Il senso di ignatz per le nuvole

Mattonata

Igort, nel suo blog, sta raccogliendo opinioni sugli ignatz. Lo sai cosa sono, vero? Si tratta di albi di 32 pagine spillati e con sovraccoperta e bandelle, con dimensioni paragonabili a quelle di un album bd. Su ciascun ignatz vengono pubblicati lavori di un solo autore, che decide di gestirsi lo spazio concessogli come meglio crede: racconti brevissimi (come fanno Broesma o Huizenga), racconti di 32 pagine (Gipi) o anche capitoli di una storia più lunga e complessa (Igort e Mattotti, per esempio).
Stavo per intervenire, ma mi sono accorto che preso dal consueto impeto di incontinenza verbale avrei scritto un commento lunghissimo e illeggibile (soprattutto se inserito nella colonnina stretta messa a disposizione dai template blogspot). Allora ne parlo qui dove, anche se mi lascio prendere da uno dei consueti attacchi di incontinenza verbale, ci sei abituato e salti a piacere.
Torno agli ignatz per dire che mi sembra si tratti di una delle scelte progettuali più interessanti (forse addirittura la più interessante) che il mercato del fumetto italico stia producendo.
Ah… Eccolo! Il solito momentone di magna magna di sparidinchiostro!
No. Ne sono convinto. Veramente. Lascia che provi a spiegarmi… Come al solito devo prenderla un po’ alla lontana e semplifico ad asciate. Poi, se vuoi, correggiamo ed affiniamo.

Il fumetto italiano è stato graziato dalla presenza di un intellettuale vivissimo che non è più tale da qualche settimana, Giovanni Gandini. Non ne ho parlato qui e la cosa mi pesa molto sulla coscienza. Gandini ha avuto la voglia, la forza e il coraggio di gettare “un certo sguardo” sul fumetto. Nel 1965 nelle edicole italiane si presentò un’anomalia. Su campo verde, Linus Van Pelt, il fratello di Lucy, abbracciava stretto la sua coperta (quella che poi, associata al suo nome sarebbe diventata antonomastica) e si ciucciava il dito. La rivista si chiamava come il personaggio rappresentato: linus. In apertura la trascrizione di una tavola rotonda: Vittorini, Eco e Del Buono parlavano di fumetto. Basta con lo sguardo affettuoso del collezionista. Quella cosa fatta di immagini e parole, di sequenze e nuvolette non aveva bisogno di essere sdoganata. Perché con quel modo di narrare si confrontavano da anni gli Schulz, gli Herriman, i Jordan, i Kelly e i Crepax.
Nel 1965, dopo la luminosa idea di Gandini, si formò un’idea ricca e consistente di fumetto. Un’idea europea, che si smarcava clamorosamente da format e formati provenienti principalmente dal nordamerica. Chiunque fosse intellettualmente vivo aveva trovato uno spazio per leggere fumetti senza la feroce esigenza di giustificare le proprie pulsioni con se stesso e con chi trovava che immagini e parole insieme fossero sintomatici di impoverimento del senso (negli USA, chi era mosso dalle stesse curiosità stava in quei tempi inseguendo gli effetti delle innovazioni di Kurtzman il rivoluzionario: il primo tra tutti stava rendendosi progressivamente visibili sugli underground comix).
Mi incazzo e molto quando leggo criticuzzi del fumetto patrio che lamentano le discriminazioni che vengono mosse a quella cosa che amano chiamare letteratura disegnata, un nome stravolgente e dissennato che serviva da claim a Pratt per distinguere le proprie produzioni (eccelse) dall’altrui piattume. Eppure ancora oggi spesso chi si pronuncia sulla combinazione tra parole e immagini tende ad attribuire al codice verbale funzione educativa e a quello iconico funzione ludica. C’è anche una parola che nasce a questo incrocio: edutainment. E’ una parola orribile.
Ma sto tergiversando. Ritorno a Linus e alle riviste.
Linus segnò un modo di pensare e guardare al fumetto che fece scuola in Europa e anche all’esterno (per intenderci, senza l’idea di Gandini Raw sarebbe stata un’altra cosa). Il contratto tra la forma rivista e il lettore era stato sancito.

