Vogliatemi bene

Perché per rispondere all’invito che Igort sta postando nei commenti del suo blog, mi metto a parlare di me. E ne parlo così a lungo che, alla fine, non ho il coraggio di inviare il mio delirio come commento.
E’ così… Sono uno schifoso egocentrico.

A me, del “graphic novel” in quanto tale, poco ne cale. Mi sembra un male necessario (e forse mi ripeto). Perché faccio un mestiere che mi fa incontrare un sacco di gente. E siccome tra le persone che fanno il mio mestiere si parla solo di lavoro (e – giuro! – non è il mio argomento preferito), cerco di scartare di lato. Di parlare d’altro. Cerco di farmi raccontare delle famiglie, ma è argomento delicato e – nel mondo degli iperlavoranti – vanno in frantumi anche più facilmente che altrove (come sai, la famiglia è quell’istituzione che a giudicare dalle statistiche dovremmo dichiarare fallimentare e che i detentori del pensiero dipingono con un insieme di regole rigidissime). Allora parlo di interessi e devo usare i miei come merce di scambio. Se dico che mi piacciono i fumetti, mi chiedono se mi piace il manga (“Il Manga? Certo! Credo sia uno straordinario corsivista. Ma perché fai quella faccia? Giorgio Manganelli. Il Manga!”), se leggo Dylan Dog o l’uomo ragno (Oh! Nessuno che menzioni Brad Barron o John Doe! E non è questione di qualità o di spocchia. E’ un indicatore. Il fumetto venduto in edicola è un morto che cammina. Sta scomparendo. A storicizzarlo gli si deve per forza fare l’autopsia e per fortuna CSI ci sta insegnando come si fa), e poi aggiungono che loro no, loro quella roba hanno smessa di guardarla al liceo (come a dire che il pogo degli ormoni non può che sedare la necessità di legger fumetto e che sono io quello strano e che, probabilmente, non sono neanche un consulente affidabile e attendibile).
Per evitare questa situazione (già, perché di essere reputato lettore costante e affezionato di Dylan Dog – ma anche di Brad Barron o John Doe – mi vergogno e di essere considerato consulente inaffidabile non me lo posso permettere), dico: “mi interesso di storie con le figure”. “Fumetti?” “Sì, ma anche libri illustrati, picture book e narrazioni visuali su altri media… internet soprattutto”. E a quel punto, di solito, sono sguardi ammirati. Che arma potente la parola!

E’ chiaramente una forma di autodifesa. Un nonrisolto che dovrei riuscire a superare. Però al momento mi sta bene così.
Una forma di pudore mi impedisce di dire: “Mi interesso di graphic novel” (o di romanzo grafico).
Però la forma di intima vergogna che, in condizioni particolari, mi impedisce di menzionare il fumetto tra i miei temi di interesse assomiglia molto alla pulsione che ha prodotto l’area dedicata al “graphic novel” nelle librerie. Il lettore attento ai trend letterari si può avvicinare a libri con i disegni senza vergognarsi e sentendosi anzi un bel po’ chic.
Vuoi mettere la differenza con l’uomo ragno (o John Doe)?

E allora cosa si intende con graphic novel?
Si intende una cosa che liberi dai pressanti sensi di inferiorità lettori, autori e – qualche vota – editori.
Secondo me
a) E’ un libro a fumetti che può essere offerto su canali generalisti e a target diversificati (con uno spettro di temi potenzialmente ampissimo).
b) L’occasionale presenza della parola “novel” è insignificante. Una storia lunga o tante storie corte è assolutamente irrilevante.
c) La possibile presenza di un eroe dominante e riconoscibile è rara ma possibile e dipende da processi di canonizzazione attuati da editori/critica/stampa/accademia (la serialità di Maigret si è sgretolata di fronte all’operazione di Adelphi/Calasso su Simenon).
d) Ogni definizione che rispolveri le due bolse categorie “vocazione” e “mestiere” è antistorica.
e) Il disegno al servizio della storia è una scelta. Non l’unica. A me il fumetto piace quando funziona come fumetto. I fumetti brutti, quelli che non funzionano, volano nel cestino. (Poi su scritto e disegnato male possiamo parlare per giorni: Reiser disegnava male? Giardino fa buon fumetto?)

