Lo spazio bianco

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Allora… Faccio il punto.
Ho partecipato al premio dello spazio bianco. Mi piaceva l’idea di scrivere i titoli di dieci fumetti che – nel 2006 – mi erano piaciuti in modo particolare e di disporli in ordine assolutamente arbitrario. Anche perché – per motivi vari e tediosi – qua non l’avevo fatto.
Appena è uscita la classifica, mi sono accorto che dicendo quali fumetti mi erano piaciuti avevo fatto anche delle scelte di esclusione (ma come? Citi il castello del drago e non menzioni xxx?). Scelte, a volte volute e altre no, che non sono sempre capace di motivare. Per esempio nel mio elenco non ci sono Riflessi di Corona (che sto amando tantissimo, ma voglio vedere come fa a tirare i fili per chiudere in 32 pagine), krazy&ignatz (l’edizione italiana mi sembra indifendibile), Gorazde (l’ho letto così tanto tempo fa che non mi ero neanche accorto che l’edizione italiana fosse dell’anno scorso) e Lone Wolf & Cub (che è uno dei miei fumetti preferiti di sempre, ma dopo aver letto la magnifica edizione Dark Horse, come si fa a prendere in seria considerazione quella roba su carta porosa e non ribaltata).

Poi mi sono infilato in una discussione sul blog di Roberto Recchioni. La discussione nasceva intorno a una domanda che mi sembra fuori fuoco: perché non ci sono nella classifica dello spazio bianco fumetti seriali da edicola? Succede sistematicamente anche sul "Comics Journal" (il numero attualmente in distribuzione contiene lo speciale Best of the year 2006), e là non stupisce nessuno. Probabilmente perché gli statunitensi hanno avuto più tempo per metabolizzare il cambio di paradigma che sta investendo i mercati del fumetto. Dopo un paio di commenti, ne sono fuggito perché ho avuto la sensazione di porre le domande sbagliate nel luogo sbagliato.

Comunque… Questi sono i miei voti per lo spazio bianco.

1. Gipi S Coconino
Ho cercato in tutti i modi di convincermi che non se lo meritasse. Voglio troppo bene a Gianni Pacinotti per millantare distacco e imparzialità e poi, diciamocelo, questo libro ha la copertina più brutta che Gipi abbia mai fatto. Quel titolo, già usato da John Updike, causa confusione: a Lucca, guardando il libro che pure dichiarava di amare, Diana Schutz, che è editor sensibilissimo di Dark Horse Press, non aveva neanche capito che quel segno in copertina fosse il titolo (ne parlava come di “quel libro di Gipi”, annodando con l’indice un ideogramma nell’aria). Poi lo leggi e lo rileggi ed è commovente come nient’altro quest’anno (non parlo solo di fumetti). Una storia che ti ghermisce le viscere e che ti racconta uno spaccato sociale e storico che noi, i quarantenni cresciuto nelle province d’Italia, sentiamo immediatamente nostro. Gipi, quando racconta il libro (e si racconta), non fa che sottolineare la spontaneità di questa narrazione – fatta quasi di improvvisazioni – che per lui è stata soprattutto un esorcismo. Ma la struttura solidissima e quasi prattiana, il gioco di messa a fuoco progressiva delle memorie e gli strani anelli delle menzogne mi convincono che di improvvisato là dentro ci sia nulla o quasi. A volte penso che Gianni giochi a costruirsi il personaggio, poi riprendo in mano quel libro e penso anche che, se continua a raccontare così, non me ne frega niente.

2. Mattioli Pinky, il click più veloce del mondo Mondadori
Un libro necessario. Uno dei personaggi più anomali del panorama italiano. Un animaletto antropomorfo (rosa) che conduce la sua esistenza immutabile da eterno fidanzato con un nucleo di amici e rivali stabile in un universo autoconsistente. Fosse tutto qui, perché parlarne? Perché Mattioli non ha mai trattato i bambini come la banda di creaturine da non turbare e cui riservare messaggi tranquillizzanti e non misinterpretabili. Dice Fabian Negrin, che è oggi il più bravo tra i narratori per ragazzi in Italia: “Fare libri per i bambini è un po’ come fare libri per i marziani. Ti ritrovi a pensare a loro in modo molto astratto. Capiranno questa frase? Quell’immagine non sarà troppo violenta? Come se i bambini formassero un’entità omogenea e indifferenziata che capisce e reagisce in massa e che, a differenza degli adulti, non comprende degli individui ma, appunto, degli indistinti marziani. I bambini, però, a differenza dei marziani, la Terra un giorno la conquisteranno per davvero, e questo finisce per caricare di responsabilità il fatto di lavorare per loro”.
Mattioli ne è consapevole e infittisce le sue storie di marziani. L’assenza di un libro che raccogliesse un frammento del lungo ciclo di Pinky era ingiustificabile.