Qui, caro il mio curioso lettore, troverai narrazioni – anche seriali – e troverai lo spazio per le innovazioni. Non ti si garantisce tranquillità. Non sperare nella consolazione finale. Io, la rivista, per statuto e vocazione troverò modo di ospitare piccole rivoluzioni linguistiche, narrative e di genere. Ora siediti e chiedi a quelli che ti stanno attorno di fare silenzio: ecco, inizia a sfogliare.

Il gioco funziona. La rivista deve essere vocata a darsi un’immagine e a differenziarsi dalle altre, apportando modifiche – piccole o grandi – al proprio contratto col lettore. Scismi e scazzi sull’idea di narrazione e sui fumetti producono nuove riviste, nuove idee.
E la cosa evolve producendo benefici sui lettori e sugli autori fino a metà circa degli anni 80 (altra orrida semplificazione, ma concedimelo).

[vado per le lunghe… continuo più tardi]

Ritorno al senso degli ignatz.
Nella seconda metà degli anni 80 si produsse una spaccatura definitiva e insanabile tra le riviste del fumetto e il loro pubblico. Il contratto era rotto.
Da un lato, partì una deriva verso la sperimentazione grafica (cominciata sicuramente dagli umanoidi e dalle storie a forma di farfalla) e, dall’altro, si materializzò un tentativo irresponsabile di avvicinamento alla serialità di impianto bonelliano (che dava ottimi risultati di vendite, specie a ruota del fenomeno dylan dog). Tutto ciò uccise le riviste.
Mi sembra ci siano state delle chiare responsabilità da parte di tutto il mondo della produzione: autori, editori, editor, studiosi e critici.
E il lettore? Secondo me le sue colpe sono state molto minori. Dalla rivista poteva pretendere due cose: un livello qualitativo commisurato all’esborso di vil pecunia e l’infrastruttura educativa che gli consentiva di preparare il proprio sguardo e la propria sensibilità alle narrazioni a venire.
Rotto il contratto, il lettore poteva permettersi di mandare a fare in culo tutti questi piccoli truffatori che affollavano i chioschi: Linus sclerotizzata nella riproposizione di un’immagine di se stessa che non ha capito bene quale fosse; Alter alter sempre più illeggibile (fino ai bellissimi – ma inaccettabili – fascicoli poster); Frigidaire sempre più distante dal reale (e con aree di cialtroneria fumettata difficilmente sostenibili); Corto Maltese all’inseguimento del rinascimento supereroico statunitense iniziò a pubblicare tutto il pattume d‘importazione che può; le riviste della comic art divenirono spazi costosi per gli scarti bonelli…
Le vendite crollarono e gli editori chiusero o scapparono con la cassa.
Schiacciato nel mezzo rimase chi i fumetti voleva farli sul serio. Per lui restavano solo due alternative: accettare il posto sicuro come impiegato seriale oppure prendere le proprie povere cose, infilarle in valigia e migrare verso il lavoro.
Mi dicono che Carlos Sampayo sia salito con le sue valigie su quel volo per Barcellona dicendo una cosa che suonava più o meno così: “Qui, non ci sono più le condizioni morali per continuare a lavorare”. Un’esagerazione? Non credo.
Scarpe e formaggio sono un’esigenza per tutti. Affitto o mutuo aumentano e l’uomo, anche quando di mestiere scrive e/o disegna i fumetti, è alla strenua ricerca del difficile equilibrio tra sicurezza e felicità.
E allora che fare? O il Giappone, la Francia e gli Stati Uniti diventano mete possibili, anzi consigliate (mi chiedo se esista tra i fumettisti una rete di scambio di informazioni che funga da tour operator editoriale). Oppure l’autore vive d’altro: fa illustrazioni e fumetti per le poche riviste che continuano a pubblicarne, per i libri di testo, per le riviste di enigmistica…
Ma se vuole raccontare la sua storia in Italia, gli tocca di trovare un modo per autofinanziarsi. Specie se la storia che sente è lunga e richiede molto lavoro. Ma il comic book non è un formato che in Italia si possa affrontare a cuor leggero. E, siamo sinceri, anche negli Stati Uniti non è che se ne vendano poi così tanti da consentirgli di mantenersi. Se sta pensando a un progetto consistente non è in alcun modo in grado di mantenere alcuna periodicità che consenta la felicità dei rivenditori (che sulle cose che l’autore sforna ci devono fare del margine, se no smettono di venderle).

