Definizione – 3

copertina di tex da ubc

Un tempo esisteva solo il fumetto cosiddetto “per ragazzi”. Quello che scrivo da tanti anni è la stessa cosa, magari con maggiore libertà nei contenuti. Tra questo tipo di fumetto e quello di domani non ci sarà nessuna parentela. Saranno due linguaggi solo apparentemente simili perché entrambi continueranno a usare disegni e parole, ma dai contenuti completamente diversi , così come nella narrativa scritta non c’è nessuna parentela tra Faletti e Gadda.

(Claudio Nizzi)

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26 pensieri su “

  1. certo a leggerla così sembra più illuminato Nizzi delle tante donne Letizia che trovano snobberistici elitari e illeggibili i premi angoulemici.
    Poi può anche darsi che Nizzi si pensi dalla parte di Gadda e Burns lo veda come un Faletti qualsiasi, ma ne dubito… a me fa cagare tex, però in quelle parole ci sento un fondo di onestà che mi commuove.

    stracci
    critico piagnone

  2. Mi avete spiazzato con la vostra sottoscrizione pubblica delle parole di Nizzi. E’ vero. Oggi il fumetto è diverso da quello che leggeva e faceva lui. Ma quel fumetto era a sua volta diverso da quello degli anni ’30.
    E quindi? Vuol dire che cambia il linguaggio? Non è forse più corretto dire che si aggiorna la lingua…?

    M.

  3. Evoluzione del linguaggio?
    Stai dicendo che tex (negli anni 50 e 60) usava una lingua evoluta rispetto a quella di Little Nemo, Popeye, Gasolyne Alley, …?
    Superata poi da Nathan Never, Witch e i supereroi ultimate?
    Lys è il punto d’arrivo?

    Dai, M., dice un’altra cosa. Impegnati.

  4. Ma vedi di impegnarti di più tu, grazie. Aggiornare non è l’equivalente di evolversi. E ovviamente non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di ritenere NN più progredito di GA. Puoi evitare di prendermi in giro? Ri-Grazie! Se no, rinuncio ad intervenire e così ti puoi specchiare e beare con chi ti pare.
    M.

  5. Allora, M., non capisco cosa vuoi dire. Puoi riformulare l’affermazione che riporto in fondo?
    Perché a me sembra proprio che tu abbia disegnato un percorso di evoluzione (e siccome mi hanno spiegato che ironia e maieutica sono ottima cosa, prima di prendere a martellate, piglio per il culo).

    Mi avete spiazzato con la vostra sottoscrizione pubblica delle parole di Nizzi. E’ vero. Oggi il fumetto è diverso da quello che leggeva e faceva lui. Ma quel fumetto era a sua volta diverso da quello degli anni ’30.
    E quindi? Vuol dire che cambia il linguaggio? Non è forse più corretto dire che si aggiorna la lingua…?

  6. Innanzitutto ho posto delle domande. E ho provato a suggerire una differenziazione tra linguaggio (il fumetto) e lingua (come il fumetto si articola in una sua “grammatica”), per tentare di spiegare perché parliamo di una cosa che è sempre quella, eppure cambia.
    Ogni possibile giudizio di valore era escluso.
    M.

  7. OK. Scusami: l’impegnati era fuori luogo. Continuiamo.

    Il punto è che le domande che poni mi sembrano fuori fuoco: Nizzi sta esprimendo proprio giudizi di valore.
    Faletti vs Gadda.
    Dici che, nella lingua italiana, la parola “fumetto” sta cambiando significato? Così fosse non si capirebbe perché c’è per il “graphic novel” un pubblico diverso da quello esistente per il “fumetto”.

  8. Direi innanzitutto che diverse persone hanno cercato a partire dagli anni ’60 di dare un significato diverso, più positivo alla parola fumetto.
    Vmdm potrebbe citare nomi, circostanze e motti promozionalil (es. “il fumetto è arte” di grifagna memoria) in cui in tanti hanno voluto attribuire (per vari motivi) alla parola fumetto un significato diverso, più colto, più ricco o più alternativo.
    Con l’introduzione del “marchio” commerciale graphic novel (perché l’espressione circola già da circa trent’anni) si sta creando un nuovo pubblico.
    Mi fa piacere. Ottimo per gli autori e per le loro opere che mi piacciono tanto e che mi fa piacere condividere con qualche migliaio di persone in più. Ma sono sempre fumetti… o come piace chiamarli a me narrazioni grafiche (che mica è poi così distante da graphic novel… ci hai mai badato?).
    Nizzi avverte il cambiamento. Tu citi la sua frase per sottolineare una trasformazione in corso.
    L’ipotesi su cui mi piace ragionare vede un linguaggio che è sempre quello ma che sta modificando alcune sue caratteristiche a seconda delle direzioni che prende.
    Perché graphic novel è una direzione. Asian Wave è un’altra direzione. Ultimate è un’altra ancora. Pure Gea un’altra. E i manga? Tutti uguali?
    M.

