Alla fine sono sopravvissuto alla mia povertà di spirito incasinandomi solo un po’.
Per evitare di annodarmi troppo mi ero scritto il discorsetto introduttivo alla lecture di Paul Karasik.
Lo riporto qui. E’ lungo (15 minuti di parole), ma non mi va di spezzarlo in puntate. Salta a piacere.

Trasparenze nella città di vetro

Città di vetro

Città di vetro è molteplice.
E’ un romanzo straordinario, scritto da Paul Auster.
E’ un fumetto straordinario, di Paul Auster, Paul Karasik e David Mazzucchelli,
E’ un’analisi accuratissima sul doppio nelle narrazioni. Probabilmente una tra le analisi più acute che siano mai state effettuate in secoli di scritture attorno al doppelganger.
La storia è nota. Tento di riassumerla evitando di rovinarla a chi ancora non l’avesse fruita in una delle sue due forme, letteraria o fumettata.
Daniel Quinn (il cui cognome fa rima con twin, gemello) è uno scrittore che ha perso moglie e figlio in un incidente di cui non ci viene detto nulla. Per vivere scrive gialli con lo pseudonimo William Wilson, omonimo di un giocatore di baseball e narratore dell’omonimo racconto di Poe, il padre riconosciuto della letteratura poliziesca.
William Wlson di Poe inizia più o meno così: “Lasciate che io mi chiami, per il momento, William Wilson. La pagina che si offre bianca non deve essere insudiciata dal mio vero nome il quale è stato troppo spesso oggetto di spregio, d’orrore e d’abominio per la mia famiglia.”. Un altro pseudonimo, insomma.
Il protagonista del ciclo di romanzi di Quinn/Wilson è l’investigatore privato Max Work (quasi a dire: “è solo un lavoro, baby, scrivo romanzacci per mere esigenze alimentari”).
A tarda sera, una telefonata sorprende Quinn. Qualcuno sta cercando urgentemente l’investigatore Paul Auster. E’ un caso di vita o di morte…
Quinn, reso spavaldo dalla presenza letteraria di Max Work, decide di fingersi Auster e prendere in carico il caso.
Peter Stillman è in pericolo. E’ un ragazzo selvaggio, un Kasper Hauser, che è stato imprigionato dal padre, Peter Stillman, per un terribile esperimento sulla scoperta del linguaggio originale degli uomini. Sapete come si fa, no? Si prende un ragazzo e lo si allontana da tutti coloro i quali possano fornirgli preconcetti linguistici. Per esempio le parole. Lo si lascia chiuso in una cantina a vedere che parole si inventa per comunicare con il nessuno che si limita a donarti cibo e occasionali scariche di botte. Il ragazzo selvaggio, una volta liberato, diviene un caso medico da analizzare e una meravigliosa occasione per interessanti narrazioni letterarie e cinematografiche.
Ora Peter Stillman (il padre) è di nuovo libero e Peter Stillman (il figlio), supportato dalla moglie e logopedista, teme per la propria incolumità. In fondo Kasper Hauser, il più noto tra i ragazzi selvaggi, è stato accoltellato nel parco proprio quando ha iniziato a raccontare ricordi della propria infanzia.
Da qui si dipana una cascata di doppi, identità simulate e menzogne che si incrociano, si sovrappongono e si scambiano. Ho cercato di mettere su un foglio le relazioni di “doppiezza” tra gli attori del romanzo e sono riuscito a produrre solo un grafo fittissimo con un grado di complessità tale che se cercassi di raccontarlo, con le mie modeste capacità, dovreste indossare i caschetti da speleologo per venirmi a recuperare dalla spirale di metaracconti.
Il grande maestro del doppelganger, Jorge Luis Borges, in quello che ebbe modo di definire il più importante tra i suoi libri, L’antologia di letteratura fantastica curata insieme a Bioy Casares e Silvina Ocampo, antologizzò un racconto brevissimo di Olaf Stapledon che dice:
“In un cosmo inconcepilmente complesso ogni volta che una creatura si trovava di fronte a diverse alternative non ne sceglieva una, ma tutte, creando in questo mondo molto storie universali del cosmo. Poiché in quel mondo c’erano molte creature e ognuna di esse si trovava continuamente davanti a molte alternative, le combinazioni di quei processi erano innumerabili e ad ogni istante quell’universo si ramificava infinitamente in altri universi, e questi, a loro volta in altri”.
Città di vetro è proprio così. Un giardino dei sentieri che si biforcano. Si ha la sensazione che il narratore, con perizia da maestro di scacchi, sia in grado di sviluppare l’albero combinatorio infinito reso possibile da ogni mossa e che giochi la mossa più vantaggiosa ai fini della narrazione. Ogni volta che si trova di fronte a un doppio, a un bivio, è consapevole dell’infinito reticolo di storie universali possibili, ma la storia lo costringe a una scelta.
E, nonostante la volontà sottesa dalla scelta, alla fine tutti gli attori della narrazione sono prigionieri del caso (cito la riduzione del testo di Paul Auster fatta da Paul Karasik): “il problema non è se la storia si sarebbe potuta svolgere in modo diverso. Il problema è la storia in sé e se abbia senso o meno non spetta alla storia dirlo”.
E il caso è il peggior criminale che si possa mettere davanti alla letteratura poliziesca. Ce lo ha spiegato Friedrich Dürrenmat, il più grande filosofo prestato alla narrativa poliziesca (o il più grande giallista prestato alla filosofia, a seconda di quale doppio il caso e la necessità ci inducano a seguire). Il senso profondo de La promessa (requiem per il romanzo giallo) è che l’indagine poliziesca, fatta di raccolta di indizi e di catene di deduzioni che non possono che serrare una morsa attorno al colpevole è una macchina menzognera.
Ma torniamo al doppio e alla Città di vetro.
Il romanzo stesso è un doppio di un precedente letterario illustrissimo: Don Chisciotte di Cervantes (libro molto amato da Borges). Non solo Daniel Quinn ha le stesse iniziali di Don Quijote, ma rimane prigioniero delle finzioni letterarie che lo assillano, insegue un amore impossibile, trascrive le proprie memorie lasciando che un narratore le renda pubbliche perché tutti vengano messi in guardia…
E poi lo dice anche Auster (quello vero) quando compare nel romanzo, divenendo un doppio fittizio di se stesso, e la conclusione non lascia margini di ambiguità.