Ignatz ha alcune caratteristiche interessanti. In un momento in cui nessuna casa editrice fuori dall’edicola può permettersi di pagare a pagina (e nessuna casa editrice fuori da Disney, Bonelli e forse Astorina può permettersi di pagare tariffe dignitose), offre:
1) una vetrina in cui, con periodicità sostenibile (32 pagine), un autore può essere pubblicato,
2) uno spazio di sperimentazione e crescita, assimilabile a quello offerto un tempo dalle riviste, ma senza l’onere di dover sostenere la struttura di redazione (che ha, per una rivista che voglia essere tale, oneri e costi di progettualità e consistenza che mi paiono disarmanti),
3) un’infrastruttura di coproduzione che abbassa i costi di assemblaggio dell’albo ma consente all’autore flussi (magari minimi, ma esistenti) di quattrino provenienti dai diritti d’autore di (credo) 6 paesi.

Non mi pare poco e, al momento, non mi viene in mente nulla di meglio.

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42 pensieri su “

  1. Padre, mi perdoni, ma ho peccato. Non ho mai letto un “ignatz” in vita mia, leggendo “spari”, alla fine della prima frase, pensavo si riferisse agli Ignatz Awards.
    Perché? Perché li devo andare a cercare apposta e non ne ho più voglia, davvero. Stamattina, però, ho preso John Doe dallo scaffale dei fumetti scarnissimo, dell’edicola-bar dove faccio colazione. Mi sono accorto che era già quello vecchio, di aprile, e mi è venuto il dubbio di averlo già letto. Così l’ho sfogliato ed è ancora lì, illetto. Per usare una frase da Alta Critica (leggo Pazienza): i disegni fanno cagare.
    L’Utopia: gli Ignatz in edicola e i John Doe in discarica? Ah, e l’ Eura non paga a pagina???? A quando i fumetti via MMS? dai dai dai….eddai si può fare eddai

  2. ignaztz in edicola? che orrore.
    Lasciamo le cose come stanno, le librerie possono benissimo accogliere libri con le immagini.

  3. a #1:
    e allora?! paolo mica ha detto che chi non legge gli ignatz sia un fesso!
    ognuno fa quello che gli pare.
    cmq JD lo leggo anch’io. e i disegni non fanno cagare. piuttosto è la stampa che lascia a desiderare.

    micgin

  4. insomma, carissimo Spari,
    gli Ignaz sarebbero, se ho capito bene, l’applicazione della legge Biagi all’industria del fumetto.

    Scherzo, ma neanche tanto…
    torno, se riesco a chiarire il neanche tanto
    sciao
    alex

  5. legge biagi? Ma di che stai parlando? Tu capisci qualcosa di quello che dici? O la spari perchè fa figo?

  6. La spara perchè fa figo, certo.
    E allora?
    Invece te, anonimo sfigato, perché la spari?

    Nuove Brigate dei Martiri di Alaska

  7. BIIP – Ammonizione: Gli ultimi due anonimi smettano di parlare di spari (mi sento chiamato in causa)

    “Riformare il mercato del fumetto è la condizione per conseguire l’obiettivo di aumentare l’occupazione, accrescendone la qualità”

  8. cavolo, alessandro!
    aspetto con curiosità le tue considerazioni. Ti anticipo che con gli Ignatz, al di là di ogni valutazione di merito artistico o editoriale, gli autori guadagnano regolarmente diritti su ogni uscita, provenienti da almeno 6 paesi.
    Ehm, non mi sembra che la Legge Biagi abbia prodotto questi effetti sugli sfortunati giovani a cui è stata applicata…
    Non è che hai fatto un po’ di confusione?
    Cmq, mi hai incuriosito
    ciao

    micgin

  9. Macché!!
    Gli ultimi due anonimi parlavano di borisbattaglia.
    Cuccia!!

    Nuove Brigate dei Martiri di Alaska

  10. Su campo verde

    “Verde marcetto, un prato non del tutto sano” (OdB, in occasione del quindicennale, o forse ventennale).