3. Breccia Dracula Comma 22
Un libro pieno di lavoro e di idee. Pieno di senso della storia e di coscienza politica. Narrazioni, che in Italia avevamo visto alla spicciolata su riviste che male si avvolgevano attorno a tanta alienità, qui finalmente raccolte in un volume che presenta anche i materiali di lavorazione. Comma 22 fa pochi libri e qua e là inutili. Questa idea di riproporre integralmente l’opera di Breccia padre potrebbe fargli meritare un posto nella storia dell’editoria a fumetti di questo Paese. Il vampiro come metafora della deriva dell’Occidente è grandioso. Chiarisce il senso del tutto José Muñoz, che di Breccia è allievo ed estimatore, quando, chiacchierando, si chiede cosa sia il denaro. Risponde: “Il danaro è sangue vecchio trasformato in danaro. E’ il sangue di quelli che ci hanno preceduto e hanno lavorato, convertito in danaro, e noi siamo in un delirio commerciale pubblicitario, commerciando con il sangue morto dei nostri ancestri. Cazzo!”

4. Smith Bone: Via da Boneville (a colori) Panini
Spiegelman: Non puoi illuderti che il tuo Bone sia concluso fino a quando non ne fai la versione a colori.
Smith: Fammi capire. Il tuo Maus va bene in bianco e nero e il mio Bone deve essere per forza a colori
Spiegelman: Maus parla della morte, Bone della vita.
Uno dei fumetti per ragazzi meglio congegnati degli ultimi anni. Sogno un nuovo “Corriere dei piccoli” da leggere ai miei figli. Dentro potrebbero esserci fumetti eccezionali perché il mondo ne è pieno. Bone sarebbe là. Anche a colori.

5. Modan Unknown Coconino
Alla ricerca del padre. Il rovesciamento di un film disneyano. Le immagini sono quelle sgradevoli e imprecise cui Modan ci aveva abituato fin dai tempi dai primi lavori con Actus: statiche al punto da far intuire l’utilizzo di documentazione fotografica quasi ricalcata; sature di colori “graziosi” come a contraddire la crudezza di un mondo in conflitto. Autobombe e sesso insoddisfacente, battute infelici e rapporti tristi, ragazze ricche in divisa e taxisti che non hanno nulla da spartire con l’immaginario hard boiled. E poi quel finale. Interrotto. Sospeso.

6. Bacilieri Durasagra Black Velvet
Un libro scomparso. Uscito nel 1994 per R&R, una casa editrice effimera che ha prodotto una manciata di titoli e neanche tutti necessari. Quando si è diffusa la notizia che l’avrebbe ripubblicato Black Velvet di Omar Martini, confesso di aver pensato il peggio. Omar è una cara persona e fa bei libri. Ma la pubblicazione del Commissario Spada (e anche di Barokko) in formato bonelliano sono stati errori imperdonabili.
Invece questo Durasagra nasce grande e ben stampato. Un immenso manifesto al postmoderno in cui il gioco intertestuale di prosecuzioni, alternative e rinarrazioni riverbera nel segno di Bacilieri, un narratore jeet-kune-do che ha fatto al fumetto quello che Bruce Lee ha fatto al kung fu: si usa quello che serve e non è necessario amalgamare al punto da far sparire i punti di sutura.

7. Peeters Lupus Kappa
Dopo le Pillole blu si poteva permettere di tutto. Un maestro dei piccoli movimenti del cuore e della autobiografia. Invece è andato altrove. In viaggio, nello spazio profondo (esterno) e in quelli interno.
Dopo gli anni Ottanta, la fantascienza sembra aver esaurito la sua carica vitale. Il 90% di merda che, secondo il noto assunto di Sturgeon, dovrebbe caratterizzare il genere, è straripato e i diamanti nel letame sono diventati sempre più rari. La rivoluzione del digitale ha fatto assumere all’evolvere delle tecnologie una velocità talmente vertiginosa da far sì che i narratori perdessero la bussola. Il senso della fantascienza, sognare futuri per poterli poi conquistare, è diventato sempre più difficile. All’inseguimento di tecnologie troppo rapide, gli scrittori di fantascienza si sono dimenticati il loro dovere primo: raccontare il presente (spiegarlo) vestendolo di futuro.
Con Lupus, Peeters fa un passo indietro. Riparte da John Lennon: la vita è quello che ti accade mentre stavi facendo altri progetti.