Mi piace credere che la storia del fumetto sia costellata di personaggi (autori, editor, editori– gli unici che mi interessano realmente) che hanno dovuto combattere con il formato in cui erano rinchiusi. E allora la storia infinita di Frank King, le pagine in frantumi di McCay, Feininger (mi sono ricreduto) e lo stesso King, … Ma anche Barks che distrugge la stabilità papera innestandoci l’avventura, Kurtzman che gioca a calvinball e per 15 anni non applica mai due volte le stesse regole, Crepax che manda in frantumi il montaggio della pagina inventandosi una grammatica che non ha eredi… La fondazione delle riviste che spaccano la gabbia (Linus, L’echo des savanes, Metal Hurlant, (A suivre), Frigidaire, Valvoline, …). In giappone Garo e i gegika che si contrappongono al Tezuka dominante. Negli USA gli underground, “Raw”, gli indipendenti e il direct market, e la nascita del formato GN.
Stiamo vivendo il periodo della hypeness del graphic novel. Forse diventerà il formato dominante e fra un po’ le storie che mi piacciono mi toccherà di cercarlo da qualche altra parte. Per il momento in mezzo alla montagna di pattume solita che caratterizza ogni espressione dell’ingegno umano, continuiamo a poter godere di perle. Almeno il 10%. Il teorema di Sturgeon è rispettato e a me non pare poco.

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43 pensieri su “

  1. Il prossimo passo (e tu Zio Paolo lo sai che ho ragione) è la serializzazione della graphic novel*.
    Il serialismo è un bisogno umano travestito da vizio. La neverending story è necessaria per il senso di immortalità, o meglio ancora, per rendere la storia sempre identica a se stessa e quindi bloccata in un presente che, per definizione, è sempre fisso in un punto, che subito muore ma è eterno (lo leggi in 15 minuti, lo dimentichi in 2 lo collezioni per una vita).
    Nel mercato dello spasso per immagini si arriva ai paradossi del revisionismo storico applicato a fumetti e videogiochi per rendere credibile una continuity mai cercata. La saga di Castlevania ne è l’Esempio.
    La graphic novel è, come hai detto tu, il cuneo di sfondamento che permette di eliminare sensi di colpa e di vendere fumetto ovunque (come per i libri scritti). Bene, una volta varcata Porta Pia (viva Cadorna!) assisteremo al ritorno della noia (serialità). Inevitabile.

    *l’uso dell’aggettivo “novel” è stato bandito dall’American Chemical Society nei titoli degli articoli da pubblicare. Novel come sinonimo di new. In quel campo “new” è già “old” il giorno dopo; come giustificare tale termine al lettore del futuro. Novel come sostantivo, invece, lo bandirei dal fumetto.

    Però, non una Graphic Novel bensì una Novel Graphic.

    D.
    D.

  2. (la serialità di Maigret si è sgretolata di fronte all’operazione di Adelphi/Calasso su Simenon).

    Ecco, questa frase, che non ho capito (non ho capito se l’ho capita) può avere a che fare con la serializzazione della graphic novel.

    Ma la spieghi per favore?
    D.

  3. la serietà di Adelphi/Calasso si è sgretolata di fronte all’operazione su Maigret

    M.(erdina)29

  4. “L’occasionale presenza della parola “novel” è insignificante. Una storia lunga o tante storie corte è assolutamente irrilevante.”

    No aspetta, secondo me quella parolina può fare la differenza letta nell’opposizione – propria della storia della letteratura – “novel” e “roman”:
    “[da wikipedia] A novel (from French nouvelle Italian “novella”, “new”) is an extended, generally fictional narrative, typically in prose. Until the eighteenth century, the word referred specifically to short fictions of love and intrigue as opposed to romances, which were epic-length works about love and adventure.”

    Insomma una strada del racconto (roman) è pura finzione, avventura non ancorata alla realtà, l’altra (novel) è una narrazione che invece fa perno sulla realtà. Ovviamente è una distinzione che può convivere in diversi momenti dello stesso testo, che può essere sfumata o chiarissima, però mi pare utile per orizzontarsi. Per esempio Pratt scrive libri d’avventura, l’ultimo Eisner novel cristalline. Anche se poi in ogni lavoro occorre entrare dentro. Non c’è nemmeno bisogno di dire che tutto ciò non è un giudizio di valore, non mira a introdurre una scala gerarchica, bensì distinguere approcci diversi alla narrazione.
    A questo punto possiamo forgiare una nuova parola: “graphic roman” per individuare lavori di qualità eccelsa come quelli di Moore, che tuttavia sentiamo lontanissimi per tipo di narrazione dall’Eisner di Contratto con Dio – per fare un esempio.
    Abbiamo creato due scatole che possono essere utili, ma non abusiamone, la critica dovrebbe dirci in ultima analisi una cosa sola: se un libro è vivo o no, cioè se la bellezza che porta e la materia di cui è fatto tocca o no in qualsiasi modo la nostra esistenza.