Ed è strano parlare di assenza di ambiguità in un romanzo che ha come temi centrali il doppio e l’inconsistenza della lingua. Del doppio credo di aver detto (e anche troppo visto che siete qui per ascoltare Paul) della lingua, allora…
Peter Stillman (a proposito, ho detto del fatto che il figlio di Daniel Quinn si chiamava Peter e il figlio di Paul Auster Daniel?) attraversa la città labirintica tracciando messaggi che sottintendono l’inadeguatezza del linguaggio. Interrogato Daniel Quinn che finge di essere Paul Auster che finge di essere Daniel Quinn, Henry Dark/Humpty Dumpty e Peter Stillman, spiega che il linguaggio è inadeguato a esprimere il mondo. Lo dimostra usando le parole più semplici quelle che significano puntualmente un oggetto: la parola ombrello non indica solo l’oggetto composto da uno stelo, una raggiera di stanghette di metallo e un pezzo di tessuto teso tra le stanghette, ma anche la funzione di quello oggetto, cioè riparare dalla piaggia. Ma, allora, quando un ombrello si rompe e non è più adeguato al suo scopo, perché continuiamo a chiamarlo ombrello?

Città di vetro è complesso e molteplice (in senso calviniano). Quasi frattale, è un gioco di scatole cinesi in cui ogni volta che scoperchi una scatola, il grado di complessità non tende a diminuire.
Tradurre un gioco di tale complessità, espresso in un linguaggio tanto fallace da non essere nemmeno in grado di esprimere un ombrello rotto, in un’altra lingua – quella del fumetto – richiede probabilmente un po’ di sana incoscienza.
Come fare dunque?
C’è un film di Paul Auster e Wayne Wang che ci viene in aiuto e non mi farò certo spaventare dal dato squisitamente cronologico che tende a sottolineare come Smoke, il film cui mi riferisco, sia successivo di almeno un anno alla traduzione di Karasic e Mazzucchelli.
Succede questo:
A casa, Auggie (Harvey Keitel) e Paul (William Hurt) stanno mangiando cibo cinese preso a un take away. Paul ha appena scoperto che Auggie ha l’hobby della fotografia, anzi che considera la fotografia il suo vero lavoro e la tabaccheria che gestisce solo il mezzo per mantenersi.
Sul tavolo ci sono 14 album, sulla costa di ognuno un’etichetta con sopra scritto un anno: dal 1977 al 1990. Paul il romanziere, uno che di mestiere tesse narrazioni (l’usuale alter ego che Auster inserisce in gran parte delle proprie storie), prende uno degli album e lo apre. Sulla doppia pagina ci sono 6 fotografie identiche: è l’incrocio visibile dalla porta della tabaccheria di Auggie alle otto del mattino. Accanto a ciascuna fotografia c’è un etichetta con la data.
Auggie, nascondendo a stento il proprio orgoglio, spiega il suo progetto: fotografare lo stesso punto del mondo tutte le mattine. Paul cerca di essere educato, dice che l’idea è straordinaria e inizia a sfogliare rapidamente le pagine.
“Non capirai mai se non rallenti, mio caro.”
“Che vuoi dire?”
“Che vai troppo in fretta. Quasi non le guardi, le fotografie”
“Ma se sono tutte uguali?”
