Un gargoyle

E’ successa una cosa in questa piccola comunità di autori/lettori di fumetto.
1. Sul suo forum, Roberto Recchioni (autore di “John Doe” e “Detective Dante”) ha fatto notare che secondo lui c’è un’incoerenza tra le critiche a Lucca Comics fatto da Gipi in un vecchio post del suo blog (il pezzo era uscito anche su “Lo Straniero”) e il fatto che poi il nostro abbia disegnato la locandina della manifestazione per quest’anno.
2. Scambio di opinioni in cui emerge che esiste una fetta di pubblico che pensa che coconino metta soggezione nei critici (essendo un forum che vede la partecipazione di varie persone, i toni variano da “sudditanza psicologica” a varianti di “l’è tutt’un magnamagna”)
3. La cosa si spegne con una scambio di opinioni tra Gipi e Recchioni
4. Igort su storyteller rilancia la polemica con toni vieppiù vivaci (è un eufemismo, Igort dice una roba del tipo: “andate a leggervi playboy, banda di segaioli”).
5. Si accende una discussione dai toni accessi che ti invito ad andare a leggere perché contiene una serie di stimoli interessanti.
6. Siccome la discussione mi interessava (e poi sono un attento lettore di “Playboy” – te lo giuro: non guardo solo le figure), mi sono sentito in dovere di intervenire. Riporto qui i miei pensierini perché sono una prosecuzione delle mie più recenti ossessioni.

Intervengo nella discussione perché è pubblica e perché ho delle opinioni. Il fatto che si sviluppi sul blog di igort è per me solo un fastidio, perché mi lega a lui affetto (così come a Gipi) e perché con Coconino qua e là faccio delle cose. Quindi il fattore “pecora belante” sta un po’ in agguato (eviterò quindi di parlare dell’affaire “coconino coccolata”).
Mi sono letti i due thread sul forum di Roberto e la distesa di commenti qua sopra e mi sono venute in mente ‘ste cose che sottopongo al (più o meno) pubblico ludibrio.
La sensazione che ho leggendo è che il dialogo stia degradando in monologhi (molti dei msg qua sopra iniziano con “non ci siamo capiti”). Mi sembra sia un’ottima metafora di quello che sta succedendo – da quasi vent’anni – al fumetto in Italia.
Il mercato dell’amato medium vive una biforcazione innegabile (processo probabilmente iniziato nel 1965, anno di nascita di "Linus"). Una volta chiamavamo (sicuramente in maniera impropria, perché ci mancavano locuzioni migliori) il fumetto seriale e da edicola “popolare” e quello più ambizioso o di ricerca “d’autore”. Non sto facendo una distinzione di valore e di qualità (nel fumetto popolare è uscito “Lo sconosciuto” e in quello d’autore vaccate immenzionabili perché l’oblio è la miglior vendetta).
Il fumetto è una bestia strana, difficile da definire, che vive un rapporto simbiotico col mercato. Non è un caso che i moduli commerciali (la vignetta, la striscia, la pagina, ma anche il comic book, il bonelliano e il cartonato da 48 pp) divengano strutture narrative, forse addirittura generi.
Negli ultimi anni, il mercato del fumetto sta subendo una clamorosa modifica di paradigma.
Quello che chiamavamo fumetto d’autore oggi si chiama (spesso) graphic novel. Personalmente trovo quel nome brutto e improprio, ma sono convinto si tratti di un male necessario. Perché graphic novel è una classe merceologica che permette a quei lavori (tipicamente non seriali, ambiziosi, lunghi) di stare in libreria e di essere visibili. Le librerie in Italia sono posti strani. Gli appena conclusi stati generali dell’editoria fanno osservare che l’Italia è il sesto mercato mondiale per i libri, perché in questo paese nelle librerie ci va poca gente ma che spende tanto e compra un sacco di roba. (Sia detto per inciso, quello del graphic novel non è un fenomeno solo italiano. New York Times e Publisher Weekley parlano sempre più spesso di quei libri strani, Chipp Kid diventa un fenomeno e arrivano best seller come Molto forte Incredibilmente vicino di Safran Foer. C’è da meditare).
E il fumetto popolare? Secondo me sta cambiando anch’esso. Perché le vendite che lo rendevano popolare non ci sono più (e questo è un fatto). La modifica più grande secondo me è legata all’utilizzo dei personaggi su media diversissimi. Si faceva anche prima, ma il digitale ha fatto esplodere le possibilità. Esemplari in Italia i casi di Witch o di Monster Allergy (fumetto, cartoni animati, videogiochi, pupazzetti nelle merendine, …). Nel mezzo – tra il GN e questi prodotti meticci – un sacco di roba che sta in edicola e vivacchia: sono fumetti che vorrebbero essere popolari e invece riescono a essere solo prodotti di nicchia. Vuoi vedere che abbiamo un problema terminologico?