8. Parisi Chernobyl Becco Giallo
Quelle nuvole che sembrano tappezzeria e che si infittiscono pagina dopo pagina – mentre il mondo crolla sugli anni Ottanta – non ti abbandonano per giorni. Parisi è uno dei pochissimi esordienti arrivati prestissimo alla forma libro con una narrazione così matura, chiusa e consistente. Ti illudi che sia una delle prossime certezze del fumetto italiano. Lui, quasi a voler smentire questo tuo sentire, infila altri due libri nello stesso anno e riesce nell’arduo compito di ridimensionare il proprio spessore. La nuvole diventano maniera, quasi l’autore non avesse capito cosa stava facendo in Chernobyl, e sullo sfondo resta il dubbio che questo bel libro possa essere stato un colpo di fortuna.

9. Loisel / Tripp Emporio 1 Lizard
Da troppo tempo non godevo nel leggere un libro costruito sul più classico degli impianti del fumetto franco belga. Un volume cartonato a colori che sembra riferirsi a “(A Suivre)”, “Vecu” e a quella cortina fumogena di nome Bourgeon. Dentro questa struttura classicissima e marcescente, una storia corale che si sviluppa benissimo e dimostra che non è necessario essere texano per raccontare in maniera credibile e coinvolgente una comunità rurale.

10. Matsunaga Il castello del drago 1,2,3 Kappa
Una storia sgangheratissima, più instabile di un film di Roland Emmerich, ed estremamente gradevole. Matsunaga è un narratore incontinente. Gli scappa la storia da tutte le parti e lui la segue come uno stand up comedian che deve mescolare repertorio, battute rubate ai colleghi, mestiere e improvvisazione. Sbaglia i tempi (a un certo punto gli scappa un flashback di oltre 100 pagine in mezzo a un momento di tensione crescente), scivola da tutte le parti, ma tiene il palco fino alla fine (magari insultando la pelata del commendatore con strappona seduto in prima fila). La storia è piacevolissima proprio per la superficialità del racconto e il suo incedere sicuro tra bambini nel tempo, treni volanti, fiabe giapponesi, mostri della laguna, guerrieri jedi e catastrofismo.

E per finire… La classifica definitiva – quella ottenuta sommando i punteggi – riporta al secondo posto un fumetto che fino a ieri non conoscevo: WE3. Siccome vivo vittima della mia pedanteria ossessiva-compulsiva, sono andato a comprarlo e l’ho letto.
Montato su una storiella banale (troppi albi Warren, troppo Heavy Metal e troppo Bruce Jones per riuscire a fremere di fronte a storie superficiali di burocrazia che disumanizza la ricerca e di animali resi alieni dagli esperimenti di generali e governanti) e su un finale sinceramente imbarazzante (ma davvero abbiamo ancora bisogno di happy ending hollywoodiani?), il libro ha il merito – che magari non è piccolo, ma mi lascia indifferente – di osare un montaggio manga installandolo su una narrazione da comic book.
A me non basta.

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11 pensieri su “

  1. bravo, ecco come butti il tempo – a chiacchierare con i collezionatori di merendine e a leggere we3, magari pure a giocare a wii – che non hai invece di scrivere qui!
    Come tuo affezzionato lettore mi ritengo profondamente offeso.
    mi riservo possibili azioni legali.
    sciao

  2. ahh, un’altra cosa
    non devo aver capito un cazzo
    credevo che
    S. fosse la versione romanzo del fumetto più bello che hai letto nel 2006
    Molto forte, Incredibilmente vicino.
    ma sono tardonetto, l’ho già detto.

  3. Molti non li ho letti (eccheccazo, Zio Paolo, se non me li consigli è colpa tua) e Durtasagra l’ho comprato se non nel 94 nel 95 e l’ho letto almeno dieci volte. Mi ricorda la locomotiva.
    Rifletto, che il mio mondo fumettistico si costruisce su cose lette quando non le cagava nessuno e su cose nuove che cagano tutti e che io non leggo. Mi rendo conto che non va bene.
    Però, però, non capisco queste classifiche “italiane” come non capisco il nazifascismo. Mi sembrano cazzate assurde, l’esatto opposto della globalizzazione ma in negativo, la chiusura mentale assurda di chi non vuole vedere oltre la retina, che la punta del naso sarebbe già lontana.
    Che senso hanno e che senso hanno le discussioni alla Recchioni, che scrive un fumetto, perché si, dai, diciamoci la verità, il fumetto popolare lo riconosci perché è quello fatto per fare su soldi, che poi sia difficile non è colpa dei lettori.