    andrea barbieri

  5. mon cher andrew questa fissazione dei libri vivi mi incute più timore di un film di romero.

    stracci
    critico barocco

  6. diciamo che a parte il fatto che già l’ho detto comunque lo ridico: Boris è quello che si prende in testa i libri, di costa, quando Stracci si incazza.
    Boris è quello barocco, nel senso portoghese della perla scaramazza, Stracci è quello che se uno gli da del barocco pensa che voglia dirgli che gli piace Bacilieri e quindi gli tira Durasagra di costa sulla testa.
    Stracci è quello bello, Boris è quello bravo. Boris è quello che scrive, Stracci è quello che disegna; lo fanno tutti e due male, peggio di Reiser ma meglio di Rutu Modan, eppoi non fanno fumetto, sanno manco loro quello che fanno. Perdono tempo, di solito.
    Sono due teste di cazzo e gli piace bestemmiare i santoni che scambiano le proprie emorroidi per vere presenze, e cagano di gusto su ogni tipo di graphic, particolarmente quella novel. Che magari avesse ragione Sturgeon e potessimo salvarne il 10%, però magari invece ha ragione Deandrè e dal restante compostagio chissà che nascerà.
    Boris e Stracci credono niente, ma sono due fottuti senzadio.
    Comunque la risposta alla domanda era: si.
    sciao

  7. Ok, a volte vorrei uccidere Stracci ma voglio abbastanza bene a Boris.
    Senti, quando tu scrivi questa cosa qui:
    “Se mi capita, nel marasma della vita un po’ di tempo, magari un viaggio in treno, un suo fumetto o un romanzo del Carlotto lo leggo anche, ma non centrano un cazzo con l’assoluta quotidiana necessità del pane.”
    non “collaudi” le parole, non le metti in relazione con l’esistenza, non ti chiedi se sono “vive”?
    Secondo me sì, se no non scriveresti quelle cose.
    andrea barbieri

  8. Hvort mig höfuðborg , í the marabúi af the mitti a po’ yndisþokki , töframaður a ferðast un lest a one’s ræma o’s a skáldsaga af the Carlotto það lög of , en ekki aðalæð a fjara út með daglega þörf af the brauð

    forse, caro Andrea, confondi il senso che il nostro cerebro attribuisce, quando li decifra, a ciò che vede e ciò che sente con la vita. C’è un senso della vita, certo, ma quelle stesse parole di Boris in bocca al mio amico groenlandese Raimio per me significano un cazzo.
    Sono meno vive? sono più vive? sono morte?
    sono solo parole?
    sono un fumetto di igort?

  9. stracci, ma che cazzo dici, sembri sempre più uno di quei ragazzini che vanno a scuola a mostrare il culo per mettersi in evidenza. Perchè non provi a far la stessa cosa in ufficio? dai, facci sapere poi mi raccomando

    riguardo poi alla dialettica “vivo o interte”, a che cazzo serve? Uno libro è vivo se lo leggi, non c’è molto altro da dire

    Bambino Obeso e Occhialuto

  10. Un libro è vivo se lo leggi in quel momento; il momento dopo, o quello prima, è morto.
    I libri, come tutte le “cose”, non hanno nessuna vita, sono soltanto oggetti. La vita ce l’abbiamo noi.
    D.

  11. carissimo
    bambino obeso e occhialuto, visto che ti raccomandi, te lo faccio sapere…
    a probabile differenza di te, in ufficio io non ho ne radattori ne capi ne maestri ne supervisori. Sono lo sfruttatore di me stesso e di una manciata di pochi altri. Faccio quel cazzo che mi pare, più seghe che saghe, di solito e più nani ghiacciati che nani in fiamme.
    statti bene.
    tuo
    stracci
    critico vivo

  12. ok stracci, quindi hai provato, ma che hanno detto i tuoi servi?

    il testo in cui Carla Benedetti parla di scrittura viva o inerte sta qui:http://www.ilprimoamore.com/testo_394.html

    Secondo me la Benedetti non parla di vivo/inerte in contrapposizione ad una distinzione fra letteratura alta e di genere.
    Il discorso è molto più articolato, cazzo, altrimenti è facile.

    Per esempio: “È la modernità che si è inventata il “dentro”e il “fuori” della letteratura, relegando alcuni generi nella periferia, da cui poi la post-modernità li ha recuperati e rivalutati. Ma non è questa la distinzione pertinente oggi. Il fronte è un altro. È quello che separa la parola viva dalla morta, l’organico dalla macchina, l’attivo dall’inerte.”