“Sono tutte uguali, ma ognuna è diversa da tutte le altre. Ci sono le mattine luminose e quelle buie. C’è la luce dell’estate e quella dell’autunno. Ci sono i lunedì e le domeniche. Ci sono persone in cappotto e stivali e persone in maglietta e pantaloncini. Qualche volta le stesse persone e altre volte persone diverse. E qualche volta le persone diverse diventano le stesse persone e le stesse persone scompaiono. La terra ruota attorno al sole e, tutti i giorni, la luce del sole colpisce la terra da angoli diversi”
Paul rallenta. Respira. Inizia a sfogliare lentamente l’album. Si concentra su ciascuna foto. Sui particolari e sui volti. Passa un tempo lunghissimo.
“Gesù, guarda, è Ellen!”
Primissimo piano del volto di Paul che scopre in una foto la moglie morta.
“Sì, è lei. Compare in parecchie foto di quell’anno. Credo che stesse andando al lavoro.”
Paul, quasi in lacrime: “E’ Ellen, guardala, guarda il mio dolce amore.”
Dissolvenza

“I fumetti ti spezzeranno il cuore” diceva Jack Kirby e il claim di Smoke era “Le cose più preziose sono più leggere del fumo”.
Una gabbia caratterizza ciascuna delle pagine dell’album di Auggie. E allo stesso modo le pagine di Città di vetro hanno una struttura rigida. Tre strisce e tre vignette per striscia. Nove vignette a pagina e ogni pagina è un’unità narrativa che funziona come un paragrafo. Ciascuna di queste pagine contiene la grande lezione del comic book americano. Con un occhio di riguardo alle modalità di costruzione della storia messe in scena dal sommo Harvey Kurtzman (autore molto amato sia da Paul Karasik sia da David Mazzucchelli). La prima dozzina di pagine del romanzo di Auster è raccontata in una dozzina di pagine di fumetto. I pesi delle parti del racconto sono tradotti mantenendo paginazione omogenea nella versione a fumetti. La struttura interna di doppiezza, all’interno della pagina e all’interno della storia, viene amplificata dalla presenza di metafore visuali (del cui uso Karasic è un maestro) e grazie al potere iconico del fumetto.

C’è una doppia pagina che mi piace moltissimo.
Non è una di quelle devastanti e lancinanti che montano combinazioni iconiche, movimenti di camera inusuali e dissolvenze quasi oulipiane (ci sono anche quelle, ma questo solo perché in quel libro è impossibile non trovarne ovunque).
Daniel Quinn e Paul Auster mangiano una frittata (forse di humpty dumpty, l’ovetto della filastrocca inglese che cavalieri e soldati non riuscirono a rimettere insieme). Guardiamo Auster seduto in poltrona e ha in mano una birra. La solleva e noi seguiamo il suo movimento, vediamo la finestra e usciamo volando giù dal palazzo per avvicinarci al marciapiede dove giace uno yoyo che sarà presto raccolto da una mano di bambino.
Mentre voliamo fuori della finestra inseguendo uno sguardo forzato, Paul dice: “La storia deve essere scritta da un testimone. Eppure Cid Hamete Benegeli, il supposto autore non compare mai. E allora chi è? Ovviamente il vero testimone e Sancho Panza, analfabeta ma col gusto della parola. E’ stato lui a dettare la storia al barbiere e al curato, gli amici di Don Chisciotte. Loro hanno fatto tradurre il manoscritto in arabo. Cervantes ha trovato la traduzione e l’ha ritradotto in spagnolo. […] Ma secondo me Don Chisciotte non era pazzo. Faceva solo finta. Fu lui a organizzare quella collaborazione a tre e a far tradurre il manoscritto”.

