Mumble mumble…

Sto pensando alla storia del fumetto italiano recente e mi montano delle domande. Le sottopongo anche a te, perché hai la pazienza di ascoltare i miei deliri.
Riassumo e taglio col coltello da salame a grana grossa un po’ di storia per contestualizzare i miei dubbi. C’è un periodo della storia italiana in cui si sviluppa quello che viene convenzionalmente chiamato “Miracolo italiano”. Si chiude – convenzionalmente – nel 1963. E da quel periodo emerge un fumetto ricchissimo e vivissimo. Ci sono i progetti pedagogici come “Corriere dei piccoli”, “Giornalino” (venduto allora solo nelle parrocchie”) e “Pioniere” (il settimanale del PCI, fondato e a lungo diretto da Rodari, che proprio in quegli anni esauriva la sua corsa). Ci sono fumetti popolari che ospitano un immaginario autoctono e pregno di ogni forma di esotismo cinematografico e salgariano (“Intrepido” e “Monello” per esempio). Ci sono Bonelli e EsseGEsse che definiscono un codice e un genere. C’è addirittura spazio per l’eversione del primo nero, Diabolik, che nei primi anni era cattivissimo (assassino privo di scrupoli, talvolta stragista).
Inoltre inizia a svilupparsi per il fumetto un interesse intellettuale vivissimo. C’era già stato, dal 45 al 47, “il Politecnico” di Elio Vittorini, ma è dopo il 63 che succedono le cose interessanti. Esce Apocalittici e integrati di Umberto Eco. C’è il primo salone del cartooning a Bordighera, durante il quale si tiene una tavola rotonda tra semiologi, storici, registi, sociologi e fumettisti. Al Capp, il babbo di Li’l Abner, è perplesso: in Italia il fumetto viene preso fottutamente sul serio. E allora disegna per “Life” una copertina dedicata a quell’incontro in cui gli intellettuali sono catturati mentre litigano, si sbracciano e tastano le chiappe a belle fanciulle (Capp era un simpatico reazionario e attorno al tavolo c’era Evelyne Sullerot, sociologa femminista).
Comunque, un paio di mesi dopo il salone di bordighera esce “Linus” e tutto quello che sappiamo: lo sguardo colto, l’analisi del fumetto come fatto culturale, la storia e la critica.
“Linus” piace anche oltralpe e Wolinsky fa “Charlie Mensuel” riprendendono grafica, impostazione, concetto e contenuti. Nasce un modo nuovo di intendere il fumetto in Europa.
Intanto in Italia il settimanale “Corriere dei Piccoli” sii lascia contaminare sempre più da “Pilote” e “Spirou”, riprendendone impostazione e personaggi. Nel 1972 si trasforma in “Corriere dei ragazzi” e vive un periodo gloriosissimo pregno di evoluzioni e di attenzione al sociale.
Il lettore italiano è fortunato. Abbandona l’infanzia senza abbandonare il fumetto e l’attenzione al sociale. Passa dal “Corriere dei ragazzi” a “Linus” (magari lasciandosi accompagnare dal Corto Maltese di Pratt che – a un certo punto – migra da una testata all’altra).
Poi inizia il periodo degli scismi e delle avanguardie. In conflitto con l’idea di rivista (e di fumetto) di Goscinny e Charlier, in Francia, gruppi di autori si staccano per andare a fondare la propria rivista. Nascono così, tra l’altro, “L’Echo Des Savanes” (Gotlib, Mandryka e Bretecher) e “Metal Hurlant” (Moebius, Druillet, tutti gli umanoidi e le storie a forma di farfalla e di fiamma di cerino).
In Italia le rivoluzioni sono principalmente due. Una si sviluppa sull’asse “Cannibale”/”Frigidaire” e prevede grande sperimentazione narrativa, ma anche grafica. E l’altra è quella di “Valvoline”, commistione di linguaggi, contaminazione, postmodernita, grande rivoluzione grafica, ma anche narrativa. (Ti ricordo che sto continuando a tagliare ad asciate: ho raccontato 20 anni di fumetto in meno di due cartelle).
C’è una terza direttiva trasversale che attraversa tutte le volontà di fare fumetto. E’ quella della storia lunga e non vincolata dal formato del prodotto editoriale (seriale o serializzabile). Quella che in questi tempi ci piace chiamare graphic novel (che – lo sappiamo – è un’etichetta da appiccicarsi a una classe merceologica che, per sua natura, è difficile da classificare: probabilmente, il minore dei mali).
Una ballata del mare salato di Pratt (anche se c’è Corto Maltese), le storie di Buzzelli (anche se alla fine rispettano il formato francese), la valentina di Crepax (anche se è seriale), e poi finalmente Tardi, “(A Suivre)” (dal 1979) e anche “Orient Express” (dal 1982).
Grande ricchezza di sperimentazione sia nella forma sia nei contenuti per un bel po’. Poi, le riviste iniziano a stare male. Chiudono una dopo l’altra o diventano dei prodotti irriconoscibili. Una vera e propria moria.
E arrivo alla prima domanda.
Tra il 1986 e il 1987 negli USA escono i tre libri che definiscono il mercato del graphic novel: Maus, il cavaliere oscuro e watchmen. Da lì in avanti il mercato assume una forma strana, forse addirittura bicefala: da un lato i comic book rinchiusi in spazi sempre più specializzati, dall’altro i libri, i graphic novel, cui iniziano a interessarsi gli editori “veri” e che vengono venduti in libreria.
Perché, allora, nel momento in cui la sperimentazione felice iniziava a raccogliere risultati commerciali negli USA, in Italia c’è stata un implosione che ha portato ad avere Dylan Dog quale unico fenomeno del fumetto realmente visibile?
E ancora.
Negli anni Ottanta Donatella Ziliotto inventa per Salani la collana degli Istrici. E’ una collana epocale che rivoluziona il libro per bambini e ragazzi in librerie (è tutto raccontato molto bene in un libro di Antonio Faeti che si chiama I diamanti in cantina). Migliora la qualità dei testi, che diventano anche attentissimi al presente. Migliora la cura grafica e l qualità delle illustrazioni. Il mercato del libro per ragazzi inizia a crescere (per un po’ senza bisogno di Harry Potter).
C’è una relazione tra il miglioramento dell’editoria per ragazzi e la fuga degli autori del fumetto non seriale? Se sì, quale?