    È fuori dai tuoi obiettivi omiletico-polemici, e per questo non hai ricordato un’altra pubblicazione-faro di quegli anni, più o meno: il Corriere dei Piccoli > Corriere dei Ragazzi 1970-1975 ca, che di sicuro ti è molto cara e presente.

    Vicinelli

  11. il link di giacomo nanni fa comparire sparid’inchiostro
    ma tu sei giacomo nanni?
    e allora chi è CMX?

    cerebroleso

  12. Vicinelli, che bello risentirti. Ho visto il tuo blog sparire nel nulla e sono stato immediatamente attanagliato dai sensi di colpa (gli è che sono paranoico ed egocentrico, ma forse paranoia ed egocentrismo viaggiano sempre a braccetto). Due cose: 1) Omiletico non me l’aveva mai detto nessuno; 2) il corriere dei ragazzi meriterebbe lunghissime omelie

    Ebbene sì, maledetto Cerebroleso, mi hai scoperto anche stavolta…

  13. paranoico ed egocentrico,

    le qualità dei valorosi

    omiletico

    parola che ripeto quanto più spesso posso. Vedrò di somministrartela regolarmente.

    A presto, Vicinelli

  14. ignaztz in edicola? che orrore.
    Lasciamo le cose come stanno, le librerie possono benissimo accogliere libri con le immagini.

    utente anonimo

    Perché che orrore degli “ignatz” in edicola? non è mica il cesso l’edicola.
    Le librerie possono accogliere libri con le immagini?
    E’ più utopico che gli ignatz in edicola, non siamo mica in Francia qui, in libreria qui non ci sono nemmeno i libri SENZA immagini, la risposta che ottengo più di frequente è: no… non c’è, se vuole lo ordiniamo.
    Poi, se ci sono canali preferenziali di distribuzione in libreria, vuoi per amicizie o conoscenze o puro e semplice smaronamento, allora vanno in libreria, ma non certo per scelta spontanea del “libraio medio”, quello prende: gli oscar mondadori di Nathan Never o Diabolik, l’ultimo Manara colle donne nude che si sditalinano e vengono frustate, qualche Papero o Topo in bianco e nero… dimentico qualcosa?
    Vabé, tanto via web c’è anche lo sconto e niente spese di spedizione, quasi quasi li prendo…

  15. Non so cosa ne pensano igort e la coconino. A me personalmente non interessa cercare tutto in edicola. Che comunque ti porta a tirature e regolarità diverse. La libertà degli ignatz mi sembra anche quella di potere uscire a intervalli diversi.

    Loopguru

  16. parlando di giornali, questa mattina leggendo l’editoriale di cosmopolitan di questo mese ho imparato la parola ‘push-uppata’ ( ma volendo potete anche dire ‘push-uppato’ ).
    l’editoriale finiva con una sviolinata su tiziano terzani che mi ha confermato nei miei saldi pregiudizi sul defunto trombone barbato che piace tanto a tutti e tutte.
    metti-la-tua-spiritualità-in-banca è il moto d’appioppare a questo venditore d’incenso scaduto.

    Sexy Sadie what have you done
    You made a fool of everyone
    You made a fool of everyone
    Sexy Sadie ooh what have you done.

    cerebrolesa pushuppatissima

  17. sai cerebroillesa che mi hai mostrato la luce?!
    credevo di essere solo e misero e tapino a trovare indigesto e molto capitilastico new wave e un a somma di cazzate gli ultimi tre quattro cinque libri del santone terziani.

    grazie

  18. anch’io ce l’ho quel pregiudizio. per cui Terzani non l’ho mai letto. pur avendone sentito un gran bene.

    Ma Milim quando torna?
    raf

  19. a milim tiziano terzani piace un casino, anzi, come diciamo noi lettrici di ignatz e cosmopolitan:

    per lei terzani è un must talmente hot!!!

    cerebrolesa

  20. L’altro giorno sono andato in edicola:

    – Mi dia l’ultimo Ignatz di gipi, hanno trovato la macchina – chiedo.

    – Ma ignatz non è venduto in edicola – risponde l’edicolante.