Non rilevate anche voi un inquietante gioco di similitudini e doppiezze in questo complesso gioco di collaborazioni e traduzioni?
Questo è il doppio che Paul ha contribuito a costruire.
Paul.
Auster, Karasic. Non è il problema. “Il problema è la storia in sé e se abbia senso o meno non spetta alla storia dirlo”.

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55 pensieri su “

  1. “[…] Ma secondo me Don Chisciotte non era pazzo. Faceva solo finta. Fu lui a organizzare quella collaborazione a tre e a far tradurre il manoscritto”

    E se fosse la solita ironia postmoderna, brodo allungato oltremisura? E se i doppi fossero la solita gag da ripetere in quel contesto ironico?

    ciao
    andrea barbieri

  2. “Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
    “Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”

    da Douglas Adams “la vita l’universo e tutto quanto”

    Per nostra fortuna le città di vetro possono rompersi.
    Però.
    Vabbene. Non è vero. Non ho buttato via Città di vetro (quello di Karasik e Mazzuchelli edizione Rizzoli): è probabilmente sepolto sotto le macerie della libreria che mi è crollata addosso. Prima o poi lo recupero. Però non chiedermi se per me è un libro fondamentale . Non so rispondere, non possiedo il Pensiero Profondo e non credo di poter durare sette milioni e mezzo di anni. Eppoi: fondamentale per cosa? Per la nascita o lo sviluppo del Romanzo Disegnato? Maddai. Che me ne frega a me di un sottogenere letterario. Me mi interessa il fumetto.

    Ti ascolto ieri e ti leggo oggi.
    E ieri ascolto anche Karasik, originale e divertente. Un bel cazzerellone.
    Ma non vi sento parlare di fumetto, solo di letteratura.
    Anche quando K. parla di Kurzmann e ci fa vedere le tavole dell’Alice in wonderlannd, continua a menarla con l’adattamento e la fedeltà al testo originale, mai che si accorga o ci dica che quelle tavole sono una partitura ritmica perfettamente eseguibile. matematica e ritmo (la vera grandezza di caroll) non letteratura, mai letteratura.

    Città di vetro, quello di Karasik e Mazzuchelli è fumetto, grande fumetto, non perché adatta fedelmente alle immagini i verbi e tempi verbali di Auster (lo hai visto che cagata tira fuori Karasik quando ccerca di adattare con lo stesso impegno i ricordi di sua madre :cioè la vita), ma perché di quello che è un mediocre romanzo fa una grande opera evocativa.

    sciao
    alessandro

  3. ab: Uh? Borges è postmoderno? Perché Pierre Menard se lo è inventato lui…

    boris: Parlo solo per me (non conosco la posizione di Karasik). Hai ragione. Non ho parlato dello specifico del fumetto. Anche perché, a me, sta magica chimera dello “specifico” non è mica chiara.
    Però, non ho parlato neanche dello specifico della letteratura. Ho messo in filo alcune idee (che mi sembravano non prive di interesse) sulle narrazioni (le maledette storie per cui sempre ci scazziamo), tirando in ballo robi stampati su carta e fatti di sole parole (ma in città di vetro di auster ci sono anche i disegni, l’hai letto?), robi stampati su carta e fatti di parole, di immagini e di composizione grafica, robi (un robo) con gli ometti che si muovono sullo schermo.
    Di tutto ciò ho “parlato”. Niente scrittura. Parole.
    Come fa uno che parla a dire la letteratura, il cinema e il fumetto? C’è chi afferma che il nostro lessico sia inadeguato a dire un ombrello rotto.
    E a proposito di linguaggio inadeguato, ti sei accorto che parli di irrapresentabilità della vita e opere evocative?

