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Urania - Ventiquattro

Sabato scorso è uscito il nuovo numero di “Ventiquattro”, la rivista mensile del “Sole 24 Ore”. Non so se hai presente. E’ un giornalone con un sacco di immagini che amerebbe somigliare al “New Yorker” (freddezza, distacco, belle immagini, grafica pulitissima, indicazioni chiare sui trend da seguire). Come sempre l’ho sfogliato senza troppa convinzione. Troppo rare le sorprese perché mi possa realmente interessare. Come insegnano i rudimenti dell’economia domestica: ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa.
E l’avrei riposto senza neanche un fremito se non fosse stato per quella sporca ultima pagina. La rubrica a cura di Riccardo Chiaberge, il direttore dell’inserto della domenica del Sole, si chiama Dopotutto e presenta una chiacchierata con un personaggio della cultura. Questa volta il personaggio è Carlo Fruttero e l’argomento la fantascienza.
Sono – a buon ragione – pieno di pregiudizi: Fruttero è quello che (dopo un’antologia che ho molto amato da ragazzino, le meraviglie del possibile, con Solmi) si è dedicato con Lucentini alla cura di Urania. E’ quello dei romanzi scelti per un titolo (si dice che ai traduttori arrivassero note con indicazioni del tipo: “traducilo! E’ immondizia ma lo abbiamo già pagato!” E’ quello dell’impossibilità di una fantascienza italiana perché gli ufo che non possono atterrare a Lucca. E’ quello dei romanzi scorciati o allungati per riempire il corretto numero di pagine della collana. E’ quello.
Cosa avrà da dirmi questo signore?
“La fantascienza di oggi? Non riesco a leggerla. Sono per lo più storie tortuose che richiedono molta attenzione e competenza specifica. […] I cyborg? Cosa diavolo sono i cyborg? Io a malapena so cos’è un cordless come quello che sto usando per parlare con lei”.
“Quella [si riferisce a Bradbury, Clarke e Sheckley], in realtà era una fantascienza molto terrestre. Racconti sociologici, in cui la società di allora veniva rovesciata a colpi di paradossi. Qualche volta entravano in scena anche le astronavi e gli altri pianeti, me era soprattutto il futuro della Terra a interessare quegli autori”.
“Quando gli americani andarono sulla Luna mi sembrò una fine, non un principio”.
Per il resto, solo le inaffondabili certezze di un vecchio che – com’è giusto – con gli anni accentua il proprio animo reazionario.
Però, poi, leggo anche le domande che a Fruttero fa Chiaberge (che è un signore di mezza età):
“Ma come mai non si leggono più racconti così belli?”
“Perché il filone fantascientifico si è inaridito?”
E già. Non hai idea di come fossero belle le storie di Topolino di quando ero piccolo io. Non come quelle di adesso che sembrano proprio robe per bambini…
Mi viene in mente il memento di sua maestà Philip K. Dick: Io sono vivo e voi siete morti.

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9 pensieri su “

  1. Non so bene, perché non sono un cultore della fantascienza, però si è esaurita la poesia epica, si sono esaurite la forma-sonata e la forma-canzone, c’è chi sostiene che si sia esaurito (da quel dì) il romanzo: non può darsi che anche la fantascienza si sia esaurita?

    Non mi sembra ipotesi fantascientifica; ma del resto sono di quelli a cui sembra che il Topolino di oggi, per storie come per disegni, possa paragonarsi sì e no, e comunque con svantaggio, a Tiramolla o Nonna Abelarda di una volta…

  2. mai letta troppa fantascienza.
    Giusto qualche classico, e un’accensione di entusiasmo per la stagione più ‘social’ del cyberpunk. Poi, nebbia…
    Fino a questo autunno.

    La fantascienza era una cosa, dice il vecchio scrittore. La “sf” – come la si chiama oggi – è invece roba da specialisti e/o technofreak…
    Sai che ti dico? Che dal mio punto di vista il vecchio Fruttero ha ragione.

    Il punto, per me, è che fa il paio con le spiegazioni che sto cercando di dare a una nuova passione che mi è presa da qualche tempo. E’ l’interesse per un prodotto della fantascienza recente. Un interesse che a me, tradizionalmente poco avvezzo alla sf, ha stupito e fatto riflettere.