    Il problema è che la letteratura di genere nasce come tale.
    Una letteratura viva o inerte invece è un concetto tutto da inventare. Significa superare una rivalutazione post-modernista della letteratura di genere, non inventarsi una ulteriore distinzione arbitraria da innalzare come una bandiera per potere esprimere giudizi soggettivi.

    Bambino Obeso, Occhialuto ed Inutile

  13. Però… io lo dico ancora. Un aletteratura, viva o morta, da cosa lo si giudica? Dal numero di copie diffuse (o addirittura vendute?) o quelle lette? E quelle lette come? Perchùé va di moda? E’ stranoto che Umberto Eco sia lo scrittore famoso meno letto al mondo. La sua letteratura di genere, un genere tutto suo, è viva o morta? Ricordo Sergio Toppi dire che il Deserto dei Tartari lo aveva ispirato tantissimo nel suo modo di scrivere avventura e che rileggendo il libro “da grande” ne ebbe una enorme delusione. Letteratura viva o morta?
    Credo che definire la vita a e la morte per la letteratura sia impossibile proprio perché si parla di oggetti immobili. Si dovrebbe necessariamente, invece, parlare di lettori e non di quello che leggono.
    D.

  14. Ho riletto il testo di Benedetti e non sono proprio daccordo. Parla di individualità:

    Posso esaltarmi per dei singoli libri, per singoli autori, per voci individuali che mi arrivano attraverso quella particolare forma, escogitata per trasmettere quella certa cosa, quella singolare esperienza e da esse inseparabile. La lettura del resto è fatta così. Si incontra un’individualità e con essa si dialoga. Non si incontra mai la Letteratura.

    Ma da queste parole mi è chiaro che l’individualità è del lettore e non dell’oggetto.
    Sul fatto che “gl iantichi” non avessero il concetto di letteratura non so niente, ma ci vorrebbe almeno un riferimento, se non altro sull’origine della parola stessa che sembra essere comune a diverse lingue.
    Infine, che la letteratura diventi un genere (argh), allora tutto, per estrapolazione, è un genere e alla fine si arriva all’Unico Grande Genere (UGG) e finiamo di parlarne qui.

    D.

    I libro non sono ne vivi ne morti, cono cose da leggere

    D.

    D.

  15. Scusa D., che cosa c’entra che il libro sia un “oggetto”?
    Sicuramente è anche quello (di carta o virtuale), ma in un libro le parola sono esperienza, sogni, visioni del mondo, balbettamenti sull’esistenza, sfoghi, racconti, verità e menzogne…
    Perché dici che tutto questo è soltanto un “oggetto”?
    A me pare di aver usato un’espressione semplicissima, intuitiva, oltre qualsiasi specializzazione della critica letteraria: “libro vivo”, che evidentemente si riferisce alla possibilità delle parole di toccare l’esistenza di un lettore, di far “incontrare” due esistenze.
    Sembra che dica cose spropositate, ma per dirlo basta aver letto due righe di Deleuze, anzi basta essere banalmente una persona in carne e ossa. Allora perché contorcere il discorso nel modo peggiore? Non è necessario andare a cercare gli interventi di una teorica della cultura. Tra l’altro facendo confusione perché c’è sempre questa brutta abitudine in rete di afferrare una frasetta come se dietro non ci fosse uno studio sistematico che attraversa più libri. Non basta per esibirsi nella stroncatura! Se tu da lettore non ti chiedi se e perché un libro ti ha toccato, se per te tutto è uguale, che sia “I giorni e gli anni” di Uwe Johnson o l’ennesimo becero prodotto dell’industria editoriale scritto a due mani (autore, editor, con la supervisione dell’amministratore delegato), be’ credo che questo sì è un vessillo soggettivo che alzi tu e che forse gli altri potrebbero non condividere.
    andrea barbieri

  16. Andrea, io capisco molto bene quello che vuoi dire e sono daccordo con te, ma non credo che “esperienza, sogni, visioni del mondo, balbettamenti sull’esistenza, sfoghi, racconti, verità e menzogne… ” dipendano dall’essere vivo o morto per il libro. E’ sempre il lettore che leggendo il libro e non solo leggendolo ma leggendolo in un ben determinato modo e tempo ne ricava quelle sensazioni. E’ estremamente soggettivo quello che senti leggendo un libro e la stessa perona sente cose diverse leggendo o rileggendo il libro in momenti o situazioni diverse.
    Quindi, è solo l’individuo che può essere “vivo o morto” il libro è un oggetto. Un esempio che so non c’entrare un belino ma può avere un senso: un blocco di marmo è vivo o morto? Eppure dal blocco di marmo si può tirar fuori una scultura e questa scultura imprimerà sensazioni diverse su diverse persone (a me il David non dice proprio un bel nulla, se lo vendessero ai giapponesi per un miliardo di euro da dare alla ricerca scientifica sarei molto contento)

    D.

