Potere alla parola – 2

Juggernaut di Lee+Kirby (immagine linkata da wikipedia)

Parole parole parole: falsa partenza in Italia

Il 27 dicembre del 1908 è una data di fondamentale importanza per la storia italiana sia dell’industria culturale sia, più specificamente, del fumetto: il "Corriere della sera", quotidiano di Albertini, vara il "Corriere dei piccoli", supplemento dedicato al progetto pedagogico di Paola Lombroso Carrara.
Nonostante il Corrierino non fosse la prima pubblicazione italiana a ospitare fumetti, fu immediatamente chiaro che quella commistione di testi e immagini (che, per altro, vedeva le parole imprigionate in evanescenti nuvole di fumo) sarebbe stata assai lesiva per i giovani intelletti. L’immagine doveva essere al servizio della parola.
Il fumetto fu normalizzato e privato di tutta la sua carica eversiva. Parole e immagini furono separate nettamente. I balloon furono cancellati e sostituiti dai versi di Antonio Rubino. Bibì, Bibò e il capitan Cocoricò di Dirks e di Knerr, Fortunello di Opper, Mimmo Mammolo di Outcault e Arcibaldo e Petronilla di McManus furono rielaborati per divenire, agli occhi dei pedagoghi, innocui e accettabili.
Si osservi che, secondo la definizione di McCloud, questi racconti in versi edulcorati sarebbero – nonostante tutto – fumetto.
Scrive Antonio Faeti: “L’opposizione al fumetto come tramite espressivo nuovo, è forse giustificata, in Rubino, dal suo particolare modo di rendere gli spazi, riempendoli di un’infinità di curve, di riccioli, di frammenti. Non c’era quindi posto, nei suoi disegni, per il vuoto grafico, diverso dal contesto espressivo, che il balloon poteva rappresentare. Ma più in generale, si tratta di un’ostilità di tipo pedagogico: la nostra letteratura per l’infanzia intendeva ridurre al minimo le possibilità di intrattenimento puro, che erano reperibili al suo interno. Il “contenuto” doveva essere “guadagnato” con una faticosa e impegnativa lettura, non ottenuto quasi in regalo con una rapida occhiata a una pagina, in cui testo e illustrazioni si confondono”.
E’ interessante osservare come questo tentativo di costruire un lettore responsabile, capace di accedere a messaggi difficili perché nascosti nel testo, abbia sortito uno straordinario effetto benefico: la creazione di una nuova categoria di lettori stravolgenti.
“A quel tempo in Italia il sistema dei balloons con le frasi del dialogo non era ancora entrato nell’uso […]; il «Corriere dei Piccoli» ridisegnava i cartoons americani senza balloons, che venivano sostituiti da due o quattro versi rimati sotto ogni cartoon. Comunque io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure. Vivevo con questo giornalino che mia madre aveva cominciato a comprare e a collezionare già prima della mia nascita e di cui faceva rilegare le annate. Passavo le ore percorrendo i cartoons d’ogni serie da un numero all’altro, mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producevo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo le costanti di ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui i personaggi secondari diventavano protagonisti”.
Le affermazioni qui trascritte sono di Italo Calvino e provengono dalle sue “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio” (Garzanti, Milano, 1988).
Visibilità, titolo della conferenza da cui sono state estrapolate le frasi citate, è uno dei valori (“o qualità o specificità”) della letteratura che Calvino vuole situare “nella prospettiva del nuovo millennio”. Tra quelli proposti è sicuramente il valore che mi sta più a cuore.
La conferenza inizia con un verso di Dante: «E poi piovve dentro a l’alta fantasia», a chiarire che l’intenzione dell’autore è dimostrare la fisicità della fantasia. Essa è un luogo in cui piovono immagini, suoni, odori, sensazioni che entrano in risonanza, in corto circuito.