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8 pensieri su “

  1. scusi…non ho capito la domanda?
    eppoi va bene tagliare con il coltello da salame (lama sottile e lunghissima e affilatissima a tutto raggio) ma Ken Parker dov’è finito?
    per me la risposta se l’è fottuta lui.
    il tuo
    sempre più tardonetto Boris

  2. caro spari, considerazione interessante, ma non credo ci sia un effetto diretto, anche se quando ero prima bambino e poi ragazzo (tra i 70 e gli 80) l’editoria per ragazzi offriva pochino, mentre quella a fumetti era un paradiso.
    curiosità: avrebbe senso considerare col senno di poi “romanzi a fumetti” la Ballata, L’uomo che uccise Che Guevara, Le falangi, o un Jonas Fink quando sarà terminato? questi titoli hanno tanto da invidiare a Berlin o a l’uomo alla finestra (che pure amo molto)?
    ciao
    nuvole in viaggio

  3. Boris: di Ken Parker parliamone perché è importante. Ma anche non lo avessi dimenticato, non sposterebbe la questione di un cm. Quando la sperimentazione inizia a dare i suoi frutti commerciali nel mondo, in Italia si smette di pubblicare quel tipo di fumetto. Sospetto che ci possa essere una relazione col riflusso e la fine dei movimenti 68/77… Ma tutte le deduzioni che estraggo dal cappello mi sembrano pericolose.

    Nuvole: forse la relazione tra libri per l’infanzia e fumetti non c’è, ,ma mi sto facendo trascinare da un’idea (sicuramente pericolosa) che mi porta a credere ci sia un filo rosso che lega i fenomeni editoriali in cui si mischiano parole e immagini.
    Veramente. Sono solo domande. Non ho risposte.
    Sulla curiosità… Non lo so. A me la definizione romanzo a fumetti sembra utilissima ma strumentale. Utilissima perché mette in luce un cambio di paradigma importante nella fruizione e nel mercato del fumetto. Strumentale perché, volenti o nolenti, è una classe merceologica. E come classe merceologica non nasce quando la usa Eisner (o quando iniziano a far le loro robe lunghe Crepax, Buzzelli, Pratt, ma anche Oesterheld o una pletora di giapponesi che lavorano su un formato indistinguibile dal libro, il tankobon). Nasce – in occidente, obviously – quando lo decide l’industria USA. Quando le librerie si attrezzano a ospitare quei prodotti. Quando il new york times inizia a parlare di quei libri usando quel nome. Quando pantheon/random house inizia a fare GN.
    Una domanda: veramente ti sembra che jonas fink sia accostabile agli altri titoli che citi?

  4. Caro Spari,
    condivido pienamente il legame tra industria e formato a fumetti.
    Hai ragione anche a proposito di Jonas Fink: non è accostabile agli altri titoli da me citati. Cercavo però un esempio di storia lunga (anche se serializzata in cartonati) realizzata da un autore “classico”, ma ancora in attività, con alcune caratteristiche che potrebbero essere da romanzo a fumetti (la Storia e il quotidiano -banalizzo sorry-), ma disegnata con un segno che non ha nulla da spartire con quello dei romanzi a fumetti più in voga. Più paranoie mie che altro comunque…
    grazie
    nuvole in viaggio

  5. Spari carissimo
    Ken Parker la questione la sposta eccome, è il primo unico vero tentativo in Italia di fumetto popolare da non confondere con quello seriale…
    e fu un fallimento editoriale
    il problema sta lì, che in Italia manca ed è semère mancato un fumetto seriamente popolare
    solo robaccia popolarmente seriale

    ne riparliamo
    ti va?
    sciao
    boris

  6. Caro Boris, parliamone. Eccome! Perché credo che questo sia un tema cardine. Però mi devi spiegare cosa intendi con “fumetto seriamente popolare” e “robaccia popolarmente seriale”.

    Caro Nuvole, forse non ho capito. Me ne rendo conto perché mi vengono un sacco di esempi (Baru e gli anni sputnilk o quequette blues, sfar/trondheim e donjon, molte cose in air libre o poisson pilote). Mi sembra che quello che in qualche modo può entrare nel vaso del GN sia molto vario per segno e temi (si va da maus di spiegelman a black hole di burns, da la vita non è male di seth a clumsy di chester brown, da ghost world di daniel clowes ad appunti per una storia di guerra di gipi).

  7. ah, GN è graphic novel! scusate il tempo impiegato a capirlo…
    propongo di scrivere FT invece di fumetto e HEE invece che histoires en estampes. “fumetto seriamente popolare” può diventare FSP e “robaccia popolarmente seriale” che sia RSP.
    altrimenti finisce che ci capiscono tutti, cazzo!

    C.R.B.L.S.

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