Il fumetto impopolare (1): Il castello del destino di Toyokazu Matsunaga

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Manga San è una collana di Kappa Edizioni interessante perché ha un target esplicito e dichiarato (costituito da quelli che gli americani chiamano young adults) e cerca di colpirlo con scelte che abbastanza spesso riescono a non essere scontate (mi sono sembrati interessanti i due libri di Ebine Yamaji, soprattutto Love my Life, e Questo non è il mio corpo di Moyoco Anno).
Il castello del destino si sviluppa su tre volumi. E’ una storia sgangheratissima, più instabile di un film di Roland Emmerich, ed estremamente gradevole. Costa come un pancreas al mercato nero moscovita (30 euro per un paio d’ore di lettura). Il prezzo, direbbe la signora Zanicchi, è giusto. Perché i tre volumi sono piacevoli da tenersi in mano, sono stampati bene su carta opaca (un po’ trasparente se proprio devo trovarci un difetto), hanno ottima legatura e grafica semplice e piacevole, fanno un buon odore e vengono venduti nelle librerie di varia.
Matsunaga è un narratore incontinente. Gli scappa la storia da tutte le parti e lui la segue come uno stand up comedian che deve mescolare repertorio, battute rubate ai colleghi, mestiere e improvvisazione. Sbaglia i tempi (a un certo punto gli scappa un flashback di oltre 100 pagine in mezzo a un momento di tensione crescente), scivola da tutte le parti, ma tiene il palco fino alla fine (magari insultando la pelata del commendatore con strappona seduto in prima fila). La storia è piacevolissima proprio per gli svarioni narrativi e la superficialità del racconto (l’autore giapponese mostra di non essersi mai posto la benché minima questione sui paradosi temporali: ci sono racconti di due pagine di William Tenn che problematizzano la questione molto di più).
Mi sono divertito tantissimo leggendolo (tra bambini nel tempo, treni volanti, fiabe giapponesi, mostri della laguna, guerrieri jedi e catastrofismo). Lo stesso divertimento che mi causa certo cinema cinese (amo alla follia, per esempio, il ciclo di drunken master con jackie chan).
Un fumetto che per volontà (e motivazioni – ma su questo ci torno) dell’autore mi sembra popolarissimo. Forse in patria ha anche venduto un fantastiliardo di copie. Non è rilevante. Il fatto che in Italia esca in una collana “costosa” (a detta di chi vorrebbe il fumetto stampato male su carta da pacchi e affastellato in edicola) è anch’esso irrilevante.
Come lo chiamiamo questo oggetto? Fumetto impopolare?

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6 pensieri su “

  1. ieri sono stato a vedé TIME del nostro king duffy duk
    miracolosamente ancora in programazione nelle sale di spaghettiland

    soooou beautifullllllllll!!!!!!!!!!!!!
    andate coi vostri bambini che gradirano mucho mucho

    è uno dei pochissimi che VERAMENTE perlustra in modo sistematico il vedé-non vedé-vedé

    cerebroliso

  2. Un po’ come Dylan Dog negli States?
    Non è importante dargli un nome, sono casi ben precisi, forse eccezioni. Ogni fumetto è un’eccezione, per questo non si riesce a classificarli.
    Anche per le GN, dire che non sono seriali forse è “esatto meno un po’”.
    Molte sono state e sono comunque serializzate, From Hell è una GN? Berlin? Watchmen? V for Vendetta?
    I songoli fascicoli sono capitoli oppure singoil fascicoli di una serializzazione?
    Invece Fun Home è una vera GN, nata così, in quel formato in quella lunghezza, mai visto prima.
    E L’etrangleur di Tardi che cosa è?
    Baci
    D.

  3. D., fratello,
    mi arrivi a un punto saliente. La forma della pubblicazione. Addio alle armi era già un romanzo mentre veniva presentato a puntate al pubblico del Politecnico di Vittorini? Pinocchio (sul Giornale dei bambini)?
    La serializzazione è una necessità, perché ti devi comprare scarpe e formaggio. Su un libro molto bello che si chiama Education of a comic artist c’è un pezzo ci Reynolds che si chiama Growing pains e che parla approfonditamente della dialettica impossibile tra forma libro e forma comic book (il pezzo appare in versione italiana sul catalogo della mostra in triennale – attento lettore, è una bastardata autopromozonale, perché quel pezzo l’ho tradotto io).
    E a questo punto, se il problema si sposta dalla serializzazione al progetto (lungo, compiuto, magari ambizioso). Da quanto tempo si fa graphic novel in Giappone?

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