    Sono mesi che vivo un amore inedito per una serie di fantascienza: Battlestar Galactica. Una passione anche piacevolmente tossica, che ho scoperto comune a diversi amici (fab, mi senti?).

    Galactica non è, infatti, buona solo per specialisti technofili o per fan brufolosi. Non è l’ennesimo clone del multiculturalismo ‘cosmico’ alla Star Trek (roba per sf-nostalgici e spesso conservatori), ma nemmeno un techno-giocattolo o un technorompicapo (roba per tecnhofan, appunto). E’ una serie tv in cui contano solo in parte astronavi & robot & fanta-scientificità. E quindi c’è spazio anche per me – e per tanti altri.
    In Galactica contano altre cose, che ruotano proprio intorno al destino (politico ma anche evolutivo) degli uomini.

    Credo davvero che non sia un caso il fatto che questa serie, un “drama-sf”, sia la narrazione di fantascienza che si sta rivelando come il vero “cult” di questi ultimi due-tre anni. Dopo Lost, naturalmente. Ma per certi versi anche più interessante di questa – meno ‘formalista’, se posso permettermi.

    Non sto a dire quali siano gli aspetti della condizione umana e della società attuale che Galactica mette in scena. Ma diciamo che per me sono proprio le grandi questioni che la sf del passato riusciva a toccare (e che oggi invece tende a perdere di vista). Quelle che facevano tanto felice il vecchio rinco Fruttero…

    Vale la pena vederla. Su Fox, se avete Sky. Con il p2p, se siete più furbetti

    bye

    matts

  3. Tiramolla (specie quello di Manfrin) e Nonna Abelarda (specie quello di GB Carpi) non erano poi male.

    Però quello che dici ha un senso, anche se gli esempi che fai si riferiscono a forme. La fantascienza mi sembra più un genere (so che sulla differenza tra forma e genere ci sono più opinioni che bipedi sul pianeta: intendo “genere” alla Northrop Frye).
    L’analisi sull’esaurirsi della fantascienza si può probabilmente anche tentare (probabilmente a un altro tavolo, non ho abbastanza strumenti). Però quello che ho riassunto è il discorso tra due signori (e uno dei due – accidenti! – è quello degli ufo su lucca) che dicono quanto era bella la fantascienza dei bei tempi che furono. E parlano di brown, sheckley, bradbury e clarke.
    Non ci sono i new mutants o ballard, non ci sono gli anni 70 statunitensi, niente dick, niente vonnegut, non c’è metal hurlant, non c’è il cyberpunk, non c’è neanche spazio per lem e le sue cyberiadi…
    E io – che non ne so nulla – mi fermo alla metà degli anni 90.
    Sono evidentemente i limiti del mio sguardo (e dei miei interessi). Che credibilità possono avere due che si fermano alle soglie degli anni 70 (non ci entrano neanche) citando autori a caso (cosa ci fa Clarke in quella lista?)

  4. Sono due vecchi rimasti indietro. Una volta per essere avanti, e poi per non rimanere indietro, bastava guardare il telegiornale e avere un amico che due volte l’anno andava in america e portava a casa gli orologi digitali Texas Instrument. Adesso ti giri un momento e sei rimasto indietro. L’Ursula (non la Andress) credo abbia detto che prima di costruirlo il futuro si deve immaginarlo.
    Quei due vecchi non riconoscono nemmeno il passato, figurati immaginare il futuro.
    E non solo loro. Cos’è la fantascienza (fantaSCIENZA) se ormai nemmeno le menti più floride e gravide possono immaginare qualcosa che tanto è già successo?
    Tra cento anni, forse meno, come sarà il nostro futuro? Generi nel genere. Fantascienza positiva alla Roddenberry oppure immagini di terre deserte e violente alla Pianeta delle Scimmie (i telefilm)?
    Chi è in grado di immaginare il futuro oggi?
    Spesso resto a bocca aperta (sense of wonder, remember?) a leggere di cose che sono realscienza, c’è qualcosa di fanta che può farlo nello stesso modo?