  4. secondo te evocare e rappresentare sono la stessa cosa?

    il rio delle amazzoni ha circa sei milioni di anni, secondo te se negli ultimi cinquemila non ci fosse stato un essere umano a nominarlo (per quanto inadeguatamente) come fiume che scorre in mezzo alla foresta amazzonica, non sarebbe esistito?
    un ombrello esiste se qualcuno lo fa, non se qualcuno lo nomina, un ombrello rotto se qualcuno lo rompe non se lo dice rotto.
    il giochetto sull’inadeguatezza del linguaggio lascialo ai semiologi e agli psicanalisti e agli scrittorucoli.
    poi comunque:
    l’importante è guardare,
    almeno dalla teoria della relatività in poi, non dire e condire.

    ps
    guarda che anche se non mi convince il tuo intervento mi è piaciuto molto, e anche la lezione karasichiana.

    sciao

  5. l’importante è guardare, almeno dalla teoria della relatività in poi, non dire e condire.

    Però detto e condito modificano lo sguardo. Il mio rio delle amazzoni contiene apocalypse now (anche se mi dicono sia stato girato a santo domingo), mister no, giorno di pazienza (e l’esame al dams, il fiume e il serpente), un film di tobe hooper di cui non ricordo il titolo e così via.
    Saranno menate da semiologi, ma la cooperazione interpretativa mi sembra un concetto centrale e inevitabile. La fruizione di qualsiasi testo (romanzo, fumetto, film o quello che vuoi) viene riattualizzata dall’esecutore, che adagia il segnale sulla propria enciclopedia.
    Se nessuno l’avesse detto esisterebbe lo stesso, ma sarebbe meno divertente. Molto meno.
    Non è poco.

  6. mi sa, che si confonde linguaggio con lingua e lingua con parole.

    Ah l’ermeneutica iniziatica ed affigliatrice, interpretazione dell’interpretazione che espunge il diritto e la giustizia e confisca l’immaginazione, a favore di un senso unico sotto cui totalizzare lo “stato”.

    Ma gli scaffali crollano, e sono scaffali crollati cosa che prima non erano

  7. Be’ il labirinto di Borges è l’immagine del postmoderno. Poi possiamo chiederci se è abitato dal minotauro. In Calvino per esempio non c’era nessun minotauro, niente sangue, niente paura, niente morte, era tutto uno scherzo.
    Una storia che è uno scherzo non è la stessa cosa di una storia ‘vera’ perché vivere non è uno scherzo.

    andrea barbieri

  8. #7 So che vuoi dirmi qualcosa… Riprovaci, perché non ho capito niente (cervellino semplice di consulente con la corteccia cerebrale dura come tungsteno: una parola per volta in una lingua comprensibile anche dalla mia sinapsi atrofica…)

    Danke
    P

  9. Andrea, a me lo scherzoso Calvino è quasi sempre piaciuto più di tutto il resto. Vivere non è uno scherzo? Perché?
    Non starai cercando di parlarmi di arte e quelle robe lì?

  10. mi sembra che andrea barbieri ce l’abbia con il post moderno, o meglio con “la solita ironia postmoderna”, e mi chiedo se abbia mai letto laurence sterne, tristram shandy gentiluomo eccetera, dove non c’è nulla che non sia uno scherzo: concepimento, nascita, malattie congenite del protagonista… ed è stato scritto nel 700… ed è solo un esempio per dire che il romanzo, come “genere”, stava appena nascendo e già andava ben oltre certe ossessioni, puramente teoriche secondo me, per il cosidetto “vero”, che puoi virgolettarlo finchè vuoi…
    Poi ho voglia di cagare un po’ il cazzo, (non so se si dice a milano), leggiti “come imparare a essere morto”, e dimmi se per calvino la vita era uno scherzo.

    primadonna isterica

  11. un ombrello è un ombrello, un ombrello rotto è un ombrello che si è rotto, le cose cambiano, tutto qui. non per niente, in città di vetro, la questione viene messa in bocca ad uno che ha rinchiuso il figlio in uno stanzino per 9 anni.
    “quando un ombrello è rotto è ancora un ombrello?”
    e quinn che sta lì come un allocco ad ascoltare.

    primadonna isterica

  12. la storia si fa per cambiamento (labirintico) del Nome.

    Non esiste l’ombrello in quanto tale e non necessita il con su lenti per accorgersene.

    E non è uno scherzo (una passeggiata) il cambio del nome (della via) nel labirintico va e vieni
    del farsi una storia.

    #7

    ps: la cosa dell’ermeneutica era rivolta al #5

  13. primadonna isterica: Anche a Milano si dice cagare il cazzo. Io però preferisco cacare, ché cagare mi sempra imparentato con la gabina e mi suscita repulsione.