    – Forse ho capito male una roba che ho letto in un blog che frecuento – ho borbottato

    – Se vuole trovare una macchina, però, li posso dare Quattroruote.

    – No, grazie. Mi dia Cosmopolitan.

    E mi sono allontanato cantanto:
    You can’t always get what you want
    You can’t always get what you want
    You can’t always get what you want
    But if you try sometimes well you just might find
    You get what you need
    Oh baby, yeah, yeah!

    Carlo Azeglio

  21. su Terzani avrei da dire quantomeno che mi ricorda la febbre terzana, ma……. “ma………Milim, non è neanche necessario avere un’opinione su tutto.
    Non so come tu faccia e come riesca a rispondere a tutti (non dico nulla del fatto che nell’80% buono dei casi non capisco le tue risposte)
    Bacio
    P.”

    Milahcincinnatodegaulle verso Churchillspari verso Ghandi

  22. Ecco, ecco! io non l’avevo detto ma me lo immaginavo che era per questo che Milim non scriveva più!
    Spari sei un ingrato!

    raf

  23. a proposito di Terzani

    Non lo conosco. L’avrei anche letto se non fosse che un paio di estati fa mia cugina me ne ha parlato a lungo. Tutte le volte che vedo cose che mettono daccordo quelli che mi sono simpatici con quelli che mi sono antipatici, se mi metto a leggerle scopro che quelli che mi sono simpatici mi diventano meno simpatici (o più antipatici).

  24. Milim, confermo.
    Continuo a non sapere come tu facessi (ora hai smesso) a rispondere a tutti e ad avere opinioni su ogni argomento.
    Io spesso non ne ho (di opinioni, intendo).
    Probabilmente un limite mio.
    Baci
    P.

  25. …e poi soni andato a un’altra edicola

    – C’ha Ignatz?

    – Icheee?

    – Ignatz!

    – Quattroruotte?

    – No!!! Ignatz!

    – Ahhhhh! Cosmopolitan!

    – Sì, grazie! Me ne dia due copie.

    … e sono andato via tutto bello pushuppato.

    Carlo Azeglio

  26. Me, quando ci ho chiesto il cosmopolitan, mi ha rincorso col bastone dei conigli.
    Da noi in edicola c’è l’eco di bergamo e la padania e le done altro che pushup: capelli e gonne lunghe.
    Se mettono il il reggiseno che spinge e il ciapamerda le cacciamo in un’altro paese.

    Miro Dallalto

  27. le plancton: ha ragione armida
    armida: QUELLA cugina
    Carlo Azeglio: Lei avrebbe altro da fare, se non erro.
    Miro: sei il sorca?
    Anonimi tutti: splinder mi ha tolto la possibilità di vedere gli ip, non ci capisco più nulla

  28. Te, da noi c’e’ la gnocca.
    Sorca e’ cosa per quelli che vengono dalle tue terre.

    Miro Dallalto

  29. Sparidinchiostro, se vuoi un consiglio, elimina la possibilita’ di fare commenti nel tuo blog: tanto, mai che siano veri commenti a quello che scrivi, invece che i soliti “ciao, Mamma!” di quelli che devono dire qualcosa in TV (o il loro equivalente da commenti nei blog)

    Comunque, intanto che i commenti ci sono, ne approfitto per fare anche il mio: gli Ignatz, nonostante il quasi totale disinteresse dei fans (?) dei fumetti (piu’ interessati alla nuova miniserie Bonelli di turno) sono la produzione italiana piu’ interessante da un bel po’ di tempo. E la co-produzione sta facendo conoscere Gipi negli USA. (e fra l’altro permette, per esempio, di prendersi ogni numero nell’edizione nella lingua originale dell’opera, pur mantenendo la continuita’ della serie… 🙂

