Intanto

Locandina concerto Avanti Pop

Mentre cadono i governi, “Libero” titola Champagne e Mediaset (ma il correttore ortografico – che ha un animo da vero eversore – corregge in Mediaste) vola in borsa, è uscito un disco dei Tetes de Bois. Si chiama Avanti Pop, è edito da “il Manifesto” e costa 10 euro. Al primo ascolto, mi piace (anche se contiene una versione della Costruzione di Chico Barque de Hollanda che non tiene il confronto con quella presente nel recentissimo Best di Enzo Jannacci).
Oggi, recesendolo, Sandro Portell sul “Manifesto” rievoca lo usable past, una possibile ricerca del quale – fatta di nomi e titoli – sta sviluppandosi nei commenti al post qui sotto. Siccome 403 mi fa osservare che ha amici che non leggono i commenti perché là sotto si sviluppano scazzi e tafferugli, invito quei signori a provare a buttarci un occhio, almeno per una volta (daaai).
Intanto, se ti va, la questione dei nomi continua qua sotto.

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15 pensieri su “

  1. Qualche sociologo.

    Gino Frezza, quando scrive (e quando parla) non capico mai dove sta cercando di arrivare. Ho la sensazione che si perda in processi tutti suoi che non riesce a comunicare (/comunicarmi).
    Ha scritto libri che sono sicuro di aver letto (hanno l’aria gualcita là nello scatolone in cantina) ma di cui non ricordo nulla (intendiamoci: tutta colpa mia). Siccome, quando li trovo, cerco di leggere i suoi interventi, mi stupisco quando – quasi casualmente – mi imbatto in un concetto illuminante. In quel mare di noia ci sono – e neanche troppo raramente – delle idee. E qualcuna (specie se poi non viene sviluppata, perché Frezza ha già puntato un’altra direzione) me la ricordo anche e continua a piacermi.

    Fausto Colombo ha scritto un libro che amo moltissimo e che consiglio vivamente: La cultura Sottile. Leggendolo mi sono tornate in mente le introduzioni che Asimov scriveva alle antologie di racconti si fantascienza dedicate a un anno specifico. Lo stesso modo di mettere insieme elementi dell’immaginario popolare e di contestualizzarli. Però attraversa la storia e i media della cultura di massa (e dell’industria della medesima). E’ un libro che spesso tiro giù dalla mensola.

    Collega di Colombo in università cattolica è (o era, non seguo i movimenti dell’accademia)Ruggero Eugeni. Scrive soprattutto di cinema, ma – qualche anno fa – ha partecipato al convegno del fondo Gregoretti (di cui parlava M. nei commenti al post precedente). Là ha fatto l’analisi di una sequenza di pagine del Dark Knight di Miller che da sola gli merita la mia eterna gratitudine.
    Il pezzo lo si trova nel libro “La linea inquieta” (Meltemi) o, in mp3, nel sito del fondo Gregoretti (http://www.sssub.unibo.it/fondogregotti/ConvegnoLineainquieta.htm)

  2. Frezza mi piace, ma è vero che parla difficile. In fondo il fumetto (anche quello che Frezza intende per fumetto) è una roba semplice. Ha una ottima conoscenza del fumetto delle origini ma, secondo me, pecca un po’ sul contemporaneo. Magari sbaglio.

    Il convegno “La linea inquieta” è stato davvero interessante, anche se a tratti si immetteva nel particolarissimo.

    Saluti,

  3. Grazie, Luccone.

    E’ evidente che se i nomi non li faccio io, non li fa nessuno. Vabbé, così, non è divertente. Cosa vuoi? Il canone della critica del fumetto? Maddai!

  4. mio cherissimo spari
    l’altro giorno pensavo che sarebbe stato bello scrivere una storia delle teoriche del fumetto, ma poi mi sono accorto che gli unici che hanno riflettuto sul fumetto sono gli autori, certi autori.
    I nomi che hai fatto fino a desso sono quelli di Hdemici che hanno indagato il fumetto solo contestualmete al loro vero interesse la sociosemiologia. ‘Na palla!

    sciao
    stracci
    capparitico di laboratorio, quasi chimico, mezzo fisico, annoiato
    Scrivere quindi un canone del fumetto corrisponde a scriverne uno delle idee teoriche sviluppate attorno e su di esso.

  5. Allora faccio la lista dei nomi che (almeno quando li ho letti) mi sono serviti. Cito solo i titoli in italiano (quelli che mi ricordo):
    – Alberto Abruzzese (almeno i pronograffiti)
    – Daniele Barbieri (i linguaggi del fumetto)
    – Luigi Bernardi (dagli articoli su Pilot)
    – Oreste del Buono (Dall’enciclopedia agli articoli sulla stampa, quindi fino alla fine)
    – Umberto Eco (da apocalittici e integrati fino alle sei passeggiate)
    – Antonio Faeti (almeno fino a segni e sogni, la rubrica su l’unità)
    – Pierre Fresnault-Deruelle (i due sellerio)
    – Gino Frezza (ho spiegato più sotto)
    – Thierry Groensteen (il libro sui manga di granata – ma il groensteen tosto ancora non è stato tradotto)
    – Roman Gubern (proprio quel libro)

    Predominanza di sociologhi e semiologhi. Però non solo Hdemia.

  6. come non solo accademia
    tranne Bernardi mi sembra gli altri occupino o abbiano occupato cattedre e dipertimenti
    sbaglio?