  17. Scusa ma da come la metti tu il lettore è un “cervello dentro una vasca”, mentre io non credo che noi siamo cervelli dentro una vasca, viventi in un mondo di proiezioni dove risultiamo gli unici “soggetti”.
    E credo che esista la possibilità di entrare dentro una forma espressiva, di comprenderla, e anche di condividere una parte di questa comprensione con altre persone, attraverso il linguaggio. Questo non significa che noi, a quel punto di parziale condivisione, concidiamo come soggetti, questo non accadrà mai, ma grazie a un dialogo – che è una delle attività che il linguaggio permette, fondamentale per la vita stessa, perché permette lo scambio di esperienza tra individui – dicevo grazie a un dialogo noi possiamo modificare le nostre idee. Io per esempio ne ho cambiate tante da quando frequento il mondo del fumetto: anch’io avevo i miei David nell’armadio… 🙂
    andrea barbieri

  18. D., AB,
    mi scappa il maestrinodellaminchia. Non riesco proprio a tenerlo. Son qui che mi strizzo la punta perché non esca, ma lui niente… è pronto a farsi vivo.

    Le due posizioni sono riconducibili a una diatriba antica: “il testo è uno strumento con cui si fa tutto quello che si vuole (e non esistono letture stravolgenti)” contro “sì, va bene, ma poi bisogna fare i conti con intenzioni dell’autore e – di più! – intenzioni dell’opera”.
    Il discorso, portato alle estreme conseguenze conduce a interpretazione vs sovrainterpretazione (o uso); eco vs rorty; fisica vs metafisica vs patafisica…

    Detto questo, prendo anche posizione.
    Non so se la distinzione tra vivo e inerte mi piace.
    Però mi sembra che di testi “inerti” sia pieno il mondo. E che l’inerte dipenda dal contesto. C’è sicuramente il lettore che matura esperienze e smette di divertirsi col deserto dei tartari (o impara a capire il David).
    C’è anche il mondo che si modifica. Miller era fichissimo quando faceva il cavaliere oscuro, Ennis è insopportabile quando rifà il cavaliere oscuro.
    Ci avesse pensato venti (o anche 15) anni fa, “ultimates” sarebbe stato carino. Oggi… yawn… di cosa stavamo parlando?

    Convinto di aver perso il controllo sulla puzza sotto il naso, nel fine settimana ho comprato un chilo di fumetti in edicola.
    Tex, dampyr, diabolik speciale, john doe… li ho letti (il dampyr di cajelli mi ha anche tenuto sveglio mentre lo leggevo). Certo, il tex di faraci aveva due soluzioni di sceneggiatura poco viste sui bonelliani, john doe ha dialoghi migliori della media, palumbo non si è dimenticato come si disegna…
    Non mi si è mosso niente. Quella roba l’ho passata a mio padre, che ha 70 anni e da piccolo leggeva gordon, kinowa e blek macigno. Magari gli piace, vi faccio sapere.
    Sempre nel fine settimana mi arrivato il pacco dell’orecchio acerbo. Dentro c’erano due libri della nuova collana – lampi. Si tratta di racconti quasi classici illustrati. Il primo era stato il capitano omicidi di dickens illustrato da negrin. Sono usciti il narratore di saki illustrato da ferri (quello del cacciatore) e isis di silvina ocampo con pablo alaudell (sarà bene che mi appunti questo nome). Sul sito ci sono i pdf.
    Chiara è piombata sui due libri (buttando – letteralmente – di lato il geronimo stilton che le avevano dato a scuola) e si è messa a sfogliarli. Da giorni non fa che parlarmi della presunta idiozia di isis, del suo sguardo fisso e della sua trasformazione. Le ho spiegato chi è ocampo e stasera forse le metto in mano l’antologia della letteratura fantastica, mandando a fanculo tutti i pedagoghi del mondo.
    Va bene. Io ho 38 anni e su ogni libro ci metto un sacco di cose (non sono neanche il lettore naif che mi piacerebbe essere). Chiara di anni ne ha sette.
    La dialettica forse non è tra vivo e inerte. Ma c’è un fossato. Tra quello che è bello e quello che non lo è. E con questa cosa (in assenza di bussole e di strumeti di misura – perché l’assenza di autorità etiche ed estetiche là ci porta) dobbiamo confrontarci.
    Come la mettiamo?