    Ma se concordo sulle lodi agli Ignatz, non concordo invece sulla disamina delle cause della crisi delle “riviste d’autore”. Che e’ iniziata ben prima della meta’ degli anni 80 (l’Alter Alter lenzuolo e’ dell’inizio dell’anno 1980, per esempio). Quando Corto Maltese inizio’ a pubblicare (in maniera pessima) Watchmen e V for Vendetta e Dark Knight e Elektra: Assassin (cioe’, il meglio del meglio del fumetto mondiale in quel momento) non fu l’inizio della fine, ma un occasione mancata (a causa delle scelte editoriali deliranti) di interrompere un declino ormai clamoroso di una rivista che ormai era nota come “l’ostello dei raccomandati e dei parenti”, dove in copertina se ancora ci mettevi il nome di qualcuno valido avrebbe dovuto essere preceduto da “raccomandati da” o “le sorelle di”… Quando Comic Art inizia pubblicare i fumetti Bonelli non fa che proseguire una lunga tradizione (iniziata gia’ dal numero uno) del “pubblicare un gran calderone di tutto quello che troviamo senza una minima idea editoriale”, etc.
    La verita’ e’ che dopo la fine di Orient Express e il decadimento rapidissimo (dopo un inizo folgorante) di Frigidaire, le cosiddette “riviste d’autore” somigliavano in Italia piu’ a cassonetti per la racconta INdifferenziata che a progetti editoriali con obiettivi e identita’.

    Per questo, ritengo che il paragone con gli ignatz sia ingeneroso. Per gli Ignatz.

  30. Moreno,
    può essere. Ma citi solo cose uscite dopo la seconda metà degli anni 80 (tranne il lenzuolone). DKR e del 1986 (la traduzione italica di uno sbisciolo successiva, credo – ma nn ho verificato).
    Me lo spieghi meglio?
    Grazie
    P.

  31. Sparidinchiostro, se vuoi un consiglio, elimina la possibilita’ di fare commenti che dicano cose come: Sparidinchiostro, se vuoi un consiglio, elimina la possibilita’ di fare commenti.

    cerebroleso

  32. Il senso è questo: tu dici che l’avvicinamento delle cosiddette “riviste d’autore” (che stavano in crisi nera di vendite e di idee) al cosiddetto “fumetto popolare” (ditemi comunque come si fa a considerare “Rudy X” più “d’autore” del “popolare” Elektra:assassin…) che nella seconda meta’ degli anni 80 era in pieno rilancio di vendite e di idee, fu ciò che portò alla chiusura quelle stesse riviste, e parli della rottura di un contratto con i lettori.

    Ma quel contratto era gia’ rotto. Perche’ gia’ da anni, per i cavoli loro, senza “contaminazioni” bonelliana o statunitensi, quelle riviste avevano smesso di dare innovazione, idee, sperimentazione, ed autori che rischiavano, per adagiarsi invece su una routine di storielline da “intrepido” nobilitate solo da “grandi firme” (o dai parenti delle grandi firme, appunto)

    Negli anni 70 aprivi Alter Alter e ci trovavi Pazienza, Corben, Munoz e Sampayo. Negli anni 80 aprivo Corto Maltese e ci trovavi ristampe di cose che gia’ il corriere dei piccoli pubblicava quindici ani prima (per non parlare di Red Barry…), fumetti avventurosi francofoni o sudamericani che erano l’equivalente dei nostri Bonelli, ma scritti e disegnati peggio, e roba assurda fatta da ovvi raccomandati. Certo, ancora ogni tanto c’era qualcosa di buono, ma tutto sommato se i lettori correvano a comprare Dylan Dog snobbando Corto Maltese era perche’ Dylan Dog era fumettisticamente trent’anni piu’ avanti. Era MEGLIO , sotto ogni punto di vista.

    A quel punto, il fatto che le riviste, invece di chiedersi cosa c’era di valido in quel nuovo tipo di fumetti che le stava stracciando, si siano semplicemente limitate a pubblicarne qualche storiellina, non e’ la rottura di un contratto con il lettore. E’ il non aver capito il perche’ il lettore quel contratto l’aveva gia’ rotto da anni.

    I fumetti USA su Corto Maltese hanno dato qualche scossa alla salma, ma la rivista era morta gia’ da molto tempo.

    <br…

  33. Solo una domanda

    tu dici che l’avvicinamento delle cosiddette “riviste d’autore”[…] al cosiddetto “fumetto popolare”[…] che nella seconda meta’ degli anni 80 era in pieno rilancio di vendite e di idee, fu ciò che portò alla chiusura quelle stesse riviste[…]

    Dove lo dico?

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