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14 pensieri su “

  1. a me sembra che Gipi rischi di buttarsi via. che la Coconino pubblichi delle cose belle e anche delle cose (molto) brutte. mi sembra anche che il fumetto popolare abbia vissuto sull’ignoranza dei lettori e il fumetto d’autore su quella dei critici.

  2. E già… E una volta, qui, era tutta campagna.
    Sei anonimo e lanci affermazioni perentorie che non motivi. Sarei tentato di farti delle domande (perché – lo confesso – le tue mi sembrano affermazioni perentorie che non stai motivando). Ma a chi le faccio? Allora mi scappano solo incitazioni alla deiezione (ma poi, tutte le volte che mando a cagare qualcuno, passa Umberto Eco e mi dice che anche per questa settimana salta la mia rubrica sui quaderni di semiotica).
    Vabbé le faccio lo stesso…
    Gipi rischia? Stai facendo un processo alle intenzioni o hai degli esempi? Perché di libri “sbagliati” non ne ho visti al momento.
    Le cose molto brutte di coconino? Può essere (ci son robe che non piacciono neanche a me, pecora belante – non mi sembra di averlo mai nascosto). Facciamo degli esempi o hai paura di qualificarti?
    L’ultima frase non la capisco. Sai, con gli slogan non sono fortissimo. Tutte le volte che qualcuno mi parla di “fantasia al potere” a me viene in mente il pirata Morgn che ha concluso la sua carriera al servizio della regina.

  3. no, non era tutta campagna: c’erano anche le fabbriche.
    non ti dico chi sono perché non ne ho voglia, tutto qui. e la deiezione per fortuna è ancora pratica quotidiana, una delle più sane che ci siano.
    Gipi: un capolavoro (Gli innocenti, sia pure politicamente assai discutibile e che nessuno – guarda caso – ha discusso), un buon inizio di quella che avrebbe potuto essere una grande opera (gli “Appunti”), alcune store così così, già di maniera. E troppi lavoretti qua e là: la seduzione del mercato non è forse l’anticamera del buttarsi via?
    Cose (molto) brutte pubblcate da Coconino? Basta guardare il catalogo.
    Il fumetto popolare ha vissuto sull’ignoranza dei lettori perché non ha fatto altro che copiare storie già scritte e già viste. Un lettore “forte” di narrativa popolare non troverebbe nessun motivo per leggere gran parte dei Bonelli, per esempio.
    Il fumetto d’autore ha goduto di una sorta di compiacimenti critico, o almeno giornalistico. Tanto che molti ritengono Hugo Pratt superiore ad Al Capp.

  4. Ho un limite. Non riesco a parlare con uno privo di nome. Se non ti do almeno un nome mi riduco al silenzio. Mi scuserai se me ne invento uno io.

    Caro Alessandro,
    rispondo per punto.
    Gipi: opinioni assolutamente rispettabili (con cui non sono d’accordo, ma non è l’obiettivo della chiacchierata).