  19. oh, spari!
    ti seguo e ti condivido quasi in tutto, tranne che a un certo punto per dirmi che tex e jhon doe fanno cagare dici che non ti si è mosso niente.
    Quindi Anita Blond che di cose me ne muove è roba che vale, viceversa Brecht che non mi muove niente (perché niente voleva muovermi) è cacca come la roba del faraci?
    chiariscimiti!

  20. Hai ragione, boris. Uso le parole come carta igienica.
    Intendevo dire: prova a chiedermi un’opinione su quei fumetti? Non ricordo niente. Mi lascio ossessionare da suoni, parole e immagini che poi mi ronzano in testa per giorni (mesi anni…) e di quei fumetti non ricordo nulla.
    E continuo a fischiettare jazz della impulse che esce dalle casse del pc.
    Se non riesco a connettere un testo al reticolo di segnali (alla foresta di simboli) che io sono (già, ho detto proprio così…), allora vedo solo due possibilità.
    1. O non sono pronto per quel testo
    2. O quel testo è inutile (inerte, morto, brutto… scegli la parola che preferisci)

  21. Ma sì, va bene, chiamali libri “belli” e libri “brutti”, tanto siamo d’accordo tutti che sono belli perché scorticandoci un po’ toccano la nostra vita, la nostra possibilità di immaginarla.
    Mattatoio n.5 è un libro scrauso, tutto ritorto, una musica di Waits, non credo nemmeno che la prosa di Vonnegut in lingua originale sia particolarmente bella, raffinata. Non stiamo parlando di un libro “bello” eppure sfido qualcuno a dire che Mattatoio è meno che bellissimo. E’ questo il problema, la parola “bello” si porta dietro qualcosa di raffinato, di arte per l’arte, di canone classico (le belle lettere si dice…). Ma oggi che ce ne facciamo di canoni così? Abbiamo bisogno di immaginare l’esistenza grazie a qualcuno che ha immaginato prima di noi, magari senza nemmeno rendersene conto. Kafka si rendeva conto di ciò che scriveva, capiva quanto erano potenti i suoi fantasmi? Sicuramente no se ha chiesto di bruciare tutto. Così va la vita…
    andrea barbieri

  22. Non so, Andrea.
    Sarà perché sono ignorante, ma a me Mattatoio 5 sembra proprio bello.
    Sarà per questo (e perché ogni tanto rileggo Bierce) che ho bandito la parola arte dal mio già esiguo dizionario.

    Ah… Kafka sapeva. Accidenti se sapeva.

    Sul canone, giuro che ci torno.

  23. Mattatoio è bellissimo, certamente. Però il “bello” insieme al “brutto” sono entrati nell’estetica e nella pratica degli artisti, cioè si è scoperto che anche il brutto “esprime”.
    E’ questa l’ambiguità della parola “bello”, che a volte è solo una pellicola (la perfezione, la raffinatezza, l’armonia), a volte qualcosa di più profondo che contiene tutto, anche il brutto. Chi ascolta la musica colta contemporanea lo sa: non è certo bella nella prima accezione, è bella perché è profonda, è bella perché esprime qualcosa di grande. Non so se ti è mai capitato di ascoltare il “Quatuor pour la fin du Temps” di Messiaen. Sono suoni di una drammaticità terribile, sono inascoltabili. Se cerchiamo il bello armonico-raffinato-perfetto lì stiamo freschi! eppure sono bellissimi (e ripeto “inascoltabili”, nel senso che scorticano in modo insopportabile). E’ la vita che c’è nel Quartetto, anzi la vita e la morte che lo fa grandissimo, che dà la possibilità di immaginare addirittura la fine del mondo!
    Per Messiaen, prigioniero in uno stalag in Slesia nel 1940, era la guerra mondiale.
    andrea barbieri

  24. Andrea, non capisco perché, dicendo che un libro è un oggetto e che sono le nostre sensazioni soggettive a farcelo vedere “vivo” o “morto”, mi dici che siamo un “cervello nella vasca”. Che vuole dire?

    DOmanda: leggere Frankenstein (con quella tristissima copertina MAGNA MAGNA di Clowes che Spari ci poteva risparmiare) in una sera d’inverno, bagnata, in un alberghetto della Schwarzwald Friburghese, è come leggerlo sdraiati sotto l’ombrellone a Cuba con un rum liscio e un Cohiba Siglo III appeso alle labbra?

    Ma i libro e la persona sono le stesse e non ha nemmeno più senso parlare di bello e brutto.

    D.

