoz durante le birre all’hemingway. Cmq la definizione linguistica è stato un bel passo avanti rispetto alla definizione metafisica precedente.

    Claudio,
    continuo ad attendere.

    Baci
    P.

  4. e se provassimo ad “usare” i fumetti, per dire, poniamo, che essi fumetti, e non le persone, possano essere ossessivi-compulsivi o borderline o deliranti o allucinanti o quant’altro la mitologia psichiatrica, ha mafiosamente fornito come mercato d’utenza all’industria dello psicofarmaco?

    E se ci provassimo, teorizzando una grammatica, una sintassi ed una logica del fumetto a dire che paranoia, isteria, ossessività, schizofrenia, ecc ecc ecc, non sono da farne una malattia mentale, ma discorsi?

    Il discorso paranoico, il discorso schizofrenico, il discorso ossessivo, il discorso psicotico….non il Tale è paranoico, non il Talatro è schizofrenico, non il Questo è psicotico……
    quale rivoluzione compierebbero i
    fumetti
    milim

  5. Tu Annibale? Al massimo puoi fare il Consulente Mannaro…

    1- spiegami come si fa lo strutturalista nei commenti di un blog 😉

    2- sul piano di una storia delle teorie, la definizione linguistica ha superato la fase della definizione “per contenuti” (per chi volesse: gli americani anni 30/50 che venivano dalla communication research e poi dalla svolta di Lazarsfeld). Niente di metafisico, prima, ma semmai roba molto prosaica. Un passo avanti netto, certo. Della fase “essenzialista”, invece, le discipline linguistiche sono però le prime imputate. Con il vertice proprio nei vari Fresnault e Gubern (e in parte lo stesso Groensteen, che ha lavorato bene ma pur dentro a quell’approccio).

    3- gli strutturalisti sono “stilisti della struttura”? Senno’ a me non mi vestiranno mai!! 😉

    matt

  6. 2- sul piano di una storia delle teorie
    Matteo,

    era sarcasmo

    sul serio

    Facciamo così: quando faccio del sarcasmo mi tocco la punta del naso. Quando vedi che mi sto toccando la punta del naso, tu non prendermi (e non prenderti) sul serio

    baci
    sparileso

  7. Stai attento quando parli. In giro per il mondo del fumetto è pieno di supereroi.

    Uno è quello che reagiva alla parolina magica Shazam!, e si trasformava in un armadio nerboruto che salvava il mondo col sorriso sulle labbra, dal nome Capitan Marvel.

    Un altro è il supereroe che è in noi: se pronunci la parola magica “strutturalista”! scateni il supermaestrinodellaminchia…

    matt

  8. la bilancia, il misurare.
    misurare=de
    misurare la differenza, il solco, tra ciò che si immagina e ciò che si dice o si pensa o si fa.
    il solco=lira, in lat
    delirare=misurare la differenza di qualità tra emozione ed emozione,
    non può farsi né con la bilancia, né con il metro, né con alcun altro sistema di CAPACITA’.

    La differenza, la misura, delle emozioni tra ciò che si desidera e ciò che, al contrario si ottiene, giunge come l’eco di qualcos’altro.

    Le immagini visive tentano di misurare questa differenza ed in quanto misurative sono tucur (come scriverebbe Scòzzari) deliranti. Sistema di misura immaginario, il fumettare,

    che giova alla catracresi, al sogno,
    sottraendo al moralismo la possibilità di impossessarsene.

    milim

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