  9. Allora.
    Non riesco a capire, caro M., perché insisti a fare della frase di Nizzi una questione linguistico-semiologica. Quello che dice Nizzi, e a cui ti volevo rimandare citando laggiù Bloom, è tutto di sapore estetico: è una netta onestissima valutazione estetica. Insomma, dice Nizzi: a questo punto bisogna ridefinire il concetto di fumetto, perché da una parte ci siamo noi, impiegati della narrativa disegnata, che abbiamo la fortuna di fare un lavoro –che magari nemmeno, come me Nizzi, siamo capaci- che però ci piace tanto… e sempre meglio che lavorare, e per questo ringraziamo infinitamente la provvidenza, dall’altro c’è chi fa veramente fumetto… il fumetto di domani lo chiama lui, ma che veniva fatto già cento anni fa, ti dice Spari…
    Insomma, con un atto di onestà intellettuale che me lo fa sommamente simpatico, Nizzi ci dice chiaramente che c’è da distinguere tra ciò che vale e ciò che costa. Il lavoro costa, e Nizzi si include, sapendosi artigiano, in ciò che costa, però ammette che il campo che richiede il nostro sforzo d’indagine, quello di ciò che vale perchè è bello, è altrove. Tra quelle che, ai suoi colleghi più giovani, che confondono il proprio ignorare con la chiave per interpretare il mondo, sembrano snobberie elitarie e sconosciute ai più (non ricordando mai costoro che il mondo dei più è quello dei defunti).
    Non c’è un cazzo da fare. Mi commuove il tuo sforzo unitaristico, ma non si può tenere insieme ciò che insieme non sta. Algido e antipatico è il gesto critico di dirlo, lo so, ma è l’unico gesto critico oggi possibile, il resto son bubbole.
    Capisci che a questo punto quella della DEFINIZIONE non è una questione di lana caprina. E’ l’impegno che il lettore critico si deve assumere, a costo di non essere molto apprezzato dai Faletti di cui dice Nizzi.
    Tuo
    boris

  10. Ok, boris. Ottima interpretazione del pensiero di nizzi.
    Non capisco invece lo “sforzo unitaristico” che mi attribuisci.
    M.

  11. Quello che dice Nizzi vale per qualsiasi cosa. Tavernello e Tignanello fanno rima ma sono cose diverse, eppure si chiamano vino entrambe.

  12. Non si finisce mai di imparare… Un po’ come se decidessimo di chiamare il bigmac cibo, o l’ago voluto da gae aulenti in p.zza cadorna scultura, o ancora libero giornale…

  13. Dunque, il Pasticciaccio prende la sua struttura dal giallo, quindi se non Faletti, comunque i progenitori di Faletti sono anche padri di Gadda, che poi ci ha messo dell’immensamente suo e ha scritto un incompiuto capolavoro.
    Io capisco da che esigenza vengono quelle parole categoriche, ma non sono tanto convinto che ragionare così sia utile, perché si ritorna ai vecchi recinti di alto-basso, mentre occorrerebbe cominciare a utilizzare altre categorie trasversali a quei recinti, per esempio libro “inerte” o “non inerte”. Dobbiamo imparare a distinguere dentro questo grande rumore creato dal mercato, non a etichettare.
    andrea barbieri

  14. Andrea: Inerte/NonInerte mi piace. Però non capisco dove sia la differeza con Brutto/Bello.
    Mi sembra invece che alto/basso non sia il tema al centro della questione.
    Munoz in un’intervista diceva “noi facciamo libri di genere, generalmente belli: di genere umano” (siccome l’intervista gliel’ho fatta io – e probabilmente non sarà mai pubblicata – giuro che ululavo a sentire questa cosa).
    Il problema sta altrove. Sta nell’essere utile (bello e non inerme) E in questi anni diventa sempre più difficile. In un commento di qualche tempo fa hai citato il libro di Shiffrin (editoria senza editori). Comprato e letto.
    Adesso sono – se possibile – su posizioni anche più radicali delle solite.
    Se è vero che l’introduzione di obiettivi di MOL e EBITDA a due cifre ha annihilito l’editoria, è anche vero che ciò ha favorito il precipitare nel vortice della globalizzazione dell’immaginario.
    Il fumetto seriale, oggi, non riesce quasi più a raccontare un pezzo di mondo. Al massimo racconta sempre più la superficie del McMondo.

  15. E il fatto che il fumetto popolare sia letto da quattro gatti (perché non è più mass medium, come giustamente sottoline lettera – posso chiamarti per nome, vero?) rende la cosa anche più inquitante.

  16. Spari, credimi, la vediamo allo stesso modo su questo problema di raccontare parti di realtà. Però bisogna difendersi da due parti. Una è quella dei magnificatori acritici di tutto ciò che è nazional-popolare, pop, popolare. Non so se ne hai incontrati, in genere sono dei fanatici all’ennesima potenza, disgustosi, e io vorrei affettarli con una spada di Attori Anzo.
    Poi ci sono quelli dell’alto – basso, dei rincartapecoriti che non hanno capacita di lettura e sensibilità uguale a zero.
    Allora bisogna inventarsi strumenti diversi per non cascare in questi due tipi di sabbie mobili.
    Secondo me la risposta di Munoz con una battuta mette a tappeto entrambe le categorie, ci rivela che c’è qualcosa che riesce ad agire sul lettore, qualcosa di buono, che può essere ovunque, non solo nella letteratura, fumetto, cinema, musica “colti” o “elitari” (termini sbagliati ma non mi viene di meglio).
    Per me questa dei diversi strumenti è il problema. Ma guarda, penso che per esempio che tu o Barbieri (Daniele) o Igort ecc. già ne usate parecchi per il fumetto. Quindi non è che poi si vivono tempi così pionieristici.
    Ah, fra gli strumenti metterei anche una certa “incazzatura intelligente”, mi pare che oggi sia indispensabile.
    andrea barbieri

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