    Quest’anno di fumetti ne ho letti pochi e solo due mi hanno colpito al disopra di Klezmer di Sfar (il terzo, nei due volumi, che mi è piciuto): sono Tiempos Finales di Sam hiti, il primo volume di una lunghissima serie, e Lost Girls, l’edizione nuova di Top Shelf.
    L’idea carina è quella di Futuropolis che fa una specie di prepubblicazione in fascicoli gradissimo formato di giovani e sconosciuti autori. ho preso due numeri di La Bombe dans l’idole ed aspetterò la collezione finale.

    Sinceramente, della ristampa di Durasagra, nel 2006, non me ne frega un cazzo.

    D.

  4. Il fumetto per “fare i soldi”.
    Dio santo, siamo oltre la barriera dell’umorismo.

  5. dice anche che quelle popolari sono rrobbe per fare soldi, certo, ma che poi i robbe non ci riescono a fare i soldi, perchè i lettori o sono più intelligenti dei rrobbe o ci hanno ben altro da fare che comprare i fumetti del rrobbe fatti per durare un viaggio di treno da cadorna a Meda, o viversa…
    lo so che poi è difficile capirla questa cosa
    ma è la vita che è dura bimbo…
    chè vuoi? lo stipendio e il riconoscimento’
    io fossi in te mi accontenterei dello stipendio che per avere entrambi ci vuol ben altro che scrivere fumetti, e per avere anche solo il riconoscimento per scrivere fumetti c’è il bisogno di saperli scrivere… di sapere scrivere almeno… e non prendi lo stipendio se veramente meriti il riconoscimento.
    tuo
    stracci
    critico e trovarrobbe

  6. Il fumetto per “fare i soldi”.
    Dio santo, siamo oltre la barriera dell’umorismo.

    No, non fa ridere, vero? Forse è il “tentativo “di fare i soldi che rende il fumetto “popolare” (popolare = grandi tirature). 1000 euro netti al mese sono già soldi, da quella cifra in su è più di quello che prende un impiegato. Sclavi dichiarava (supponiamo che fosse onestissimo) più di un miliardo all’anno, e per questo finiva nelle classifiche dei giornali. Certo, Sclavi, con tutte le royalties, e gli altri? I “soldi” del fumetto popolare non sono certo soltanto quelli di chi scrive e disegna, e sono quelli “i soldi” e non mi sembra che facciano ridere. 2,50 euro a fascicolo per 20-30.000 copie sono 50-70.000 euro al mese, 560-840.000 euro all’anno lordi, chiamiamoli “di fatturato”. Non sono proprio bazzeccole.
    Cosa “fattura” invece Fun Home?

    D.

  7. Cliccando “lascia la tua opinione” la matematica, o meglio l’algebra, lo diventa anch’essa.
    I conti sono sbagliati, ma in difetto.
    A 2,70 ad albo, con 30.000 copie vendute si sfiora il milione di euro di fatturato. Sono sempre più convinto che il fumetto popolare lo si faccia soprattutto per i soldi. Che poi un autore ci metta la passione e il divertimento non mi sembra strano, cosa prende un autore Bonelli? 200 a pagina? quanti albi disegna all’anno? due? tre? 40.000 60.000 euro all’anno lordi?
    Molto più di quello che guadagno io.
    D.

    D.

  8. IL RITORNO DELLA CASSETTA DEGLI ATREZZI!

    Non solo su Spari si usano certe immagini! Dalla nwl di LiberWeb:

    La cassetta degli attrezzi – Tutti i saggi del 2006

    In parallelo con la crescita dell’editoria per bambini e ragazzi e alla maggiore attenzione che essa ha richiamato da parte di
    bibliotecari, insegnanti ed educatori, dalla metà degli anni ’90 è nata una saggistica di approfondimento e orientamento rivolta
    agli operatori sui temi della letteratura per ragazzi e della lettura giovanile – fino a non molto prima assente o affidata a contributi
    occasionali se pur validi – che ha progressivamente costituito le basi per una letteratura professionale. Nella Cassetta degli
    attrezzi di LiBeRWEB “tutti i saggi dell’anno”, gli elenchi delle pubblicazioni di saggistica edite anno per anno, aggiornati al
    2006.
    http://www.liberweb.it/index.php?module=News&topic=23

    M.

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