    Catalogo coconino: ho bisogno di esempi. Inizio io, così viene più facile. A me non piacciono i due ignatz di Giandelli e il ciclo di Bocchan (taniguchi). Però li guardo e mi accorgo che NON E’ roba (molto) brutta. Sono libri che a me non piacciono.

    Popolare vs d’autore: Non capisco. Mi stai dicendo che nella letteratura popolare ci sono sempre state un sacco di invenzioni e nel fumetto popolare invece si è sempre copiato?
    Anche su questo non riesco a seguirti. Babbo Sturgeon mi ha insegnato che il 90% di tutto è merda.
    Al Capp vs Hugo Pratt? Stai chiedendo se è più forte Hulk o la cosa? Non lo so. Sono morti entrambi e non possiamo sapere chi avrebbe vinto (sia Capp sia Pratt, poi, si muovevano lentamente: sarebbe stato un combattimento noioso).
    Ah… Una ballata del mare salato è uscito a puntate sul corriere dei ragazzi e Li’l Abner su Linus. Popolare o d’autore?

  5. chiamalo Gianluca, vedrai che ti risponde.
    Si riconosce, nonostante le molteplici forme anonime che è in uso adoperare per scrivere le sue stronzate.

    Francesco

  6. Boris carissimo,
    hai ragione.
    E’ il loro merito principale: una grande capacità di scelta.
    Credo che, per altro, la povertà progettuale dell’editoria patria gli abbia lasciato un bacino enorme da cui selezionare i lavori da pubblicare.
    Per anni mi ritrovavo a casa di amici a parlare di queste cose bellissime che in Italia non si vedevano.
    Ma lo sai benissimo, perché a pubblicarle quelle cose ci hai provato anche tu (con un catalogo che violava la legge di Sturgeon a sua volta).
    Provo a parlare degli autori di Rasputin.
    Dopo voi, Neaud non l’ha fatto più nessuno (ne è uscito un capitolo su un supplemento di blue, abbastanza decontestualizzato). Ribichini non sta mica uscendo su collane all’altezza delle sue qualità. La lacrima sul viso di Sartori e Mascitelli è un’autoproduzione. Le cose belle di Trondheim non si vedono in giro (e ormai la nouvelle bd non è più tanto nuova). Il grande male di B l’ha fatto coconino. Vogliamo parlare di Baudoin?
    Conosco molti libri che sarebbe importante avere in un’edizione italiana (e anche tu, ne parliamo qualche volta).
    Probabilmente, a budget infinito, sarei capace anch’io (con le mie miserrime doti) a costruire un catalogo con pochissima merda.
    Il problema è che poi le case editrici le devi tenere in attivo (e costa fatica, salute, compromessi e pelo sullo stomaco, perché devi recuperare i crediti, trattare coi distributori, tenere a bada gli autori, gestire partnership, …).
    Delle due, una: O non abbiamo più palato e quella roba marrone ci pare cioccolato, oppure la merda vende di più.