  7. Ah… Accademia si riferisce al fatto che nella tua vita tu abbia occupato una cattedra! Non avevo colto. Pensavo che fosse riferito a un approccio, che spesso in università si trova (così mi dicono: sono un semianalfabeta e non ho grandi frequentazioni con l’ambiente). Un misto tra torre d’avorio, incomprensibilità, spocchia e paraculaggine.

    Però ho una domanda. Il fatto che Lector in fabula sia stato scritto da uno che lavorava in Università rende il libro meno importante?

  8. Mio carissimo Spari

    scusami un attimo

    Lector in fabula è un libro fondamentale, quanto la struttura assente e il manuale di semiologia o come cazzo si intitola, ma non è strettamente inerente al fumetto.

    Personalmente senza il primo libro del capitale e senza i quaderni di Gramsci, senza Kropotkin e senza Stirner, senza le satire di Orazio e la Vita nova di Dante farei fatica a collocare un sacco di opere a fumetti, ma vuoi che te li elenchi come nomi fondamentali tra i critici di fumetti.
    Suvvia.

    Vuoi dei nomi? e vabbene.
    Il mio critico di fumetti preferito é Bertold Brecht. Cinque difficoltà per chi scrive la verità.
    Fondamentale e illuminante.

    sciao

  9. Leonardo Gori spiega perché ha abbandonato la critica fumettistica, a favore del romanzo noir, in un articolo che si può trovare qui:

    http://home.tele2.it/comicsandpolitik/capvisspecial.htm

    Se ho capito bene, il motivo fondamentale è rappresentato dall’indebolendo della catena che in passato univa il mondo accademico al “popolo” dei lettori.

    Nel 1972, scrive Gori, la critica di fumetti, era una cosa di altissimo livello, eppure ben accessibile a tutti (e fa anche i nomi: Francis Lecassin, Maurice Horn, Ernesto Guido Laura, Gaetano Strazzulla, David Pascal).
    Secondo Gori, in quel periodo l’approccio scientifico di accademici come Umberto Eco e Romano Calisi faceva sì che si innalzasse anche il livello dei fumetti di nuova produzione, perché gli autori cercavano di mettersi al passo con i critici.

    C’è poi un altro motivo alla base della sua scelta: “a quel tempo – scrive Gori – “si scriveva soprattutto di comics sindacati americani degli anni Trenta, ma tutto il Fumetto, da Yellow Kid al presente di allora, era argomento di animata e appassionata discussione. (…) La cosa essenziale è che non esistevano steccati. Provate oggi a mettere insieme un gruppo di critici che comprenda un appassionato di manga, uno di fumetto delle origini, uno di supereroi: si sentiranno lontani tra loro come se fossero un collezionista di orologi d’epoca, un filoferrotranviere e un docente di Logica alla Normale di Pisa”.

  10. Provate oggi a mettere insieme un gruppo di critici che comprenda un appassionato di manga, uno di fumetto delle origini, uno di supereroi: si sentiranno lontani tra loro come se fossero un collezionista di orologi d’epoca, un filoferrotranviere e un docente di Logica alla Normale di Pisa

    Osservazione: La frase che riporto contiene almeno un errore logico, corretto il quale si ottiene una nuova frase per cui vale questa stessa osservazione.

    Cmq…
    Non ho letto il pezzo (l’aveva già segnalato M.) e quindi non posso pronunciarmi.
    O meglio, visto il successo del recente libello francese che spiega come parlare di libri non letti, potrei ma ho ancora qualche remora.
    Posso parlare del riassunto che ne fai. Nei brani che riporti ci sono due cose che mi sembrano interessanti:
    – la prima dice: una volta qui era tutta campagna. E non mi sembra vero. Gli esempi citati da Gori sono sporadici (non tutti memorabili – just a matter of opinion) e la situazione oggi non è peggiore di allora (secondo me un po’ migliore: i testi sono più facili da reperire).
    – la seconda è questa coincidenza tra critici e appassionati che – veramente – mi lascia basito. Il problema di tutti quelli che leggono a fini di analisi è che dopo un po’ la lettura ingenua non ti riesce più. E senza lettura ingenua, di fare l’appassionato (di manga, di comics, di cavolfiori) non se ne parla. Raccontava Roberto Escobar (mi sembra nella prefazione del suo libro sul cinema degli anni 90 – e forse l’ho anche già citato) che lui quando va a vedere un film sono in due: uno che si siede davanti coi popcorn e si appassiona; l’altro che si siede dietro è smonta la macchina della narrazione. E’ un’immagine bella ma – purtroppo -falsa come una moneta da tre euro.

  11. L’approccio di Leonardo Gori non mi appartiene. E non mi piace. L’ho citato perché il “una volta era tutta campagna” accomuna molti che in realtà non vogliono fare nessuna fatica a studiare quanto di nuovo c’è in giro.
    Spari, il discorso che hai ultimamente più volte ribadito sulla impossibilità di essere contemporaneamente spettatori e critici mi provoca e mi costringe a riflettere perché finora pensavo che i due approcci potessero “coabitare”.
    Mi sembra però che su questo tema non stai offrendo soluzioni o ricette, non stai approfondendo. Dici che è impossibile. Eppure, un critico non può divertirsi e mangiare pop corn? Uno spettatore non può fare analisi acute e utili?
    Può fare critica solo chi ha certi strumenti?
    All’ultima domanda mi verrebbe da rispondere sì e no…

    M.

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