  25. mon cher D. apparte che preferisco il Coiba alla Weiss, hai colto perfettamente il segno.
    Addirittura, sia nella notte bagnata friburghese che nel canicolare meriggio ‘ubano, se hai compagna di bagnume o di liscietà rumiche CARNEVIVA (sia femmica che maschica a seconda dei gusti) ti importa veramente qualchecosina delle parole inerti della da secoli cadaverica MaryShelley?
    Me, giuro di no.
    I libri sono solo oggetti che ci servono, a noi perversi borghesi, per sopportare onanisticamente la solitudine.
    La vita con i libri, con buona pace e rigor mortis di tutte le benedetti dell’italica critica letteraria (un mestiere basato sul nulla: mi inquieta e spaventa) non ci entra una cippa di cazzo.
    Cheppoi qualcuno dalle storie – che in qualunque trattoria narratori, che la vita la vivono ogni giorno dall’alba al tramonto, migliori di tutti gli … (mettici il nome dello prima scribacchino e poi disegnatore che preferisci) del mondo, ti regalano gratuite se ti siedi al loro tavolo – infilate nei libri ci tiri fuori la pagnotta per mantenersi in vita, quello beh, è un triste segno dei tempi.
    il resto son bubbole.
    sciao

  26. D., tu dialogando con una persona, la consideri un “oggetto”?
    Io no, io la considero un soggetto. Il libro per me è la stessa cosa, è una voce. Come ci sono persone che hanno spessore e qualità ci sono libri che hanno forza. A volte ne hanno così tanta, come la letteratura testimoniale di Primo Levi, da non trovare un editore per anni. Evidentemente “era sceso verso le potenze oscure” (Kafka) in modo intollerabile.

    andrea barbieri

  27. Andrea,
    no, una persona non è un oggetto, una persona è evidentemente viva. Il libro invece è un oggetto e per me non sono assolutamente la stessa cosa. E’ un punto di vista diverso; per me i llibro è bello, utile, prezioso, li colleziono, ma nessuno di “loro” lo considero vivo. Anzi, a volte si palesano nella loro fisicità ingombrante di oggetti e mi viene voglia di venderli tutti, pensando che sono soltanto una goccia nell’oceano delle parole scritte, quante che sono che non ho mai letto?

  28. Ho letto la descrizione del cervello nella vasca.
    Premesso che è impossibile, premesso che Putnam deve star lì a spiegare il concetto per bene tanto è assurdo e improponibile, anche se fosse, il cervello sarebbe vivissimo e un libro sarebbe oggettissimo.

    Noi SIAMO cervelli nella vasca, solo che al posto di un PC c’è il mondo. Ma cosa cambia? Viviamo di sensazioni ma VIVIAMO.
    Un libro lo puoi ben attaccare a tutti i PC che vuoi ma resta sempre un pezzo di carta e se qualcuno, anche fosse un cervello in una vasca, non lo apre e non lo legge, è come se non esistesse.

    Poi volevo parlare di traduzioni…

    D.

  29. D. ti ripeto, io – come del resto Putnam – non credo che la comunicazione tra persone sia un’allucinazione.

    Spero abbiate visto l’intervista di Biagi a Saviano (su Rotocalco televisivo), spero che abbiate capito che la forza di quel ragazzo è la fiducia nella parola, nel racconto.
    Poi se nonostante tutto vivete i libri come oggetti, magari anche d’arredamento, come sembra suggerire l’anonimo sotto, non so che farci- Vorrà dire 1. che le vostre letture saranno un po’ narcotizzate e inconcludenti, 2. che non avrete alcun buon motivo per tentare di comunicare la vostra esperienza a altri esseri umani.
    E 3. – ma questo è un punto che vale per me -, che perdo troppo tempo sui blog.
    andrea barbieri

  30. Andrea, credo che non ci stiamo capendo perché:

    D. ti ripeto, io – come del resto Putnam – non credo che la comunicazione tra persone sia un’allucinazione.

    -E nemmeno io, quando mai l’ho detto? Si parlava di libri vivi o morti. Attenzionissimissimissima: Un libro non è la persona che lo ha scritto.-

    Spero abbiate visto l’intervista di Biagi a Saviano (su Rotocalco televisivo), spero che abbiate capito che la forza di quel ragazzo è la fiducia nella parola, nel racconto.