  7. però poi sul sentimento prevale la ragione.
    allora visto che non è mio compito -per motivi etici e ideologici- dire la verità al principe, nè so in che luoghi questo si faccia, nè so se il principe non dico tolleri ma capisca la verità (che gramscianamente è una e una sola, eppoi per quanto mi riguarda l’unico luogo del principe è la ghigliottina), dirò la verità sulla rasputin. Di cui posso rinfacciare solo a me e alla mia debolezza tutte le cazzate.
    Cosa credi, che io non sappia per primo che, sebbene il resto non fosse merda, di libri indispensabili la rasputin ne ha fatti due?
    e vuoi sapere quali: Neaud e Trondhiem. E altrove, se richiestomi, spiegherò il perché.
    Oggià, ti stupirò, ma quello di B. lo reputo un bel libro, ma esaurito in se, anzi esaurito nei primi due volumi (quelli fatti da Rasputin
    -e il tua amico Goffredo che dice che poi la Coconino l’ha stampato bene come meritava. ora a parte il fatto che dubito capisca qualcosa di lettering e formati del fumetto, ma non era Lui a parlare di Nozze con i Fichi?), poi scuola e paraculaggine e qui si intelletualistica rottura di coglioni fino a Babel, e probabilmente oltre.
    Neaud non l’ha più fatto nessuno? E ci credo, L’unica sua cosa che aveva senso fare era il primo di diario, il resto sono due palle incredibili di un nemmeno più tanto giovane intellettuale omosessuale di provincia (ossì, in francia la provincia è provincia come in Italia) che ha come unica prospettiva sul mondo il suo buco del culo. Dici niente, è gia coraggio, ma noi abbiamo Busi che che già ce ne ha abituato. Quindi: noia.
    Ribichini… scusami, ma mi sembra che l’unica collana non all’altezza delle sue qualità fosse proprio quella della Rasputin.
    Sartori… si decidesse a fare fumetto (so che ne è capace : la piccola gita ai monti e la lacrima sul viso ) potremmo anche parlarne.
    Il libro di Baudoin è stato un compromesso, averci avuto i soldi per pagare un letterista coi coglioni (ovverosia un autore completo) avrei fatto couma aço o terrain vague o il viaggio addirittura che so che non ti piace, non certo Verò.
    Volevo fare Tardì (avrei dato il fegato-bello sforzo!): la guerra di trincea su tutto, ma quei figli di puttana della Casterman hanno preferito Hazard… con quali risultati.. lo vedete. Cazzi loro.
    Scusami, ma il fatto che la Rasputin sia stata la prima e che Coconino sia la sola oggi, non ne scusa gli errori e i cicisbeismi (di quelli della Rasputin ti dico in privato, uno su tutti quello della Coconino: l’idea di una collana come Ignatz che deve mettere d’accordo quattro cinque o quanti cazzi sono di editori, fa morire sul nascere ogni idea libera di fumetto…).
    delle questioni di mercato e del costo dei libri me ne fotto.
    Dovrei dirti dei distributori. Ma ho finito le bestemmie.
    Un libro se lo voglio in qualche modo me lo procuro.
    ça suffit?

    sciao
    tuo
    Alessandro Panzeri
    aka Bori battaglia

  8. Boris carissimo,
    il fatto che tu abbia spostato il discorso da ciò che non è merda a ciò che è necessario (mentre io non sono neanche sicuro che il secondo sia un sottoinsieme del primo), ti ha permesso di raccontare un punto di vista privilegiato su un momento della storia del fumetto. Sono contento, ma anche antipatico (e consapevole): allora ti faccio notare che rasputin è stato un momento della storia piccolissimo e assolutamente marginale.
    Quando dici che rasputin è stata la prima, ti sta sfuggendo un moto d’orgoglio non del tutto giustificato. Perché quando trovi una linea di continuità tra rasputin e coconino, metti nello stesso processo una casa editrice effimera (ma di qualità) con la realtà più interessante del fumetto italiano oggi (una realtà che, occasionalmente, appare anche assai solida).
    Non so (e non posso sapere) se Rasputin aveva un progetto. Ha fatto sei libri importanti: quattro francesi (3 di area association e 1 ego comme x – mica ‘sta gran distanza ideologica) e due italiani (Sartori uscito su corrierino, ancora association e marginalmente cfap; Ribichini soprattutto cfap). Poi ha chiuso. Cosa vi raccontavate quando facevate le riunioni e quale fosse il vostro manifesto non è cosa di pubblico dominio.
    Dici poi un’altra cosa che mi sembra inquietante. Affermi che il dover soddisfare 5 editori uccida un’idea libera del fumetto. Mi lascia un po’ basito perché ne parliamo ormai sempre più spesso. La tua ossessione per una definizione del fumetto cerca strumenti nel pensiero libertario. Quando ti si chiede di definire l’anarchia, rispondi “e tu come preferisci la tua, bimba?”. Per il fumetto invece mi diventi stalinista: devi trovare una definizione (non linguistica ma scientifica) che sia capace di escludere bradbarron e di includere sincity il film.
    Cosa c’entrano i 5 editori? La libertà viene uccisa dalla committenza? E allora la libertà non esiste, perché non esiste comunicazione che non abbia committente. Non vorrei estrarre Jakobson dal cappello (che cattivo gusto!), ma se comunichiamo completamente “liberi” da qualsiasi vincolo (e ci “liberiamo” di contesto codice e contatto), il destinatario non recepisce il messaggio. Non c’è più neanche la goduria dell’ambiguità semantica, solo solipsismo. In giro c’è chi parla “libero” (anche nei commenti di questo blog): dopo un po’, ci si manda a cagare (e questo lo si capisce sempre benissimo).
    Ho sempre più spesso la sensazione che quando parli di fumetto, mi diventi olistico.
    Un abbraccio
    P.