Ridondanze: la parola è tutto

Prosegue Calvino: “Quando imparai a leggere, il vantaggio che ricavai fu minimo: quei versi sempliciotti a rime baciate non fornivano informazioni illuminanti; spesso erano interpretazioni della storia fatte a lume di naso, tali e quali come le mie; era chiaro che il versificatore non aveva la minima idea di quel che poteva essere scritto nei balloons dell’originale, perché non capiva l’inglese o perché lavorava su cartoons già ridisegnati e resi muti. Comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione”.
Leggere queste frasi e sentire il vitreo rumore del sogno pedagogico del Corrierino che va in frantumi è, innegabilmente, un tutt’uno. Un lettore stravolgente non può accettare di essere ingabbiato da un riscrittore che, alla già abituale traduzione, somma un ulteriore tradimento. Vale uno degli innumerevoli insegnamenti del compianto Charles M. Schulz: “l’arte non conosce fallo di ostruzione”.
Risulta evidente, almeno ai miei occhi, che, quando parla di “interpretazioni a lume di naso”, Calvino sta attribuendo al “versificatore” uno dei peccati capitali guardato con orrore da tutti coloro i quali si esprimono facendo uso di linguaggi visuali: la ridondanza.
La ridondanza, di suo, non è sempre una cosa negativa in assoluto. Per la narrazione seriale o per la comicità, solo per fare due esempi (e neanche tra i più arguti), è un valore.
Per chiarire quale sia l’accezione negativa secondo cui parlo di ridondanza mi avvarrò di due citazioni copiate da “Libri illustrati: come sceglierli” di Walter Fochesato (Mondadori, Milano, 2000)
Bruno Munari, designer e scrittore che diresse per Einaudi la collana di libri illustrati Tantibambini, insegna: “Per esempio il testo dice: “Cappuccetto entrò nel bosco” e nell’illustrazione si vede Cappuccetto che entra nel bosco, nella didascalia si legge “Cappuccetto entrò nel bosco”. Ciò è stupido. L’ideale sarebbe che l’illustrazione fosse complementare al testo, che facesse vedere un tipo di bosco molto impressionante con molte zone buie, un’illustrazione che comunicasse un senso di pericolo, di ignoto, di tensione”.
Quentin Blake, illustratore che ha arricchito – tra l’altro – i già preziosi testi del grandissimo Rohald Dahl, ammonisce: “non ci si soffermi troppo su quelle parti di testo su cui probabilmente l’immaginazione del lettore opererà guidata dall’autore stesso”.
Esempi mirabili di ridondanze sono presenti in tanti (troppi) fumetti malamente sceneggiati o, magari semplicemente, tradotti o riadattati.
Ho scelto gli esempi che citerò nel seguito esclusivamente per la loro natura parodica e ho deciso (soffrendone abbastanza) di non soffermarmi sulle ridondanze nei prodotti oggi in edicola per non assecondare le mie personalissime antipatie.
Nel 1993, lo sceneggiatore inglese Alan Moore tributò un sentito omaggio ai supereroi della Marvel delle origini, scrivendo la miniserie “1963” (Image, aprile/ottobre 1993). I sei numeri furono costruiti abilmente per recuperare il sapore degli albi sceneggiati da Stan Lee e disegnati da Jack Kirby o da Steve Ditko.
Esemplari sono le pagine che aprono la storia. Una creatura enorme e poco rassicurante, che indossa un classico pigiamino da supereroe e un elmo da cattivo, sta addentrandosi nella sede di Mystery Incorporated, quattro individui che hanno acquisito i propri fantastici poteri in seguito a un viaggio nello spazio. La sequenza mi richiama alla memoria, per contenuti e costruzione della narrazione, le pagine in cui il Fenomeno entra per la prima volta nella scuola di Xavier, per vendicarsi del fratellastro, e deve battersi con i giovanissimi X-Men. Delle barre d’acciaio assai spesse fuoriescono dal muro per fermare l’incedere dell’incredibile creatura. Argutamente essa commenta: «Bene, cosa abbiamo qui? Delle barre che vengono fuori dai muri!». E mentre il disegno ci mostra le possenti mani intente a divellere l’ostacolo: «Bha! Le ho rotte!». E, ancora, getti di fuoco alti due metri dal pavimento. E il mostrone: «Lanciafiamme?!?»
A cosa è dovuto questo eccesso di ridondanze così ben ricostruito da uno sceneggiatore di provate capacità quale Moore? Lasciamo che a spiegarcelo sia Paperinik: per un supereoe “la parola è tutto!”.
Il papero mascherato chiarisce: ”Azione e conversazione. E’ la ricetta del mio successo. E tecnica e creatività ne sono gli ingredienti principali. […] Parlare e combattere allo stesso tempo non è un comportamento naturale, ma è quel genere di cose che il pubblico si aspetta da noi! Respirazione e dizione sono due aspetti essenziali del bagaglio di un supereroe senza i quali assistereste a scontri più realistici, ma sicuramente meno brillanti. [Paperinik e una orrenda creatura degli abissi coperta di squame e di scaglie sono avvinghiati in combattimento. Paperinik dice: «Mollami!» La creatura dice: «No!»] Mentre con un’efficace ventilazione i risultati saranno ben diversi. [Paperinik e il mostro sono ancora avvinghiati. Paperinik: «Il tuo regno criminale sta per tramontare, farabutto!» Il Mostro: «Me ne faccio beffe delle tue vuote minacce, Paperinik! Io sono Bothulon! L’unico! Il solo! L’invincibile!»]”.
Voglio concludere copiando un passo da “La cultura sottile. Media e industria culturale in Italia dall’ottocento agli anni novanta”. Fausto Colombo, l’autore del saggio si riferisce a “L’inferno di Topolino”, di Martina e Bioletto, parodia Disney in cui sono presenti sia i versetti resi nefasti dal “Corriere dei piccoli” sia le temibili ridondanze. Ciò nonostante non esistono in questo fumetto gerarchie di alcun tipo tra parola e disegno (lo sceneggiatore e il disegnatore saranno puniti, verso la fine della storia, allo stesso modo). Un ottimo prodotto pronto a confutare ogni mia singola sentenza.
“Un esempio su tutti Pippo-Virgilio guida Topolino-Dante in bicicletta. C’è una foratura. Nel balloon topolino chiede: «Chi è che fischia?» e Pippo risponde: «Non è un fischio. E’ uno scherzo di Satana». Le terzine sotto i riquadri recitano: Io cominciai: «Poeta che è quel ch’i’odo? / Parvemi di sentire un fischio asmatico». / Ed egli a me: «Non vedi? E’ stato un chiodo / Che si è conficcato in un pneumatico! / Per la miseria! Con le gomme a terra / Il nostro andar diventa problematico». Come si vede i due tipi di testi scritti sono più giustapposti che complementari, e suggeriscono veri e propri livelli di lettura.“

(2. continua)

4 pensieri su “

  1. Calvino: vivere senza i propri libri è una specie di piccolo inferno (i miei sono tutti in ordinati cartoni a riempire interamente il mio box), se li avessi con me adesso potrei fare bella figura copiando qui quel pezzo della nota finale de Il castello dei destini incorciati inerente al Motel dei destini incrociati. Magari qualche anima pia che non ha i suoi libri in un box lo può fare per me…

    Moore da ridondante a ridondato: Just Imagine Stan Lee Creating Watchmen presa in giro della TERRIBILE serie DC Just Imagine… (scoperto su it.arti.fumetti grazie a un post di Nicola D’Agostino).

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