    #13: Non è perché ti firmi #7 che continui a rimanere il #7. Hai già cambiato nome.

  14. Potevi citare Don Chisciotte allora: divertentissimo, certo. Dolentissimo anche.
    Ma io non volevo creare uno scatolone chiamato “ironia postmoderna” e buttarci dentro tutto ciò che è ironico, né tutto ciò che è postmoderno. Mi chiedo di volta in volta se quello che leggo mi convince. Don Chisciotte convince. Molto Calvino, no.
    Non è difficile: si chiama senso critico…

    andrea barbieri

  15. Benissimo il senso critico, ma se leggo una cosa tipo “In Calvino per esempio non c’era nessun minotauro, niente sangue, niente paura, niente morte, era tutto uno scherzo”, mi fa pensare che non abbiamo letto lo stesso Calvino. Capisco la sintesi, ma quello che hai scritto, per me, molto semplicemente, non è vero.

    p.i.

  16. p.i., hai mai osservato che abbiamo le stesse iniziali?
    E se fosse la solita ironia postmoderna, brodo allungato oltremisura? E se i doppi fossero la solita gag da ripetere in quel contesto ironico?

  17. Be’, magari all’inizio, e poi in qualche piega nascosta Calvino è rimasto aggrappato alla vita, ma il suo lavoro va in una direzione ostinatamente contraria. Certo, poi anche lui è un uomo e costruire una letteratura che ha come orizzonte solo se stessa non sempre (per fortuna) riesce.

    andrea barbieri

  18. Scusa Spari, ma tu non liquidavi tutto sandman come giochetto postmoderno?
    Io per esempio lo difendevo perché le sue storie mi sembravano nonostante tutto belle, ingegnose.

    Andrea barbieri

  19. andrea,
    quello che dici su Calvino mi sembra una lezioncina imparata a memoria dalla Benedetti (Carla) e assolutamente decontestualizzata dall’ambito della sua (pur discutibile) battaglia.
    boris

  20. andrea, solo una cosa, poi chiudo (credo): non capisco perchè se il post moderno ha fatto dei danni, uno se la debba prendere con Italo Calvino, invece che con Landolfi, o con Manganelli, o non so chi altri, come se tutta la responsabilità dovesse essere caricata sulle spalle di chi ha fatto il lavoro più grosso, solo perchè, appunto, ha fatto il lavoro più grosso, e piuttosto che rendergliene merito, la cosa diventa motivo di critica. Uno scrittore scrive decine di libri e poi viene ricordato solo per l’ironia con cui trattava le questioni fondamentali dell’esistenza? Ma vogliamo ricordare la marea di cazzate di cui ci hanno sommerso, per esempio, un Manganelli, un Landolfi (spessissimo a corto di ispirazione, scriveva per sua stessa ammissione con gli stessi criteri con cui si applicava alla roulette), o un Buzzati, che amo, ma a cui, appunto, potremmo tranquillamente appiccicare la stessa definizione che hai coniato tu, facendolo uscire a pezzi allo stesso modo. “In Buzzati per esempio non c’era nessun minotauro, niente sangue, niente paura, niente morte, era tutto uno scherzo.”
    In un certo senso sì, ma anche no. E’ troppo generico, va bene per i blog.

    spari, cavoli non ci avevo pensato alle iniziali p.i.

    per il #14: a milano si dice “vai a cagare” o “vai a cacare”? Scegli tu,per me è lo stesso.

    primadonna isterica

  21. Scusa Spari, ma tu non liquidavi tutto sandman come giochetto postmoderno?
    Io per esempio lo difendevo perché le sue storie mi sembravano nonostante tutto belle, ingegnose.

    Già. Però l’ho liquidato con eleganza e spendendoci 20.000 battute…
    Riconoscerai che stroncare una robina decisamente marginale per il sapere umano in 10 cartelle è un po’ meno sprezzante e discutibile di quanto lo sia liquidare Italo Calvino in 2 righe.
    E’ che poi uno che dice che Calvino non convince perché non ci ha il minotauro, dopo che ha lodato Moresco, Scarpa e Voltolini (probabilmente tutta gente a posto e con dei meriti, ma – cristo! – quello è Calvino e io so leggere!), diventa inaffidabile! Mi sa che i tuoi consigli di lettura mi cascano in fondo alla graduatoria. Anche dopo quelli di #7/14/21/28…