  9. Carissimo Paolo
    Mentre scrivo queste righe ancora non ho deciso se le pubblicherò nel tuo blog, se te le invierò privatamente o se le butterò nel cestino appena terminato. Vedremo.
    Intanto: per favore non usare con me trucchetti retorici. La Rasputin l’hai tirata in ballo tu per fermare con il sentimento l’argomento catalogo Coconino. Prendendomi per il culo, certo, però il paragone l’hai fatto. Io ho rispettato il tuo bisogno di autocensura quindi solo della Rasputin ho parlato… e fuori dai denti. Un moto d’orgoglio certo, perché per primi avevamo imboccato la strada che andava presa, ma non solo; intendenvo che probabilmente i meccanismi nell’allestimento del catalogo sono più o meno gli stessi. Qui mi accusi di lesa maestà: come mi permetto di trovare una continuità tra l’effimera Rasputin e la solida (?) Coconino? Non volevo permettermi. Sai cerco sempre di defilarmi e da buon olista (come mi definisci)mi trovi anche d’accordo: non si può separare la storia delle idee dal contesto economico nel quale si sviluppano, quindi Rasputin e Coconino sono cose diversissime grazie alla liquidità di Cassa. Certo, però la Rasputin è stata effimera (ma cazzo, non dirmi che i sei libri fatti non erano sufficientemente programmatici) e non ha avuto Cassa per fare altri libri (vuoi vedere le traduzioni pronte?) perché due signori distributori non hanno mai pagato nessuno dei libri che ci hanno distribuito nelle librerie di varia (questa sai era una delle idee fondamentali della Rasputin) e che credo le librerie a loro abbiano pagato.
    Sai chi erano quei distributori? Non te lo dico. Noteresti strane continuità e o capito che non ti piacciono.
    Poi. Via, tirare fuori addirittura la Scuola di Praga per trovare un senso che non sia puramente economico (nel senso proprio di necessità di ottimizzazione per affrontare il mercato e quindi mai libera, nonostante quello che ci raccontano i veri stalinisti sono gli esegeti del mercato) alla collana Ignatz questa sì mi sembra una cosa inquietante. Per restare a Jakobson, probabilmente hai tra le mani quel libercolo feltrinelli intitolato saggi di linguistica generale, bene da pag. 22 c’è un saggetto interessante dedicato all’afasia di cui Jakobson individua due aspetti fondamentali. La prima, non ci interessa, è quella di chi non trova più nomi e sinonimi; la seconda invece è quella in cui è danneggiata l’asse della contiguità: questi afasici sono bravissimi a ripetere elenchi e sinonimi ma incapaci di costruire un discorso connesso. Ecco la collana Ignatz (non i singoli autori che ne fanno parte, stiamo parlando di un progetto editoriale teniamolo presente) soffre, colpa dei 5 editori o chiamali committenti, di questa afasia: tanti titoli ma non un progetto… niente idea di fumetto. Ommeglio l’idea c’è e va cercata nel concetto di pertinenza (tanto caro a Jakobson), secondo il quale un’entità va studiata entro il sistema che appunto le pertiene. In questo caso, mio caro, non la linguistica ma il mercato. Quindi basterebbe indagare gli Ignatz con gli strumenti dell’economia(domestica) per vederne tutta la necessarietà.
    Eggià. Ma l’hai detto tu, credendo offendermi, io sono olistico, e vedo il fumetto come un sistema complesso e leggiucchio un po’ di fisica e di chimica –poco che ci capisco poco. Così mi sono convinto che i fenomeni non possono essere spiegati esclusivamente come risultante della somma delle singole parti del sistema stesso, se no avrebbe ragione chi vuole il fumetto come una sequenza di immagini che raccontano una storia, o addirittura come azione di una singola parte –in questo caso il mercato.
    Insomma, il sistema (il fumetto- e assumo il termine comune per definire questo sistema complesso, tu chiamalo come cazzo ti pare) è qualcosa di più del totale delle parti. Certo, riuscire a definire quel qualcosa significherebbe spiegare (restando nell’ambito di due immense paraculate) perché bradbarron non è fumetto e chimera si. Lo so che affrontando questioni ontologiche si rischia la metafisica. E’ per questo che quello che sto cercando è un metodo scientifico: sai, sono ateo e scientista quel tanto che basta per correre il rischio con tutta la consapevolezza e la libertà possibili. Libertà che, convincimi del contrario, chi fa collane come Ignatz non può, per sua stessa “coraggiosa” scelta, avere.
    Poi non so più nemmeno che cazzo volevo dire…. E mi sono stancato…
    Ho deciso te lo posto come commento
    sciao