  5. I cyborg? Cosa diavolo sono i cyborg?

    provo a dare una mano a Fruttero, poraccio, e copincollo dalla Wiki:

    «Nasce dalla contrazione dell’inglese cybernetic organism, organismo cibernetico.
    Il termine fu reso popolare da Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline NEL 1960 in riferimento alla loro idea di un essere umano potenziato per sopravvivere in ambienti extraterrestri inospitali.»

    maiuscolo, nerretto, corsivo e sottolineato sono miei

    alle soglie degli anni 70

    sei fuori di almeno dieci anni… mi sa…

  6. Sono arrivato da queste parti cercando Philip Dick, e ho letto il post per caso.. che dire?

    La fantascienza tecnica non credo sia una novità degli ultimi tempi, ci sono esempi degni di nota sia nell’ambito della letteratura che dei film/telefilm.

    Fruttero sarà stato sfortunato, chissà. O forse non ha più l’età per certe cose 🙂

  7. …insisto: Fruttero non fa una mossa stupida, “restando indietro”. Significa non perdersi in pinzillacchere. Almeno oggi.
    Il suo problema è semmai che è fermo da tempo… Ma diciamo che se la sua visione sugli anni 60/80 è ridicola, sull’oggi sento di dargli ragione. O no?

    La discussione da rilanciare potrebbe essere questa: oggi, davanti alla deriva sia della “sf-for-fans-only” che della “fantascienza tecnica”, l’immaginazione fantascientifica resta poco attenta alle grandi questione di fondo. Vero o no?

    Se togliamo Matrix e pure Battlestar Galactica, quanta fantascienza, oggi, sa davvero leggere le tensioni del presente e disegnarne i percorsi evolutivi (conflitti inclusi)? Masamune Shirow? Andrew Niccol? Mmm… Forse il tuo adorato natannèver? 😉

    Mah. Sicuramente sono domande da sf-ignorante. “Spari”, anche se non sai nulla, almeno prova a “sparare” tu, no?

    m.

  8. m.: Secondo me è la definizione di fantascienza a essere cambiata. Ci sono stati momenti in cui la quantità di riviste (soprattutto inglesi e americane) era così vasta che moltissime delle cose che amavamo venivano pubblicate là sopra (o su playboy, che pagava molto meglio). Ho letto un sacco di racconti e romanzi (per esempio di Sturgeon, Tenn, Matheson, Lieber, lo stesso Brown…) che, pur uscendo in collane esplicitamente di sf, erano solo dominati da un elemento – a volte anche vago – fantastico. Oggi quei romanzi e racconti sarebbero ancora chiamati fantascienza? Non credo. Perché il sistema dei generi nelle produzioni popolari è progressivamente diventato meno nitido e netto. Il western horror, l’hard boiled fantascientifico, …
    E allora la fantascienza ha iniziato ha richiedere definizioni più stringenti. C’era chi parlava di speculative fiction. Chi sottolineava la necessità della parola science nella definizione. La solita ossessione per l’appartenenza.
    Sono solo parole in libertà: non mi convincono. Ci riprovo. Sto leggendo una raccolta di raccontini molto piacevoli: Creature ostinate di Aimee Bender. Molte di queste storie potrebbero essere “di fantascienza” (quella dell’ometto in gabbia, a me ricorda tanto le atmosfere di “shrinking man” di Matheson o degli “uomini nei muri” di Tenn). Eppure nessuno definirebbe la Bender scrittrice di fantascienza.
    E allora mi convinco che la questione sia legata al fatto che prima l’idea di sf fosse una roba che permeava gli autori. Uno scrittore di sf scriveva sf (e allora i vonnegut dovevano faticare per liberarsi del marchio infamante e gli Sturgeon facevano sf anche quando scrivevano “some of your blood”). Adesso la sf non è più un crimine (e come fa a esserlo quando nel mondo dell’intrattenimento dominano i reality show) e allora non esistono più gli scrittori di sf. Da qui a dire che non esistano più storie che assomigliano a quelle di fantascienza che ci piacevano anni fa ce ne passa un bel po’.

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