    -No, guardo pochissimo la tele e poi Biagi non lo sopporto.
    Sulla parola e il racconto, e la fiducia che vi riponiamo, si è costruito un mondo intero. Scusa Andrea, ma mi sembra molto normale riporci fiducia, c’è chi ci ripone una fede-

    Poi se nonostante tutto vivete i libri come oggetti, magari anche d’arredamento, come sembra suggerire l’anonimo sotto, non so che farci

    -L’anonimo sono io-

    Vorrà dire 1. che le vostre letture saranno un po’ narcotizzate e inconcludenti

    -A volte capita, l’importante è averle le letture, cosa non evidente, perché leggere diventa sempre più faticoso rispetto all’ascoltare-

    2. che non avrete alcun buon motivo per tentare di comunicare la vostra esperienza a altri esseri umani.

    Ce l’ho, il mio lavoro, che è proprio scrivere e sperare che gli altri mi leggano, oltre che insegnare sperando che i miei allievi imparino qualcosa o almeno si divertano un po’. Forse è per questo che vedo il libro per quello che è.

    E 3. – ma questo è un punto che vale per me -, che perdo troppo tempo sui blog.

    andrea barbieri

    L’equivoco credo sia quello di considerare un libro come la persona che lo ha scritto o come il motivo per il quale l’autore lo ha scritto.

    Dai cavolo, un libro è un libro.

    D.

  31. Riparto dall’inizio, quando hai scritto
    “Un libro è vivo se lo leggi in quel momento; il momento dopo, o quello prima, è morto.
    I libri, come tutte le “cose”, non hanno nessuna vita, sono soltanto oggetti. La vita ce l’abbiamo noi.
    D.”
    Se tu dici che i libri sono soltanto oggetti, cose, sembri sostenere che la persona che ha incubato la materia di un libro, che magari è una materia spropositata, magmatica come quella della Recherche, non ha alcuna possibilità di dialogare col lettore da soggetto a soggetto.
    O meglio, tu riconosci, paradossalmente, questa possibilità a un solo scrittore: te stesso. Infatti scrivi nell’ultimo commento : “il mio lavoro […] è proprio scrivere e sperare che gli altri mi leggano, oltre che insegnare sperando che i miei allievi imparino qualcosa […]”
    Non so cosa scrivi, ma anche se fossero manuali, ci sarà qualcosa di te in quei libri. Ci sarà D., l’individuo D., ci sarà qualcosa di questo D. che trasmette qualcosa al lettore, ci sarà qualche lettore che lascia penetrare nella sua testa i pensieri dell’individuo D. Può darsi – ci sono moltissimi esempi in libreria – che un libro non contenga pensieri, che sia un accrocchio di stereotipi e scemenze che lascia il lettore, alla fine della lettura, come prima. Per me questo è un libro che non ha vita, un libro in cui l’autore non ha saputo/voluto creare qualcosa di vivo, di intenso, di commovente, di capace di toccare l’esistenza. Tu dicevi: il David non mi dice niente vorrei che lo vendessero per finanziare la ricerca. Bene, hai mai pensato di incontrare persone che sanno dirti qualcosa di quella scultura, ha mai pensato che le loro parole potrebbero muovere qualcosa in te secondo quella antichissima attività umana che è scambiarsi l’esperienza da soggetto a soggetto?
    Ho scritto che la prima puntata di Rotocalco televisivo è stata straordinaria perché si parlava della forza e del costo della parola. Tu rispondi: “No, guardo pochissimo la tele e poi Biagi non lo sopporto” Hai fatto male, potevi guardare quella trasmissione se non altro per vedere di cosa parla un vecchio giornalista che è stato allontanato dalla tv per cinque anni perché ha sostenuto un’opinione. Se ti veniva questa curiosità, avresti visto una trasmissione con un punto di vista forte su quello che si può fare raccontando, un punto di vista di una civiltà che, dati i tempi, è quasi impensabile.
    Poi ti dico che la cosa straordinaria di Gomorra è la fiducia nella parola. Tu rispondi che non l’ha inventata Saviano, che è una storia vecchia, che le religioni funzionano così. Già, ma dove leggi che Saviano avrebbe INVENTATO questo rapporto tra parola e verità? Sei strano, per essere uno che sostiene l’oggettività, mi pare proietti parecchio. E’ evidente che la storia è vecchia, è altrettanto evidente che trovare un ragazzo – io lo seguo da due anni, ne aveva 26– riesce OGGI a riportare sulla pagina quel peso delle parole che quasi tutti per mediocrità hanno accantonato, è straordinario, e fa la forza della sua scrittura. Sai quanta gente ho sentito dire che la verità non deve essere un obiettivo della scrittura… Ma poi scusa, tu vedi in giro molti intellettuali, non dico come Pasolini o Primo Levi. basterebbe che fossero persone che producono peniero? io ne vedo pochissimi. Però vedo molti pagliacci della parola.

    andrea barbieri

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