Strumenti – 2: Magia e tecnologia

operatore di call centre (sembra felice)

Sono sdraiato sul divano. Sul lettore gira The good, the bad and the queen (Bhoff). Tra le mani un volumetto della collana "Manga San". Si chiama La città di luce di Inio Asano. Una lettura piacevole la cui memoria non mi accompagnerà a lungo. Mentre leggo a un certo punto succede una cosa che mi sconcerta. Uno dei personaggi, un cattivo ragazzo che vive (poco) di piccoli intrighi e grandi violenze, è seduto davanti al PC. Indossa un paio di cuffie con microfono incorporato e parla con qualcuno. Sta usando tecnologia d’oggi: skype. E usa questo programma, questo strumento, come se fosse una cosa normale. Nessuno mi spiega niente. Sono il lettore e ho diritto di incuriosirmi e di rimanere nella mia ignoranza.
E mi viene da pensare. Osservo – almeno nell’approccio – una superiorità del manga rispetto al fumetto seriale del resto del mondo (ah… e se fosse la prima volta che passi da queste parti, sappi che non sono un otaku e neanche un appassionato lettore di manga).
Prova un po’ a pensare cosa sarebbe successo se Martin Mystére (tanto per citare il bonelliano più all’avanguardia nell’uso della tecnologia), Diabolik, Topolino, ma anche XIII o l’uomo ragno, avessero dovuto usare un aggeggio del genere.
Lo avrebbero trattato come un diabolico marchingegno e lo sceneggiatore si sarebbe sentito in dovere di spiegare tutto anche all’ultimo dei luddisti. Didascalie con note mascherate da narrazione. O, peggio, una battuta in mezzo a un dialogo dissennato per rimuovere ogni dubbio sugli eventi in corso.
“Ti ho chiamato con skype, questo programma che consente le chiamate voip* in internet, perché ti dovevo parlare” (e sotto: “*voip: voice over internet protocol – tecnologia che consente la trasmissione vocale su internet”).

(sì, lo so: non sono gli strumenti del critico… ma aspetta)

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7 pensieri su “

  1. Ho riso di gusto!!!
    Però nella nota, di fianco alla parola “internet” ci sarebbe stato un altro richiamo!!

    Mi sono sempre chiesto se fosse un trucco da sceneggiatore per allungare le pagine, una mancanza di rispetto verso il lettore, considerato igniorante, un sadico modo di impedire a chi legge di “approfondire”, una spocchieria, un modo per far vedere che si è “avanti” dimostrando invece di essere paurosamente indietro.

    Baci
    D.

  2. si tratta di incompetenza narrativa.
    la maggior parte degli sceneggiatori occidentali non sa usare gli strumenti del narrare a fumetti. Sono tutti scrittori, mica fumettari!
    Quindi usano e abusano due cose che coi fumetti centrano poco e con le quali è molto più facile raccontare (e non ho detto raccontare bene): dialoghi e didascalie

  3. Ci vai giù peso…la maggior parte?
    No dai, solo alcuni e ben identificabili. Non solo scrittori invece che fumettari, anche registi.
    D.

  4. premesso che ho apprezzato moltissimo i commenti precedenti, penso sia importante distinguere storicamente. un conto è il modo in cui scrivono o hanno scritto, per esempio, Lavezzolo e i due Bonelli.
    Scrivere riproducendo quei modelli oggi vuol dire rivolgersi a lettori anziani o cmq non interessati al nuovo. Mi dispiace vedere soprattutto autori più contemporanei e giovani corrispondere alle caricature di cui sotto…
    Incapacità? Opportunismo professionale? Costrizioni editoriali e pagnotta da assicurare alla famiglia?
    Comunque peccato!

    M.

  5. Nessuna volontà di fare il mediatore della situazione, ma ho trovato punti interessanti in tutti gli interventi precedenti.

    Dunque mi sembra ci sia una tensione inevitabile, da accettare positivamente, tra l’esigenza di oggettivizzare la critica (o almeno di fissare dei paletti, dei punti fermi) e la constatazione che l’elemento soggettivo (il critico) relativizza (può relativizzare) inevitabilmente ogni analisi.

    Forse allora per soddisfare la prima esigenza è necessario disegnare, definire un contesto.
    Si parlava in questi ultimi commenti di modernità e professionalità nello scrivere fumetti. Appunto, se valutiamo GL Bonelli, Nolitta o Lavezzolo, rispetto anche ai tempi in cui hanno cominciato a scrivere e un Nizzi o un Vigna odierni, penso che l’analisi cambi proprio in rapporto ai contesti.

    Invece, rispetto agli strumenti, penso che questi siano variabili a seconda degli ambiti di analisi.
    Siamo da anni abituati un po’ male, a figure tuttologhe (e anch’io rischio di essere tale) che affrontano a tutto campo il fumetto, partendo semplicemente dalla propria esperienza di lettori “forti” e in genere estremamente competenti sotto il profilo bibliografico.
    Se invece proviamo a distinguere gli ambiti (che non possono essere più di tanto diversi da quelli già indagati per altri linguaggi), per ognuno di essi possiamo individuare appositi strumenti.

    Sicuramente ce ne sono però alcuni che sono trasversali e che definirei soprattutto in termini di opportunità a disposizione.
    Quelli che diceva D., la conoscenza di alcune lingue straniere, per esempio. O la possibilità di accedere a raccolte, archivi, documenti.

    M.

  6. Pensavo che si, Spari ha ragione, forse non è importante stabilire quali siano gli strumenti “necessari al critico di fumetti” ma questa riflessione mi convince pesantemente che è necessario che il critico (e non il lettore) definisca che strumenti ha usato.
    Forse ogni scritto avrebbe bisogno di una “Parte Sperimentale” fosse anche una nota a piede di pagina.
    Il critico parla agli altri (dai su non ridete, se no vi mando dal Preside); forse non vuole insegnare ma deve necessariamente essere chiaro e permettere a chiunque di approfondire non solo il criticando ma anche il criticante.
    M. lo dice tra le righe, spesso chi critica il fumetto l ofa in maniera intuitiva ed empirica. A volte ci becca a volte no.
    Mi immagino il falegname che deve costruire un incastro a coda di rondine. Non sempre usa lo scalpello ma in questo caso si. Se deve fare un buco usa il trapano oppure il succhiello….

    D.

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