  10. Boris carissimo,
    lieto di averti estratto dal letargo da fine trasmissioni. Un po’ meno del fatto che percepisco notevole incazzatura in quello che dici.
    Rispondo per punti alle cose che dici, perché sono un riduzionista (fedele al rasoio di Occam) e perché sono un consulente e dopo un po’ mi confondo.

    Trucchetti retorici: Mi dispiace che il fatto ch’io abbia citato rasputin abbia toccato ferite ancora aperte. Sul serio. Sono stato scorretto, ma – a mia parziale discolpa – sottolineo che non ero consapevole degli effetti (cioè, sono un idiota che non calibra il tiro).

    Bisogno di autocensura: E’ vero. Me ne rendo conto. Qualche tempo fa mi dicevano di una giornalista di “Telerama” che ha rifiutato di fare recensioni su “Bang” (la rivista della Casterman). Diceva che se avesse accettato non avrebbe più potuto recensire i libri di Casterman sulla rivista per cui collaborava. E’ una questione delicata. Per ragioni che non controllo totalmente (come già dicevo sono abbastanza inconsapevole) mi sono ritrovato a collaborare con “Lo Straniero” e con Coconino. Dell’uno e dell’altro in questo momento preferisco non parlare. Sono un dilettante e non so come fare. Non voglio difendere le posizioni di Coconino (o neanche de “Lo Straniero”), ma non voglio neanche dover dimostrare continuamente la mia onestà intellettuale.