    PS: quello che pensavo 8 anni fa di sandman è qui: http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=redir.php?articleid=849

  22. Mah, io non mi lamento, mi chiedo cosa mi interessa leggere e cosa no. Molto di quello che mi delude rientra nelle lezioni americane. In particolare la leggerezza, a miei occhi, rende un libro inutile (detto con la sintesi stupida del blog). Ovvio fare riferimento a Calvino (e non a Landolfi o Manganelli): lui non solo ha pubblicato molti libri, ha anche influenzato la produzione letteraria in Italia come scrittore, come editor potentissimo e come critico. Questo non vuol dire liquidare Calvino e se sembra così è colpa del mezzo blog che non funziona per questo tipo di discussioni. Calvino va criticato per produrre cose nuove, tutto qui. Oltretutto da un po’ si comincia a parlare di fine del postmoderno mi pare.

    andrea barbieri

  23. Ok, benissimo, sintesi stupida da blog. Da parecchio tempo si parla pure di fine del periodo ellenistico della scultura greca, più o meno dal terzo secolo avanti cristo. E con questo? Quindi?

    p.i.

  24. Discussioni beghine gerarcofantiche, temerariamente giudiziose per via di una lingua canonica.
    Ci vuole un’altra lingua per una Nuova Critica!
    Onomatopeica, stressmatica, graphicnovelliva, cerebrolesa trovatrice di parole.
    Inventiva.
    Da inventum, trovare in ciò di cui “già si di-s-pone”
    Inventario, con beneficio.

    The Jabberwocky language speaking gaddamilim

  25. p.i. La fine del postmoderno coinvolge parecchie idee date per scontate: “tutto è già stato detto”; la morte dell’autore; la letteratura come mondo autoreferenziale… Argomenti che hanno segnato la nostra epoca. Se vuoi anche la visione del Laocoonte può avvenire da prospettive diverse, una postmoderna, secondo le regole che Calvino sintetizza, e una diversa che parla di spettacolo terribile e meraviglioso dell’esistenza. Esistenza vera, quella mia e tua coi suoi traumi e le sue allegrie (raccontata con la forma che si crede: anche quella di Occhiopin va benissimo).

    a.b.

  26. l’apertura comincia con un “cosa vorrebbe dire?”
    l’apertura comincia con un interrogativo.
    con l’imputazione: “tu hai detto!” comincia il giudizio, religioso.

    milah

  27. milah non si capisce un cazzo.

    allora: a.b.: cito un passo da “leggerezza”, in lezioni americane.

    “Se volessi scegliere un simbolo augurale, per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità continene il segreto della sua leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero di automobili arrugginite.”

    E secondo te non è questa un’altra maniera per dire dello “spettacolo terribile e meraviglioso dell’ esistenza” ?

    “gravità del mondo che contiene il segreto della sua leggerezza”.

    O mi vuoi dire che la gravità del mondo NON contiene il segreto della sua leggerezza? E Newton dove lo mettiamo? Ti faccio presente che le leggi della dinamica, come Newton le aveva concepite, sono ancora valide ed applicabilissime.

    “Se un corpo è soggetto ad un sistema di forza a risultante zero, allora rimane in quiete o in moto rettilineo uniforme. Tale corpo si dirà in equilibrio.”
    e’ ancora valida, dopo qualche secolo.

    la letteratura, o l’arte, come mondo autoreferenziale è un concetto che sarà pure stato spremuto fino all’ultima goccia, ma di quello che ha dato e dell’interpretazione che tramite questo concetto possiamo dare del Laocoonte vogliamo buttare via tutto?

  28. il “non SI capisce un cazzo” saresti tu e chi altro?
    IO non capisco un cazzo non è lo stesso che “non si capisce un cazzo”.
    Perchè in quel “si” ci sarei anch’io che qualchecosa la capisco, se permetti.

    milim

  29. Vedi p.i., si saltava via, si finiva in un mondo autoreferenziale dove il dramma non esiste: manca il “pieno”, manca la vita, manca l’io col suo corpo. Possiamo girarci intorno mille volte, ma resta che questa letteratura va vista per quello che è, criticata e – a mio parere – superata.
    a.b.