    Lesa maestà: Dici che per primi avevate imboccato la strada e che usavate meccanismi di allestimento del catalogo simili a quelli di Coconino. Ci credo. Non è questo il punto. Il busillis sta altrove: da lettore non era percepibile. Non lo so se l’albero che cade senza nessuno attorno faccia rumore. Credo di sì (mi baso sull’esperienza). L’esperienza mi insegna anche che se uno tira un filo rosso tra due cose, se vado ad agitarci le mani nel mezzo quel filo lo tocco. Non percepisco legami tra una casa editrice che ha fatto 6 titoli (belli, importanti e distribuiti in libreria) e poi ha chiuso e una che nasce esplicitando la propria visione. Mi voglio limitare ai fatti e – cadendo immediatamente in contraddizione – parlerò di Coconino (se sono onesto o meno, giudicalo tu). Credo che oggi Coconino possieda il miglior catalogo di fumetti. Non dico che mi piace tutto: ci sono dei libri per la PaoloInterdonatoEdizioni non avrebbe pubblicato, ma non è importante. Non dico neanche che sia l’unica: mi sembra che anche Kappa, BeccoGiallo, BD, Magic Press, Black Velvet, … facciano spesso ottimi fumetti.
    La cosa che mi interessa molto (da lettore, da “critico” – aaarrrggghhh!!! – e, anche, da collaboratore esternissimo) è che il catalogo Coconino sia figlio di un progetto visibile e dichiarato. Il progetto Rasputin non ha fatto in tempo a rendersi evidente (magari solo a me, che – come già devo aver detto da qualche parte – sono inconsapevole). Coconino è nata esplicitandolo. Almeno in due modi: con una serie di articoli su “Linus” e con una mostra corredata da importante catalogo. Su “Linus”, a puntare il dito verso un periodo di inamovibilità del fumetto (di cui lo stesso “Linus” era ormai un simbolo) sono apparsi interventi coordinati da Igort (di ritorno dal Giappone) di: Charles Burns che raccontava il fumetto americano nel dopo “raw”, di Baru che prendeva le distanze dall’association in un momento in cui tutti guardavano quella casa editrice come il futuro del fumetto, dello stesso Igort che raccontava un momento triste (Bacilieri con il Supermaso che viene additato come apologeta neonazista, Vacca e la censura di Martin, intorno il ristagno più totale rischiarato qua e là da Granata Press e Phoenix). La mostra si chiamava territori del racconto illustrato e rendeva evidenti alcuni autori che poi sarebbero apparsi (quasi tutti) in catalogo Coconino. Il catalogo era un numero di “Mano” edito da Ancora del mediterraneo.

    I distributori che hanno ucciso Rasputin: Che ti posso dire. Da quello che so non pagare gli editori è una delle cose che i distributori fanno meglio. Un ritardo nei pagamenti mette spesso in ginocchio le case editrici. Però ti scappa la staffilata e affermi che non vuoi dirmi chi erano i distributori per non mettere in luce strane continuità che non mi piacciono (a me? perché?). Colpo basso che però mi lascia indifferente. A meno che… tu non stia ipotizzando una cospirazione che ha voluto la rimozione di un concorrente pericoloso per spianare la strada in discesa per realtà divenute poi “solide”. Hmmmm…

    Il mercato: non ho capito niente. Ho citato Jakobson a cazzo e ho aperto la stura al nozionismo. Cerco di chiarire la mia posizione. Il mercato è una bestia con cui ti confronti comunque. E con questa bestia si confrontano tanto Gipi (l’autore italiano che sta facendo le cose che amo di più) quanto Claudio Nizzi (è ancora vivo?). La libertà è come la natura: non esiste. Ci sono invece forse “gradi di libertà”. Non cercare di farmi passare per un gretto conservatore. Faccio il consulente e coi miei sensi di colpa e con la mia capacità di scendere a compromessi ci convivo quotidianamente. Analizziamo i casi uno per volta (il problema dei sistemi matematici complessi – che non sono prerogativa della visione olistica, come stai cercando di fare credere – è che non puoi prevedere tutto: Goedel sta lì a ricordarci proprio quello). Credi davvero che la committenza di sei editori (e di 6 mercati nazionali) riduca i gradi di libertà di Broesma, Corona, Gipi, Huizenga, Igort, …? Non sarebbe meglio guardare chi sono quegli editori e a quali segmenti di pubblico si rivolgono?

    Un abbraccio
    P.

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