  30. manca l’io supposto sapere.
    L’IO supposto sapere è mancante.
    E’ alla de-riva.
    Molla gli ormeggi e cazza la randa, galerottoro.

    paola micol frighieri

  31. guardate che oggi sarà difficile per voi avere l’utima parola, ve lo dico subito.

    primadonna isterica a mille

  32. blog è navigare
    e navigare è mollare gli ormeggi e cazzare la randa,
    caro Andrea, come la zia.
    Rischiare i venti che tirano.
    Imprecazioni.
    Onomatopee.
    Fumetti.
    avventure, graphic stories
    mettono alle corde il tempo anagrafico
    e lo volgono al tempo poetico, al verso

    milim a palla

  33. a.b.
    è tornata la cronaca, vuoi dire, la cronachetta, la cronaca “vera”,vittorio emanuele è tornato, bella fine, ma vuoi mettere con l’originale di Jarry?

    p.i.

  34. ehhhhhhh, ce ne vogliono di fumetti perchè la cronaca vera si faccia vera cronaca!

    mil (le)

  35. Sì, vero, a volte è tornata la cronachetta (o epoca che si autorappresenta, consolidando sempre meglio dei meccanismi di autorappresentazione che non rivelano nulla di sé). A volte invece è tornata la letteratura dell’io. Con quella un modo di guardarsi indietro, di rileggere certi autori, di portare in evidenza una tradizione del novecento che va in direzione contraria rispetto a Calvino, pensa per esempio alla Ortese, a Bianciardi.
    Jarry è stato un genio, e il suo teatro è pieno di ribellione concreta: chi sente il bisogno di ribellarsi se non un essere umano?
    a.b.

  36. ce “ne” vogliono di fumetti=graphic stories.
    Graphic stories, canicolari, niente male!

    pmf

  37. @a.b. E’ vero. su queste ultime cose che hai scritto, sono d’accordo. Tra l’altro Bianciardi non l’ho ancora letto, ma conto di rimediare. Cronaca del grande male, sì, l’ho letto, non è cronachetta, ci mancherebbe.
    cristo, sto diventando ragionevole, vado a farmi un caffè.

    primadonna isterica a randella

  38. in tesi:
    Non c’è omo-logazione possibile, il gay pride lo teoremizza, del “si” all’io
    al tu al voi al noi al loro è tutta una presa per i fondelli dell’accoppiata.

    Unicuique suum logica fumettare, cioè fare dell’emozione vera una vera emozione.

    Le immagini con s’accoppiano, nei fumetti.
    integrano le parole con uno iato in cui tutto è possibile anche la sospensione del fiato, mandando in scacco l’ultimo respiro, la morte del pensiero.

    millesimalmente

  39. Sai, milim, qual è il problema? Non che non si capisce (o che io non capisco) un cazzo.
    Si capisce tutto benissimo.
    Sei tu che non stai dicendo un cazzo.
    Hai presente la goccia alle due di notte. All’inizio ti diverte e tieni il tempo.
    PLINK PLINK PLINK PLINK PLINK…
    E ti ci appisoli.
    Poi però il ritmo della goccia cambia. Continua a essere uno spreco e anche rumoroso. E non ti accompagna più. Smette di cullarti. Perché è aritmico.
    PLINK PLINK PLINKPLINK

    PLINK ….

    Dopo un po’ ti esaspera.
    Hai fatto appena ricontrollare rubinetti e tubature. Le guarnizioni sono tutte nuove e quel cazzo di
    PLINK

    PLINK

    PLINK

    continua.

    Ecco, milim, tu non stai dicendo nulla.
    Fai PLINK PLINK e stai smettendo di essere semplicemente noiosa.

    So che ti piace essere censurata. Ti fa sentire una fautrice della rivolta sedata. Senti che ti stanno vittimizzando.

    Ma non è così. Non hai nulla di rivoluzionario. Potresti stare su canale 5.
    Non appena una conversazione rischia di diventare interessante, ti infili e inizi a non dire niente. Lo dici forte. E lo ripeti.

    Non sei rivoluzionaria.
    Sei un po’ come il grande fratello. Non miri a modificare il pensiero di alcuno con i tuoi messaggi. Semplicemente vuoi diventare ambiente.

  40. dai spari,
    non si tesseva qui l’elogio dell’inappropriatezza del linguaggio a dire le cose?
    accontentiamoci della sua adaguatezza a dire il niente.
    sciao
    boris

  41. Ho cancellato per la seconda volta questo commento insulso
    “stai smettendo di essere semplicemente noiosa”
    grandeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

    E posso continuare a piacere….

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